Tursi: “Il blog di Grillo è la negazione stessa dell’uno vale uno”

M5S
Activists of the anti-establishment 5 Star Movement gather in front of the ancient Colosseum in Rome, Sunday, April 21, 2013. A day after Italy's president was re-elected to an unprecedented second term, the leader of an anti-establishment movement says citizens' patience with traditional parties is wearing thin. Beppe Grillo, a comic who heads the Five Star Movement, has dismissed President Giorgio Napolitano's re-election as a bid by doomed parties to hang onto power. Grillo, whose party is the No. 3 bloc in Parliament, predicted in Rome on Sunday that traditional parties would "last a year." (AP Photo/Gregorio Borgia)

Il docente di Filosofia politica: “Nei 5 Stelle c’è una sproporzione enorme tra la testa – chi gestisce la piattaforma web – e il corpo dei simpatizzanti”

«La nuova arma della democrazia grillina si chiama Rousseau. Faccio notare che, secondo molti interpreti, da “Il contratto sociale” di Jean Jacques Rousseau sono nati i germi degli autoritarismi moderni». Antonio Tursi è docente di Filosofia politica e saggista. È uno degli autori di «Alfabeto Grillo, dizionario critico ragionato sul Movimento 5 Stelle» (Mimesis). È in uscita il suo ultimo libro «Partecipiamo, tra autorappresentazione dei media e rappresentanza dei partiti».

Il caso Pizzarotti riapre il tema della democrazia e della trasparenza nel mondo M5S. Il web è sinonimo di entrambe?

«Il web è uno strumento che può agevolare la partecipazione diretta alla discussione pubblica. Non è detto però che ciò avvenga e non è detto che questa maggiore partecipazione alla discussione sia anche una maggiore partecipazione alla decisione. Parlando dei 5 Stelle, ci sono due esempi perfetti: per il reato di immigrazione clandestina, i senatori non hanno seguito le indicazioni del web e votarono l’abolizione del reato; più di recente, sulle unioni civili, dalla Casaleggio e associati arrivò l’ordine opposto a quelle che erano stati gli impegni dei senatori».

Quindi il web non è di per sè democratico e non garantisce nessuno dei due pilastri grillini?

«Bisogna essere molto chiari: il web è uno spazio dove si giocano rapporti di forza così come negli altri tradizionali spazi della politica. Ora il punto è che nei 5 Stelle c’è una sproporzione enorme tra la testa, chi gestisce la piattaforma dei blog, e il corpo degli iscritti e simpatizzanti. Questo dato oggettivo è di per sè la negazione dell’uno vale uno. Però, deve essere chiaro: è sbagliato parlare di dittatura del web; più giusto parlare di dittatura di qualcuno che utilizza il web come una volta si poteva usare radio o tv».

Bene fa Pizzarotti, e non è il solo, a denunciare «le decisioni calate dall’alto da anonimi signori che si nascondono dietro qualche staff comunicazione»?

«Il caso Pizzarotti è molto interessante. Lui fa bene a mantenere viva una coscienza critica, continua quel filone dissidente romagnolo che ha sempre rappresentato il controcanto rispetto alle dinamiche di Grillo e del Direttorio. Rappresenta una pluralità naturale e che solo la retorica populista 5 Stelle sul movimento omogeneo può pensare di nascondere. Voglio dire che Pizzarotti è una garanzia di democrazia per il Movimento».

Peccato che sta per essere espulso. Il sindaco di Parma attacca soprattutto l’anonimato delle scelte.

«Attacca la deresponsabilizzazione che la mancata firma delle scelte comporta. E in un partito la responsabilità dei singoli e poi collettiva dovrebbe essere il fondamento. Sull’anonimato, invece, rilevo una sintonia tra i 5 Stelle e una più ampia tendenza del web che ha dato vita a un “movimento politico potente” – cito l’antropologa Gabriela Coleman) – come Anonymous. L’uso dell’anonimato è grave ma va inserito in un contesto più ampio dove è diventato modalità di azione politica diffusa. Grazie all’anonimato, il repertorio di azione politica dal basso si è allargato. E non solo nei contesti autoritario, anche in quelli democratici».

Sulla trasparenza del web?

«Qui si potrebbe citare Focault che in “Sorvegliare e punire” disse che la trasparenza può essere una trappola. La politica ha dinamiche tali per cui non è detto che vedere tutto sia vedere qualcosa. Le dirette streaming, a cominciare da quella di Bersani, sono state una trappola».

Candidati estromessi; liste bocciate con un clic; sindaci espulsi. Si assiste ad un’involuzione autarchica del Movimento?

«Eppure nonostante queste linee di fuga che dovrebbero minarlo, il Movimento mantiene un forte consenso. Anzi, più diventa partito – si parla di leninismo 2.0 e di nuovo centralismo democratico – e più si rafforza. Piace questo congegno meccanico e autoritario».

L’ultima cabina di regia si chiama Rousseau. È la nuova piattaforma web del popolo grillino. L’ha studiata?

«Osservo che Rousseau è stato il teorico più importante della democrazia diretta. Ma che gli interpreti del suo “Contratto sociale” fanno notare che da qui sono nati i germi degli autoritarismi moderni».

Chi comanda nel Movimento?

«In questo momento ancora più Grillo che non il giovane Casaleggio».

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