“Un Sì anche per fermare il vento populista che soffia oltreconfine”, parla Fassino

Referendum
Il sindaco di Torino, Piero Fassino, durante la conferenza stampa di fine anno presso la Sala Colonne del Municipio, Torino, 29 dicembre 2015. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

“Trump, la Brexit, Le Pen in Francia, il voto in Austria: in questo contesto è evidente il valore politico del referendum costituzionale”

«Per far fronte e contrastare il vento populista, le forze di progresso sono chiamate a una sfida ineludibile: ridefinire idee e strategie in grado di tenere insieme modernità e redistribuzione, innovazione e uguaglianza». A sostenerlo è Piero Fassino, neo presidente del gruppo Socialista del Congresso dei poteri locali e regionali del Consiglio d’Europa.

Da Est a Ovest nel mondo, e in particolare in Europa, spira un freddo vento populista.

«Un vento ulteriormente alimentato oggi dalla vittoria di Trump negli Stati Uniti, anche se i segnali nel nostro Continente erano presenti già prima delle elezioni americane. Cinque mesi fa abbiamo avuto il referendum in Gran Bretagna, che ha segnato la vittoria di quelli che sognano un Regno Unito chiuso nelle sue frontiere e distante dall’Europa, nell’illusione che nella solitudine possano difendersi meglio. Qualche settimana dopo abbiamo avuto le presidenziali in Austria che hanno visto il candidato progressista vincere per lo 0,1% contro l’esponente della destra populista che ha raggiunto il 49,1%, e il 4 dicembre quelle elezioni saranno ripetute e tutti ci auguriamo che quell’esiguo margine con cui l’esponente progressista ha vinto non sia anch’esso travolto dall’onda populista. Due settimane fa abbiamo visto come Trump abbia vinto negli Usa cavalcando le paure e le inquietudini di una parte significativa dell’opinione pubblica americana. Tra qualche mese si voterà in Olanda e ad oggi tutti i sondaggi danno in testa il partito xenofobo e anti-immigrati. E sempre in primavera si voterà in Francia, in una elezione presidenziale dall’esito quanto mai incerto, a cui due mesi dopo seguiranno le elezioni legislative e ad oggi i sondaggi danno il Front National di Marine Le Pen come primo partito nei consensi elettorali. E in questo contesto, risulta evidente quanto anche il nostro referendum costituzionale abbia un valore politico: non è davvero indifferente, in questo clima, se a vincere saranno i sì o i no. Se poi il nostro sguardo si allarga a Est, vediamo come anche in quella parte di Europa – in Polonia, in Ungheria, nella Repubblica Ceca – spiri un vento di ripiegamento nazionalista alimentato da ostilità nei confronti dell’Unione Europea e dalla paura dell’immigrazione ».

È una deriva inarrestabile?

«Sarebbe suicida considerare tutto ciò come qualcosa di inevitabile e rassegnarsi al peggio. Il tema che sta di fronte alle forze democratiche è come rispondere alle paure, alle frustrazioni, alle inquietudini di quella parte di cittadini che ha visto la propria, vita, il proprio lavoro, il futuro dei propri figli insidiati dalla crisi di questi anni. C’è una parte di popolazione che ha vissuto sulla propria pelle le tante precarietà prodotte dalla crisi, ha visto erodere sempre più quelle condizioni di sicurezza su cui aveva costruito la propria vita. Ed è proprio a questa opinione pubblica che si rivolgono i movimenti populisti. Direi di più. Quelle inquietudini e quelle paure hanno generato un sentimento di esclusione in tanti che, a ragione o anche a torto, non si sono sentiti rappresentati o tutelati da chi aveva responsabilità di Governo e più in generale dalle forze politiche tradizionali.. Non è un caso che i movimenti populisti sottraggano voti alla sinistra ma anche a partiti e movimenti moderati o conservatori».

In una intervista a l’Unità, Jean-Paul Fitoussi ha sottolineato come i populismi siano rafforzati dalle disuguaglianze prodotte dall’austerità.

«Non c’è dubbio che in questi anni la crisi abbia prodotto un allargamento delle disuguaglianze. La crisi non colpisce mai tutti allo stesso modo. C’è una parte della società che nella crisi riesce comunque a reggere e a tutelarsi e ce n’è un’altra, più debole, che invece paga, e paga in modo più acuto. In questo senso è certamente vero che una globalizzazione non governata abbia prodotto ineguaglianze e disparità».

È dunque la globalizzazione responsabile di tutto ciò?

«Quando si parla di globalizzazione bisogna evitare letture manichee e demonizzanti, perché la globalizzazione ha anche consentito a miliardi di uomini – pensiamo alla Cina, all’India, ai Paesi emergenti – di entrare nel mercato mondiale e di accedere a consumi e a condizioni di vita sconosciuti a quei popoli fino a pochi decenni fa. Il che ha però inciso in senso inverso sulle condizioni di reddito e di vita per una parte di cittadini dei Paesi industrializzati. E il Continente che più ha vissuto questa contraddizione è proprio l’Europa; contraddizione aggravata da politiche economiche che anziché essere fondate su programmi espansivi e di crescita, si sono arroccate intorno all’equilibrio di bilancio praticando politiche di austerità e di rigore che hanno reso ancor più difficile il contrasto alle precarietà prodotte dalla crisi. Ed è perciò evidente e urgente che l’Unione Europea cambi le sue politiche, mettendovi al centro lo sviluppo, gli investimenti, il lavoro».

In questo scenario, qual è la “mission” delle forze progressiste e di sinistra europee?

«Intanto sottrarsi alla tentazione di imitare i populisti. Dalle primarie del centrodestra francese viene un segnale da cogliere: quegli elettori non hanno scelto Sarkozy che ogni giorno di più imitava la Le Pen, ma si sono orientati su candidati conservatori sì, ma non populisti. Naturalmente questo non basta: di fronte alle forze di sinistra e progressiste c’è il compito non facile ma ineludibile di ripensare alle strategie economiche e sociali in grado di tenere insieme modernità e redistribuzione, innovazione e uguaglianza. Quello di cui abbiamo sofferto in questi anni è la difficoltà a tenere insieme questi termini. Per riuscirci occorre coraggio intellettuale, ambizione riformatrice, e determinazione a darsi un pensiero nuovo. Non usciremo dalle nostre difficoltà illudendoci che basta fare quello che facevamo nel Novecento. Siamo in un secolo nuovo in cui tutto è cambiato rispetto a qualche decennio fa e dunque serve un pensiero nuovo, capace di far vivere i valori propri della nostra storia in una società profondamente trasformata. D’altra parte il Pd lo abbiamo fatto per questo e deve essere all’altezza di quella ambizione. In altri termini, il tema all’ordine del giorno è ridefinire che cosa debba e possa essere la democrazia e i suoi valori di uguaglianza e di libertà nel tempo della globalizzazione, del web e della comunicazione digitale; nel tempo delle sovranazionalità e delle frontiere aperte».

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