Umunna, l’Obama britannico che vuole cambiare il Labour

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epa04412066 British Labour Party's Chuka Umunna, Shadow Business Secretary delivers his speech during the Labour's Annual Conference in Manchester, Britain, 22 September.  EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

Chuka Umunna, 36enne di origine nigeriana, è il volto nuovo dei laburisti. Ora è ministro ombra dell’industria: “La gente non ha creduto nelle nostre capacità di gestire l’economia”

Qualcuno ha visto in lui l’Obama britannico, quel mix tra continenti e culture che può segnare un punto di svolta. Padre nigeriano, un quarto di sangue irlandese, un quarto britannico per parte di madre. Contaminato anche politicamente, tra discendenza blairiana e difesa della working class, non estraneo alle diverse anime del partito, una scelta che rivendica. Quando nel maggio scorso Chuka Umunna si era candidato alla leadership del Labour inglese uscito con le ossa rotte dalle elezioni, il quotidiano britannico Guardian aveva trovato in lui “il portamento del politico maschio alfa”. Candidatura di breve durata, tre giorni appena di sovraesposizione mediatica lo hanno convinto ad un passo indietro per riguardo alla famiglia. Ma non è detto che sia questo l’esito della partita, per il ministro ombra del commercio e dell’industria del Labour, ieri ospite del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi, per un incontro bilaterale a Roma. Sul tavolo in primo piano – ma non unica – la questione del referendum britannico sulla Ue, con il rischio della Brexit, manifestazione maiuscola della tensione centrifuga che attraversa l’Europa e sulla quale la sinistra europea può dire la sua.

“Sono venuto per imparare dal Pd, se vogliamo tornare a vincere dobbiamo imparare dagli altri partiti che ce l’hanno fatta” dice Umunna, 36 anni, scuole di qualità alle spalle, un’esperienza da parlamentare sufficiente a proiettarlo – se le cose in maggio fossero andate per il verso giusto – ad una poltrona da ministro degli affari economici. Quale potrebbe essere la sua leadership, semmai un giorno, lo racconta bene una sua affermazione di poche settimane fa. “Il futuro (del Labour, ndr) sarà sposare insieme il meglio del Blu e del Nuovo”, il partito tradizionale che guarda a sinistra e l’anima blairiana. “Non sono il più tribale dei politici… Penso che abbiamo bisogno di andare oltre le vecchie e nuove distinzioni”.

Intanto cominciamo da che cosa è andato storto. I pronostici vedono anni bui davanti al Labour, tanta è la disaffezione dell’elettorato. Come possono tornare a vincere i laburisti?

“Ci sono diverse cose da fare. La prima è che dobbiamo dimostrare di avere la capacità di gestire la finanza pubblica e l’economia, dimostrare di saper centrare gli obiettivi. Se non fai vedere agli elettori che sai gestire l’economia con competenza, è molto difficile convincerli a votarti. Renzi ha dimostrato che anche da sinistra si può governare con competenza in campo economico e ha ottenuto più spazio a livello europeo sui temi della crescita perché ha dimostrato di saper affrontare debito e deficit. Il problema del Labour è che la gente non ha creduto nelle nostre capacità di gestione della crisi finanziaria, mentre ha creduto alla versione Tory che ci vedeva responsabili della crisi. Non abbiamo saputo spiegare. Secondo punto: dobbiamo anche avere la capacità di lavorare in partnership con il business, non contro, perché è là dove si creano posti lavoro. Terzo punto: la gente ora è molto sospettosa nei confronti delle elite politiche, anche nel nostro Paese ci sono manifestazioni di anti-politica. Il modo per contrastare questa realtà è restituire potere alla gente che se ne sente privata. Penso ad un modello federale che restituisca potere a livello locale e renda partecipe la comunità. Ultima cosa il linguaggio. Dobbiamo in questo imparare dalla destra e usare un linguaggio semplice”.

All’interno del Labour – ma lo stesso potremmo dire di tanti altri partiti della sinistra europea – si scontrano letture diverse. Di fronte all’insuccesso elettorale c’è chi chiede più sinistra, chi esattamente l’opposto. Qual è la sua ricetta?

“Non è questione di definizioni. Non credo che ci sia niente di socialdemocratico nell’aumentare il debito del Paese, che poi si traduce in maggiori interessi e quindi in un aggravio per la popolazione. Credo che non solo per quello che ci riguarda, ma anche a livello europeo e globale dobbiamo riuscire come sinistra a coniugare insieme competenza economica e giustizia sociale. Questo nel breve termine. In una prospettiva più lunga la sfida è riuscire a dimostrare di saper affrontare la globalizzazione. Questo fenomeno che per tanti Paesi – penso all’Asia,ma anche all’Africa, mio padre era nigeriano – è stata una grande opportunità per uscire da condizioni di miseria è stato vissuto da noi solo come una perdita di posti di lavoro. Il compito del centro-sinistra è dimostrare che la globalizzazione può funzionare anche da noi”.

Come per esempio?

“Servono nuove idee e soluzioni. Penso ad una green agenda, un settore che può creare grandi opportunità di lavoro ed ha un grande impatto. Ma per realizzarla bisogna puntare sull’innovazione. Il problema della sinistra più tradizionale è che ha vecchie soluzioni per vecchi problemi. Uno dei principi cardine ad esempio è stato per anni alzare le tasse per colpire i redditi più alti e il business. O creare sistemi più stretti di regolamentazione. In un mercato globalizzato questo oggi significa perdere competitività. In un certo senso sì, serve una rivoluzione culturale nel modo di percepire lo Stato. E serve anche la capacità di creare network tra Paesi che hanno caratteristiche simili, come Italia e Regno Unito per esempio. Invocare il marxismo è più facile che gestire la complessità della globalizzazione”.

Jeremy Corbyn, che rappresenta la sinistra, è in testa nei sondaggi sulla futura leadership laburista e sembra avere una visione molto diversa dalla sua.

“Starei attento ai sondaggi, secondo quello che dicevano prima delle elezioni io ora dovrei essere qui in veste di ministro e non di membro dell’opposizione”.

In Europa crescono movimenti nazionalisti e decisamente antieuropei, un fenomeno che non lascia immune la Gran Bretagna, che si prepara al referendum sulla permanenza nella Ue. Quale Europa vede nel prossimo futuro?

“La globalizzazione fa sentire la gente insicura. Si avverte la sensazione di poter perdere il senso della propria comunità e ci si aggrappa ai valori più tradizionali, al patriottismo, al nazionalismo. In Scozia lo Scottish National Party è in realtà un partito nazionalista. Il ruolo della politica è riuscire a trovare un bilanciamento, difendere il senso di appartenenza ma anche accrescere le relazioni con il resto del mondo, invece di alimentare chiusure. L’Europa può riuscire a muoversi in questa direzione basandosi su criteri di sussidiarietà che integrino esigenze diverse”.

Londra però si prepara al referendum sulla permanenza nella Ue.

“Per una rinegoziazione delle relazioni con la Ue sarebbe necessario cambiare i trattati. Ed è un processo di lungo periodo. Credo però che sia possibile trovare un compromesso su un’agenda comune di riforme. Io sono ottimista, una via sarà trovata. Quanto alla necessità che si è manifestata in modo evidente nella crisi greca di avere una governance più forte dell’eurozona, credo che la sfida sia creare un grado maggiore di integrazione e capacità operativa, tenendo presente l’esigenza di democrazia emersa con il referendum. Allo stesso tempo però, è importante che questo processo non comporti la marginalizzazione dei Paesi non euro. Perché l’Europa è una, c’è un mercato unico. E quando si era posta la possibilità di un piano di aiuti umanitari per Atene, beh la questione è stata prospettata a tutti i Paesi Ue non solo a quelli dell’eurozona”.

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