Un operaio alla guida dei pensionati

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Parla Ivan Pedretti, nuovo segretario generale dello Spi Cgil (3 milioni di iscritti) che ha preso il posto di Carla Cantone

Sono un operaio del Nord, un (ormai) vecchio comunista che sta lì per rompere gli equilibri interni. E come tutti gli operai sono cauto e moderato perché quando si sciopera si rinuncia allo stipendio e quando si ci divide poi ricomporre le fratture fra lavoratori è dura. Credo di essere molto più di sinistra di quelli che mi dipingono come un “destro”. Un sindacalista sempre confederale ed unitario, a partire dalla Fiom ai tempi della Flm (la federazione unitaria degli anni ottanta, Ndr) per finire allo Spi, la federazione più confederale della Cgil. Io “l’Unità” l’ho sempre portata in tasca, è stata sempre con me: mi è costata anche un spostamento quando nel 1971 l’averla portata in reparto con 50 operai portò il padrone, ex partigiano, a spostarmi di sopra al capannone dove eravamo solo in due a fare carabine a gas per i luna park”. Ivan Pedretti è da mercoledì il nuovo segretario generale dello Spi Cgil, il sindacato dei pensionati che conta quasi 3 milioni di iscritti ed è dunque l’organizzazione più grande in Italia. Nato e cresciuto in Val Trompia, vicino alla Brescia di Sabatini e Cremaschi, della strage di piazza della Loggia, degli immigrati africani e del leghismo. La sua vita sindacale è però stata trascorsa quasi tutta in Veneto, tra Verona e Venezia, tanto da farlo considerare a tutti gli effetti «un veneto».

Pedretti, lei ha appena preso il posto di Carla Cantone con cui è in segreteria dello Spi dal 2010. Continuità o cambiamento?

«Carla io l’ho incontrata prima che mi chiamasse a Roma per entrare nella segreteria. In due occasioni in cui abbiamo avuto una certa dialettica dovuto alle dinamiche della confederazione. In tutte e due le occasioni entrambi abbiamo apprezzato la schiettezza dell’altro. La stima c’è stata subito e per me è questi sei anni di lavoro comune sono stati importantissimi e bellissimi. Ha un carattere coinvolgente ed esuberante e ci accomuna lo spirito per la battuta. Io ho condiviso ogni sua decisione in questi anni in cui ho fatto parte del gruppo dirigente. Poi ognuno ha il suo modo di dirigere, ma la linea è quella».

Lei è stato a lungo un operaio e la sua carriera sindacale è legata a l’Unità...

«Ho iniziato a lavorare a 15 anni nel 1969 in una piccola azienda artigiana. Poi sono passato ad una fabbrica di torni, la Omg che produceva torni e armi. Lì mi sono iscritto alla Fgci. Ho iniziato a cercare di organizzare il sindacato. Portai l’Unità in reparto per far sì che i lavoratori si avvicinassero alle questioni politiche e di diritti e tutele all’interno della fabbrica. Eravamo in 50, ma il padrone, un ex partigiano fra l’altro, la visse come un disturbo per la dinamica produttiva del reparto e mi spostò nel reparto sopra il capannone dove eravamo in due a produrre carabine a gas per i luna park. Ci rimasi due anni, poi nel ‘73 col boom economico feci domanda alla Mival Beretta, una ditta di motorini che fu comprata dalla Beretta per produrre armi per gli Stati Uniti e dove con le 150 ore sono riuscito a studiare».

Ha passato buona parte della sua carriera sindacale della Fiom. Passa però per essere “un destro”

«Diciamo solo che ero più cauto e meno azzardato di altri. A Brescia ho lavorato con Sabatini e sono stato molto vicino a Pio Galli. Ho fatto anche una esperienza a Roma nell’area organizzativa. Poi sono andato a Verona e lì sono diventato segretario della Fiom. Da sempre io sono stato unitario tanto è vero che a Verona siamo stati fra gli ultimi a chiudere quell’esperienza, la abbiamo portata avanti fino al 1986 mentre nel resto d’Italia si chiuse nell’84».

Un ricordo indelebile per lei è stata la strage di piazza della Loggia a Brescia.

«Sì, sento ancora l’odore della pelle bruciata dopo l’esplosione. E’ una cosa che ti rimane dentro e che non si può descrivere. Noi giovani del movimento reagimmo subito: il giorno dopo riempimmo la piazza e nei mesi seguenti portammo i manifesti contro la stragismo di destra in giro per l’Italia, fino in Calabria».

Veniamo all’oggi. Qual è la situazione dei pensionati oggi in Italia?

«Dal 2010 ad oggi sono stati anni complessi, di grande crisi, in cui ogni governo che si è succeduto è intervenuto, oltre che sulla sanità, soprattutto sul sistema previdenziale perché è lo strumento più facile per fare cassa. Noi come Spi siamo stati il sindacato che non ha solo denunciato ma che ha cercato di negoziare, con tutti. Il risultato più grande, spesso sottovalutato è stato di garantire la salvaguardia per potere d’acquisto delle pensioni. Monti voleva tagliarle da una volta e mezza il minimo, circa 500 euro netti, e noi siamo riusciti ad alzare il limite a 3 volte il minimo circa 1.200 euro nette al mese tutelando così l’80 per cento dei pensionati che rappresentiamo anche per il futuro se dovesse ripartire la macchinetta dell’inflazione. Lo abbiamo ottenuto contattando anche politici di destra come Sacconi e Cazzola, così come sul territorio abbiamo chiuso tantissimi accordi di contrattazione sociale anche con Galan e Maroni per leggi regionali sulla non autosufficienza sulla sanità, sui trasporti e l’ambiente».

La contrattazione sociale e territoriale è il vostro fiore all’occhiello.

«L’ultima e forse migliore l’abbiamo firmata con la Serracchiani in Friuli sull’invecchiamento attivo e il riordino del sistema sanitario. E allora proprio per questo, se è utile fare contrattazione, non è comprensibile l’impossibilità a farla a livello nazionale col governo. Il mancato dialogo è dovuto al fatto che non ne percepiscono l’importanza: è nata da Monti, è stata praticata da Letta e allargata da Renzi. E’ l’idea che si può fare a meno di un confronto con dei soggetti che rappresentano un interesse legittimo. E mi fa specie che non ne capiscano l’utilità».

Voi però siete gli unici fra i sindacati che avete un tavolo di dialogo aperto con il governo. Con Fnp Cisl e Uilp avete incontrato spesso il ministro Poletti. Che ha promesso di definire con voi le nuove norme sulla rivalutazione delle pensioni che deve partire dal 2017.

«È vero. Siamo gli unici e lo abbiamo conquistato con il dialogo. Poletti è una persona seria che ha capito che siamo responsabili e affidabili e l’importanza di renderci partecipi di un cambiamento importante. Sul nuovo sistema di rivalutazione noi ora chiediamo che il confronto si apra al più presto per poter costruire insieme norme giuste e utili anche per il governo».

Quali altri argomenti vorreste discutere col governo?

«Faccio un esempio sulla stretta attualità. L’utilità per il governo di avere con sé un sindacato nell’accoglienza degli immigrati perché solo così il paese tiene. Lo abbiamo fatto a Brescia dove negli anni novanta sono arrivati tanti lavoratori africani e ora lo dobbiamo fare in tutte le periferie: vanno fatte assemblee per spiegare l’importanza dell’inclusione sociale, per governare un processo inevitabile per impedire che anche tra le persone anziane crescano sentimenti di intolleranza verso gli stranieri, per evitare che vincano Salvini e Grillo che grattano la pancia dell’insofferenza, che è la cosa più semplice da fare».

La grossa critica che viene fatta è l’egoismo: gli anziani non vogliono tagliarsi la pensione per aumentarle nel futuro ai giovani

«E su questo le faccio un altro esempio. Noi abbiamo proposto al governo una cosa molto semplice: sulla rivalutazione delle pensioni c’era la sentenza della Corte Costituzionale. Noi, come Spi, abbiamo chiesto che una parte dei soldi invece di essere restituita andasse ad un Fondo di garanzia per i giovani. Perché i nostri iscritti sono anche d’accordo a destinare una parte delle risorse per favorire i loro figli e nipoti, ma vogliono la certezza che questo accada e non che i soldi gli vengano tolti per ridurre il debito pubblico come è successo con la riforma Fornero. Era una proposta di sinistra che dimostra come il sindacato sia per la solidarietà intergenerazionale. Invece il governo ha deciso da solo, sbagliando a non percepire l’opportunità. Mi pare che abbia un ego troppo alto di sé».

Però un’altra vostra conquista nell’ultima legge di stabilità è la parificazione della no tax area con quella prevista per i lavoratori dipendenti: è stata innalzata a 8mila euro. Il governo vi ha ascoltato.

«Sì, ma non basta. Se, a differenza dei lavoratori dipendenti, a noi pensionati non sono stati dati gli 80 euro, adesso ci deve dare la parificazione fiscale che va oltre alla parificazione della no tax area. Significa che a parità di reddito fra lavoratori e pensionati si applichi, per ogni fascia di reddito, la stessa aliquota. Ora non è così: i pensionati sono sfavoriti». Qual è il vostro rapporto col Pd? Moltissimi vostri iscritti hanno anche la tessera del Partito democratico e ne sono militanti. «E corre il rischio che anche i nostri pensionati non rispondano alla chiamata che adesso arriva solo quando ci sono le elezioni. Che non vadano a votare o che guardino altrove. Io non vedo più un partito degno di questo nome sul territorio. Io vorrei un partito un po’ più pesante, organizzato, democraticamente sostenuto non solo in campagna elettorale». Questa è una critica che però vale anche per i sindacati, anche per la Cgil… «Certo, vale anche per noi. Di Vittorio organizzò i contadini campo per campo, poi diventammo un grande sindacato industriale. Ora dobbiamo tornare sul territorio: allargare le sedi, interessarsi del bene comune: di sanità, ambiente, territorio. Io per esempio in Fiom sono stato tacciato di essere a favore degli enti bilaterali, le organizzazioni miste in cui i sindacati unitariamente con le imprese forniscono servizi. Ma nel Veneto delle piccole imprese era l’unico modo per entrare in contatto con i lavoratori: solo così possiamo conoscerli e avvicinarli al sindacato».

Nella sua relazione di mercoledì ha dato grande spazio al tema dell’innovazione. Come la intende portare avanti?

«Come un riposizionamento sul territorio, allargando la contrattazione sociale che specie al Sud è ancora poco sviluppata. Dobbiamo imparare dagli americani che quando sono in crisi chiamano tutti per uscirne. In più voglio cercare di cambiare la percezione che si ha dello Spi facendo una grande indagine sugli anni sessanta fino agli anni ottanta. Vorremmo offrire ai giovani l’idea che lo Spi rappresenti sì la memoria della Resistenza e della Costituzione per la quale hanno lottato i nostri padri ma anche le vittorie del movimento del ‘68: che oltre ai diritti politici e sindacali, allo Statuto dei lavoratori, ha portato la libertà sessuale, la minigonna. Che ha portato Bruce Springsteen al posto di Orietta Berti».

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