Tronti: “Lui non avrebbe spezzato la storia”

Berlinguer
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“Il compromesso storico fu l’ultima grande proposta, non del Pci ma del Paese”

Mario Tronti, senatore del Partito democratico e filosofo dell’operaismo fu chiamato da Enrico Berlinguer nel comitato centrale del Partito comunista ad inizio anni Ottanta. «Fu un atto coraggioso anche perché io, da sinistra, fui quasi sempre contro le sue proposte politiche».

Professor Tronti, lei nel 1994 scrisse un libro su Enrico Berlinguer dal titolo “Il principe disarmato”. I giudizi dati a dieci anni dalla morte del leader del Pci sono ancora attuali?

«In quel libro io descrivevo Berlinguer come un profeta disarmato. E concordo con de Giovanni sull’importanza della descrizione dell’aspetto fisico, psicologico e del carattere di Berlinguer. Il suo carisma, la sua credibilità gli veniva anche dal suo aspetto. Il grande amore popolare che riusciva a suscitare derivava dal fatto che fosse non un politico puro e semplice, ma un uomo impegnato. Anche la gente più semplice da lui traeva indicazioni di modo di vita da una battaglia che andava oltre le sue forze».

Una battaglia, sostiene de Giovanni, da cui uscì sconfitto.

«Vedo che già Beppe Vacca ha risposto che lo sconfitto non fu Berlinguer, ma l’Italia. Io andrei oltre. Siamo tutti sconfitti. A partire da Marx e da tutte le evoluzioni che il suo pensiero ha avuto. La storia però, anche se è finita, non è morta. Sta lì, va tenuta viva, va trasmessa alle generazioni successive. E questo Berlinguer era bravissimo a farlo: per questo è ancora molto amato dai giovani. In più io credo che Berlinguer in vita sua, fino all’ultimo, non si sia mai sentito sconfitto. Il problema è il dopo Berlinguer: la caduta di altezza del discorso politico. Io spesso mi sono fatto una domanda: ma se Berlinguer non se ne fosse andato troppo presto, come avrebbe affrontato l’89?».

Domanda assai interessante: quale risposta si è dato?

«La mia certezza è che avrebbe fatto meglio di quanto è successo. Si poteva fare una fuoriuscita dal comunismo più approfondita, sentita, più aderente alla condizione della società italiana e del sentire popolare di allora. La costruzione di una forza di sinistra che tenesse conto dell’eredità di un partito di massa che ha segnato la rinascita del Paese. Di sicuro Berlinguer non avrebbe spezzato la storia, non avrebbe abiurato il socialismo come fecero i suoi successori. Non è mai stato e mai sarebbe stato un nuovista».

Il Berliguer di «conservatori e rivoluzionari»…

«A quell’espressione citata da de Giovanni e da Vacca è stata data una interpretazione minimalista. Era un’idea innovativa in Berlinguer perché proponeva un problema fondamentale che è quello della continuità storica. Io in questi mesi sto approfondendo teoricamente proprio questo tema: la rivoluzione è un processo, non è mai stata una rottura, nemmeno nel ’17 in Russia».

Biagio de Giovanni sostiene che l’errore principale di Berlinguer fu la proposta di compromesso storico e la mancata alleanza con il Partito socialista di Bettino Craxi. In realtà nelle cosiddette regioni rosse Pci e Psi erano alleati nelle giunte che costruirono un modello di governo…

«Qui la mia interpretazione si discosta da de Giovanni. Il compromesso storico è stata l’ultima grande strategia non solo del Pci ma del Paese. L’ultima grande azione del sistema politico e sociale italiano che poggiava su solide basi: l’idea di ricomporre la frattura fra i due grandi movimenti popolari che avevano dato vita alla Costituzione e che si erano separati nel dopoguerra per questioni internazionali. Il Partito comunista e la Democrazia cristiana erano le due grandi componenti popolari del Paese e l’idea di farli convergere, sebbene in modo parallelo come disse Aldo Moro, era un’idea capace di costruire un futuro per l’Italia. Poi, si sa, in politica le contrapposizioni impreviste a volte sono decisive e gli anni settanta ci portarono da tutt’altra parte. Lì Berlinguer elaborò la cosiddetta svolta ma in quel momento fu Craxi ad entrare a gamba tesa con un intervento fuori luogo. Per quanto riguarda poi la critica di Berlinguer al successivo craxismo è una medaglia che gli andrebbe appuntata al petto. Il craxismo si basava su un’idea di modernizzazione o post modernizzazione in cui accanto ad elementi liberisti c’erano il personalismo della politica, la gerarchizzazione del sistema politico, la battaglia contro i sindacati: tutte politiche non certo da modello socialdemocratico».

Altro passaggio storico discusso e discutibile è quello della questione morale. Lei come lo considera?

«Non mi pare di grande importanza nella storia di Enrico Berlinguer. È stata una battaglia contingente che si rifaceva all’idea di profeta di una moralità assoluta, dell’etica della responsabilità a cui si è sempre richiamata la tradizione comunista italiana. Infatti credo sia più importante rilanciare un altro concetto che è stato assai criticato e dimenticato: la diversità comunista. Ebbene, io credo che fosse reale: io mi iscrissi al Pci perché Palmiro Togliatti e il gruppo dirigente del tempo e quello che lo seguì erano diversi. E lo erano perché portavano avanti una lotta, sebbene con alto senso pratico e quotidiano, una lotta per il socialismo, per cambiare il mondo. E ciò bastava per essere simbolo di moralità assoluta».

Sia lei che de Giovanni, sia pure in tempi diversi, siete diventati parlamentari. Che rapporto aveva Berlinguer con gli intellettuali?

«Era una figura molto, molto aperta. Rimase in contatto con persone anche molto più radicali di lui. Andò davanti a Mirafiori usando parole forti e innovative rispetto alla tradizione togliattiana. Il tanto evocato discorso dell’Eliseo sulla austerità fu accolto molto male dagli intellettuali. La gran parte era post sessantottina e puntava tutto sulla modernità, tanto che molti poi finirono con Craxi. L’unico intellettuale con cui ebbe un rapporto organico fu Franco Rodano che contribuì all’idea di compromesso storico. Enrico Berlinguer era un uomo dai concetti pratici ed elementari: per questo fu inviso a molti intellettuali e invece piacque alle masse, alle persone semplici».

L’ultima critica di Biagio de Giovanni è alla proposta di eurocomunismo che fece invece di avvicinarsi al modello socialdemocratico europeo.

«Quello fu un tentativo estremo di salvare una tradizione. Berlinguer non cercò mai una terza via fra capitalismo e socialismo. Cercò una terza via fra la costruzione del socialismo sovietico e la socialdemocrazia su cui, questo è vero, non volle mai schiacciarsi perché fino all’ultimo fu comunista. Escluderei comunque che non aderire alla socialdemocrazia sia stato il suo più grande errore. Lui considerò fino all’ultimo il Pci come il partito della classe operaia. E io credo che proprio da qui dobbiamo ripartire. Riprendendo in mano il pensiero di Berlinguer per aggiornare la critica al capitalismo, che non può essere l’ultima parola della storia umana. Dobbiamo essere innovatori e conservatori per una critica di fondo al sistema capitalista odierno, all’uso che fa della tecnologia, al contrasto che continua ad avere nei confronti della liberazione umana di popoli e di persone».

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