“Un’altra Europa può nascere solo dalle nostre città”: parla la sindaca di Barcellona

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EPA/MARTA PEREZ

Intervista ad Ada Colau: “Diciamo no all’austerità e alla burocrazia, basta guerre, sì all’accoglienza. E in tanti comuni siamo sempre più forti”

Nel giugno del 2015 il voto della gente di Barcellona spalancava le porte dell’Ajuntament a Ada Colau i Bolano, una giovane donna che si era distinta nell’organizzazione delle lotte per il diritto alla casa. L’uso del sostantivo “gente”non vuole essere casuale, risultando in qualche modo il perno della riflessione e dell’azione politica dell’Alcaldessa che è andata ad occupare la carica più alta della Casa de La Ciudad in Plaza Sant Jaume 1, che già aveva visto all’opera sindaci storici del post franchismo come Pasqual Maragall, Joan Clos e Jordi Hereu. Perché proprio alla sua appartenenza alla categoria della “gente”, come inseguito si vedrà, Ada Colau fa risalire il segreto del successo della lista Barcelona en Comú alleata con Podemos. Una strategia che ha legato i movimenti cittadini in varie città spagnole agli eredi di quello che fu il movimento degli Indignados da cui è nato il movimento di Pablo Iglesias, e che dalle piazze li ha portati nel cuore delle istituzioni decretando la fine del bipartitismo spagnolo.

Per ragioni anagrafiche Colau appartiene alla generazione Erasmus, il cui più importante effetto sembra essere quello di aver allevato una generazione di giovani che credono fermamente negli ideali originari dell’Europa e soprattutto nel concetto di fare rete. Dai quartieri cittadini, dove Colau ha mosso i primi passi, fino al più ampio scenario di città europee che si ribellano alla miopia delle politiche di austerità promosse da Bruxelles, volendo tutelare le necessità che provengono dalle varie cittadinanze, messe a dura prova dagli effetti di una crisi economica che, più che congiunturale, rischia di apparire epocale.

Con in più, e questo è un punto su cui Colau insiste con forza, la femminizzazione della politica come valore aggiunto di una nuova prassi che si basa sull’empatia e sulle nuove grammatiche che l’irruzione delle donne nella vita istituzionale ha comportato nel sempre più stanco alternarsi dei partiti storici del post franchismo, travolti dagli scandali che ne hanno minato la credibilità, e dalla ormai assodata incapacità di parlare, appunto, alla gente.

Elementi che hanno premiato lo sforzo di Ada Colau e della gente di Barcellona nella conquista del governo della città catalana. E nel contempo hanno proiettato la figura della giovane sindaca facendone uno dei personaggi più interessanti ed originali nel panorama della politica spagnola ed europea. Abbiamo incontrato Ada Colau i Bolano a margine dell’incontro “Le Città Ribelli per cambiare l’Europa” svoltosi a Marghera nei giorni scorsi.

Ada Colau, come ti è successo di giungere all’impegno nelle istituzioni?

Devo dire che non ero interessata alla politica deipartiti e delle istituzioni cui avevo detto tante volte di no. Poi in breve tempo la situazione è cambiata ed è successa una cosa che anche a Barcellona era inimmaginabile. Barcellona è una città aperta, di tradizione disinistra, dovehanno governato sempre gli stessi. Quelli che erano vicini al potere, che si conoscevano tra di loro e che frequentavano gli stessi ambienti. Io invece non conoscevo nessuno, non il potere economico, non i media.

Sarà stato difficile quindi…

Nei primi giorni di governo della città devo confessare che sono accadute delle cose divertenti quando ho dovuto incontrare gente che ha sempre avuto molto potere. C’era come un imbarazzo di non conoscersi e di non sapere cosa dire. Dato che queste persone erano abituate a relazionarsi sempre con un sindaco che conoscevano bene. Dovevamo quindi iniziare un rapporto da zero, e credo che già questa cosa sia positiva. Io ho chiesto subito collaborazione sincera, un rapporto pulito e trasparente, basato sugli interessi comuni della città. A Barcellona si sono alternati diversi governi cittadini, ma la differenza l’ha fatta sempre il tessuto dei quartieri, il tessuto sociale, culturale e politico che è sempre stato molto vivo. Questo spiega anche il nostro arrivo, che altrimenti non sarebbe stato possibile. Quando abbiamo introdotto nella gestione tra il privato e il pubblico questa idea di “In Comune” non abbiamo proposto un’ipotesi o fatto un nuovo discorso. Non abbiamo inventato nulla, ma abbiamo parlato dell’esperienza. Nel nostro caso, della nostra esperienza. Partendo nonsolo dalla corruzione, ma anche dalla lontananza che esiste tra istituzioni e cittadini, il non sentirci rappresentati. E nei momenti di crisi, come si è verificato negli ultimi anni, abbiamo dovuto cercare risorse per avere risposte alle necessità più fondamentali. Dalla casa alla sanità, all’istru – zione. In breve alle cose più importanti della vita.

E come avete operato?

Siccome le istituzioni erano sempre più lontane e con meno risorse finanziarie da destinare alle necessità sociali, ci siamo organizzati nei quartieri e nei posti di lavoro e di non lavoro, negli spazi informali e di amicizia e di affinità. Questo ci ha permesso di scoprire che avevamo più potere di quello che ci avevano detto. Quando ci avevano raccontato che dopo la dittatura era arrivata la democrazia, e che questa giovane democrazia era un luogo di arrivo. Che non era un luogo da costruire in comune, ma che tutto era già stato fatto e bastava solo votare ogni quattro anni. Mentre le cose andavano sempre peggio per le nostre vite e ci siamo dovuti organizzare e abbiamo fatto questa esperienza. Io ho fatto la lotta per il diritto alla casa contro gli sfratti massicci che abbiamo subito e contro il comportamento abusivo delle banche e le case vuote. E soprattutto contro un discorso ufficiale per cui non c’era niente da fare e che non esisteva u n’alternativa. Se tu hai perso tutto in questo mondo egoista e materialista è colpa tua. Potevi deprimerti, potevi suicidarti, potevi chiedere scusa, ma non c’era nient’altro da fare. Eri povero ed era colpa tua. Questi anni di crisi in Spagna sono stati veramente duri, ma non ci siamo arresi, ci siamo organizzati. E pian piano abbiamo fatto quello che ci hanno detto che era impossibile.

Come vi siete mossi?

Abbiamo cominciato a bloccare gli sfratti e a forzare le banche a negoziare. Abbiamo organizzato una mobilitazione sociale senza precedenti. Poi sono arrivati gli Indignados e il 15M, ci siamo organizzati nei quartieri. E le cose che sembravano impossibili sono cominciate a succedere. Questo è il nostro tesoro, la nostra esperienza pratica. E le persone che avevano perso tutto e che non contavano per nessuno, quelli che erano persi e fuori dal sistema e che non erano recuperabili, cisiamo organizzati e poici siamo presentati alle elezioni. E abbiamo vinto. Sono ancora in tanti a non crederci. Quelli che sono stati al governo del comune per decenni ci guardano e non ci credono. Ma noi siamo lì.

Sta nascendo una rete di città europee, vi state organizzando anche qui dal basso?

Sì, c’è un’altra Europa che si sta ricostruendo dal basso con i cittadini, che dicono no all’Europa dell’austerità, della burocrazia e che chiude le frontiere agli emigrati. Con i cittadini che si ribellano ogni giorno. Da Barcellona, Napoli, Madrid, Saragozza etc. Siamo di fronte alla più forte crisi da quando è nata l’Europa , il che mette a rischio il nostro presente e soprattutto il futuro. Io penso che bisognaricordarecon piùemozionechemai che l’Europa è nata per dire mai più all’orrore, alla violenza e alla guerra. Vogliamo essere un territorio di diritti umani, di pace. Un territorio che afferma la vita umana e la difende con tutta la sua dignità e con tutti i diritti. Questo è il sogno dell’Europa. Che è da tanto che è in crisi, perché è stata costruita dall’alto e non dal basso. Su interessi economici e politici e sulla burocrazia di Bruxelles che è lontanissima dai cittadini e dai loro problemi quotidiani. Con delle politiche economiche che hanno creato un’enorme dis eguaglianza.

Come giudichi l’esperienza di Syriza in Grecia relativamente ai condizionamenti esercitati dall’Europa?

La vedo un’esperienza non solo interessante, ma anche come una fonte di speranza, perché nella situazione più difficile di tutte il popolo greco non si è arreso. Al contrario ha votato Syriza, malgrado le minacce e il linguaggio della paura usato dalla Trojka. E questo è un gesto di sovranità. Ovviamente nessuno ha detto chesarebbe statofacile. È stata una battaglia e bisogna andare avanti. E nel sud Europa siamo sempre in più a costruire alleanze e un nuovo modo di far politica.

Quello che colpisce in queste esperienze sembra essere il differente approccio della politica nei confronti dei cittadini…

Siamo gente. Io sono una persona normale che è arrivata in un posto dove nessuna persona “normale” era mai arrivata. Sono la prima sindaca della città di Barcellona, non solo donna, ma di origine umile. Siamo arrivati al potere con una grande forza sociale. Siamo gente e abbiamo detto “Non in nostro nome” e che tutte le istituzioni oggi non ci rappresentano. La soluzione non è stata l’indifferenza, ma riprendere le istituzioni per rimetterle di nuovo al servizio del comune.

Come ti pare abbia agito l’Europa sul problema dei rifugiati?

Qui siamo al fallimento totale. Se c’era un momento per dimostrare che l’Europa aveva un senso e che era fiera della ragione per cui esiste, era proprio questo. Ogni giorno vediamo immagini di donne, uomini, bambini e persone anziane che scappano dall’orrore. E l’Europa chiude le frontiere e li manda alla morte nel Mediterraneo. Davanti a questo l’impotenza e l’orrore provata da tanti di noi. Ma non ci rassegniamo. Alziamo la nostra voce. Lo fanno i cittadini che ancora una volta dimostrano alle istituzioni che dicono che non c’è alternativa a questa situazione perché altrimenti ci sarà il caos, che il caos invece arriva chiudendo le frontiere. Questo sta provocando milioni di morti. Questo è il caos! Noi vogliamo l’ordine, l’ordine della pace, della vita e dei diritti umani.

E l’Europa dice che non esiste altra strada?

No, l’alternativa ci deve essere. Milioni di spagnoli e di catalani non hanno aspettato l’autorizzazione da parte di nessuno. Hanno preso le loro ferie e con i loro risparmi sono andati a Lesbo e a Lampedusa e in altre parti d’Europa ad aiutare con le loro mani. Loro sono il nostro esempio. I cittadini e le cittadine che dimostrano che un’altra Europa è possibile, che è reale ed è una realtà. Come città dobbiamo essere al fianco di questi cittadini e queste cittadine, difendendo quell’Europa di cui vogliamo sentirci fieri.

A Barcellona cosa avete fatto?

Abbiamo detto subito che vogliamo essere città rifugio, perché ce l’hanno chiesto i nostri cittadini, non perché siamo illuminati. E la risposta è stata incredibile e non solo dei miei concittadini, ma anche di altre città spagnole ed europee. Abbiamo detto di voler fare una rete di città rifugio e non c’è stato nemmeno bisogno di chiamarci. Tutto è stato molto spontaneo e forte. Questo messaggio è arrivato ed ha fatto del male agli stati, portando a delle discussioni nella Commissione europea e all’Onu. Queste politiche le decidono gli stati, però qualcosa sta cambiando grazie a questa forza che proviene dal basso. Credo sia anche importante dire che bisogna ripensare la governance mondiale, partendo dal fatto che ora la realtà sono le città. La gente sempre più abita nelle zone urbane, mentre gli stati sono organismi antichi, magari hanno un senso per certe cose, ma fanno fatica a fare delle politiche che poi abbiano successo.

Quindi?

Quindi dobbiamo vedere in questo protagonismo delle città non solo una possibilità di rigenerare la democrazia dal basso, ma anche lo strumento per poter attuare delle politiche più efficaci. Per far capire agli stati d’Europa che se le politiche potranno avere successo, ciò sarà soltanto perché le città si compattano. Non solo per fare politiche più democratiche, più giuste. Ma più efficaci. Se vogliamo fare delle politiche sull’emigrazione, che senso ha che a Bruxelles si decida una cosa, mentre poi gli emigranti arrivano nelle nostre città? Noi dobbiamo e vogliamo dare una risposta e alla fine ci costringono a diventare uno stato in parallelo, perché la realtà non aspetta. Ugualmente accade con le politiche dell’ambiente, con quelle economiche e dell’innovazione.

Veniamo alla rete delle Città Ribelli alla quale Barcellona aderisce. Su cosa la state fondando?

Soprattutto su uno scambio di pratiche, sulla forza delle nostre esperienze. Abbiamo bisogno di esempi concreti che dimostrano che effettivamente quando parliamo di far politica in un altro modo con la gente, stiamo parlando di cose concrete che servono a migliorare la vita. Questa è una cosa fondamentale, può apparire banale, ma non lo è. Perché questo è il punto di partenza di tutti i cambiamenti possibili. Il nostro centro deve essere la pratica, l’esempio e la vita della gente. Su queste cose possiamo fare la rete, che non deve essere tra sindaci o tra governi, ma deve essere davvero una rete di città per tutti i cittadini. La cosa più importante in questi anni che ha portato me, per fare un esempio, alla carica di sindaca, è successa fuori dalle istituzioni. E anche oggi le cose più importanti continuano ad accadere fuori delle istituzioni. Se la maggioranza delle persone, sia che partecipino sia che non partecipino ai movimenti, non è convinta che le cose possono essere diverse, falliamo tutti.

E chi invece, come te, opera dentro le istituzioni?

Dobbiamo essere molto di più al servizio di questo cambiamento che va ben più al di là delle istituzioni. Questo è l’unico potere che abbiamo. Non abbiamo il potere economico, non abbiamo i media. L’unico potere che abbiamo è quello della gente. E’ quello che dobbiamo rinforzare. Sempre, non i sindaci. Il nostro passo all’interno delle istituzioni deve essere al servizio di quel potere cittadino. Ti faccio un esempio concreto che parte dalla mia esperienza sulle lotte della casa. Il governo precedente di Barcellona, pur in presenza di una forte pressione popolare, in quattro anni era riuscito a riprendere solo 19 case che erano vuote dalle banche per metterle in affitto sociale. Noi in quattro mesi siamo riusciti ad avere 600 appartamenti. Perché con noi c’è un’enorme forza sociale, di modo che quando io vado a negoziare con una banca, questa sa che non sono io sola, ma che con me c’è una forza sociale che mi spinge. Insomma, il cambiamento culturale, di valori, di simboli e di riferimenti. Questo può trasformare la realtà.

Come il cambiamento prodotto dalla partecipazione delle donne alla politica?

Bisogna femminizzare la politica non solo perché abbiamo bisogno di più donne nei posti decisionali, ma per cambiare i valori, le priorità e i modi di fare. E’un’anomalia che pur essendo le donne la metà della popolazione, io sia la prima sindaca. Quando parliamo di mettere la vita delle persone al centro di tutte le politiche pubbliche, di empatia. Quando parliamo di creare altre grammatiche, una grammatica al femminile. Perché stiamo denunciando che il sistema che subiamo e contro il quale ci ribelliamo è liberista e anche patriarcale, non dimentichiamolo. Il maschilismo che fino ad ora ha dominato il mondo ci considerava deboli. Tutto il contrario. Quindi, con questa forza, difendere la speranza. Mai l’ingenuità. Non siamo ingenui, non siamo ingenue, ma abbiamo tantissima speranza perché stiamo dimostrando nel quotidiano che effettivamente le cose possono essere molto diverse. Possiamo mettere la vita, la cooperazione, la generosità, il coraggio e il lavoro di rete al centro della nostra pratica. Che succederà secondo te con il nuovo governo in Spagna? Non lo sappiamo che succederà con il governo (scoppia a ridere). Il Partido Popular deve trovare un appoggio, che però al momento non ha. Dipenderà dal Psoe se vorrà affiancarsi alle forze del passato o a quelle del cambiamento. Il problema è quindi del partito socialista e dovrà risolverlo.

Grazie a www.ytali.com

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