Trinca: “L’Italia ce la farà senza cedere ai populismi”

Cinema
epa02736151 Italian actress Jasmine Trinca attends the press conference for 'L'Apollonide' (House of Tolerance) during the 64th Cannes Film Festival in Cannes, France, 16 May 2011. The movie by French director Bertrand Bonello is presented in the Official Competition of the film festival, running from 11 to 22 May.  EPA/IAN LANGSDON

Parla Jasmine Trinca, giurata del Festival del Film di Marrakech: “Non sono convinta che il problema siano i partiti. La priorità è il lavoro”

«Ho fiducia nell’avvenire, non nel populismo». Da Marrakech Jasmine Trinca senza frontiere. Giurata al festival marocchino dopo esser stata madrina di quello di Torino, l’attrice romana che nel 2001 esordì ne La stanza del figlio osserva da lontano il nostro Paese, in un momento nel quale molti vorrebbero accrescere la distanza da un mondo arabo più demonizzato che conosciuto. Come la politica… Ma non è la sua prima volta in Marocco per Jasmine.

«Ero già stata qui l’anno scorso, è molto bello, e sono organizzatissimi – racconta – . Questi festival “periferici” ti offrono davvero la possibilità di fare incontri che abbiano un senso. Avevo già fatto la giurata a Cannes, a Torino e a Venezia, ma il primo giorno fa sempre paura. Ti guardi intorno in cerca – più che di alleati per le votazioni – di qualcuno umanamente vicino a te. Qui, per categoria, avevo puntato l’attrice canadese Suzanne Clement e l’indiana Kalki Koechlin, ma invece ho legato molto con Billie August ».

Incontri e personaggi “da Festival” possono aiutare a trasmettere una immagine “normale” del mondo musulmano?

«Dipende sempre da che tipo di persona sei tu – risponde -. L’incontro con l’altro per me è fondamentale. Ma ho anche la fortuna di essere cresciuta in un certo modo. E un festival come quello di Marrakech offre la possibilità di raggiungere anche chi ha pregiudizi o paure immotivate. L’anno scorso dopo gli attentati di Parigi in molti non se la sentirono di venire, ma il Marocco è un paese diverso».

Eppure il mondo musulmano resta un’incognita, anche dopo la Primavera Araba, che aveva lasciato ben sperare.

«Il mondo purtroppo tende sempre verso forme “dittatoriali”, verso la restaurazione. Magari non con gli stessi interpreti, o in un’altra forma, forse persino peggiore. Per questo penso sia molto importante usare la cultura per avvicinare le persone con un linguaggio che non è solo quello della politica. A me capita di vedere film di paesi diversissimi e lontani, la cui cultura conosco solo superficialmente, e restarne toccata. Ti illudi che il cinema possa farcela».

In Italia forse non sembra esserci l’apertura necessaria, la svolta reazionaria è sempre dietro l’angolo.

«Quando si parla di frontiere andrebbe considerato anche che qui la situazione è più tranquilla che in Francia, dove molti hanno paura ad andare. In Europa i terroristi sono spesso persone nate e cresciute nelle nazioni dove operano, che magari sono le prime a puntare il dito ».

Eppure, proprio in Italia, la soluzione percepita è proprio quella di alzare muri…

«Questa però è ignoranza. Anche la nostra situazione è ben diversa dalla Francia. Noi siamo molto più clown in questo, nel bene e nel male».

Nel suo prossimo film, Fortunata , Jasmine Trinca è una donna che sogna di fare la parrucchiera: a lungo uno stereotipo, oggi sono questi i sogni che ci possiamo permettere?

«Certo, purché sia un sogno di realizzazione. Nel film Fortunata è una donna che cerca di realizzarsi attraverso il lavoro, e mi sembra una buona chiave di lettura. Per le mie radici di sinistra, io sono ancora convinta che il lavoro nobiliti l’uomo. E lo vedo anche nel mio caso: quando sono occupata e ho un progetto che mi appassiona sono un certo tipo di persona, quando mi manca un obiettivo, mi sento più fragile. Se lo riportiamo, in scala, per tutto un popolo… Ma è qualcosa che non potrà essere sanato dal populismo di quelli che conosciamo, non è una risposta».

Una non risposta nella quale molti sembrano riporre grandi speranze.

«Io ho una forma di fiducia nelle vecchie cose – aggiunge – . Non nel sistema che si approfitta, ma nell’idea che chi ha fatto veramente politica vada ascoltato. Relativamente a chi deve portarci fuori da questo pantano, penso che non sia un caso se che chi ha studiato parli in un certo modo».

Ma chi potrebbe portarci fuori dal pantano?

«Non vedo una persona, ma non sono convinta che il problema siano i partiti, a prescindere dalla degenerazione di molti di essi. Credo nella possibilità di ripartire da uno stato sociale, da una idea basilare di quanto ha fatto dell’Italia non un grande paese, alla Trump, ma un paese giusto. Come è stato, fino a un certo punto».

Ma la giustizia passa anche per la solidarietà, ormai vista come il fumo negli occhi…

«Certo. Ma negli italiani è molto radicata la teoria di Candide, di pensare ognuno al proprio orto. Invece a me interessa guardare agli altri, non tanto alle disgrazie, ma per capire cosa potrebbe succedere anche a me».

Insomma, cercare esempi costruttivi. È ottimista…

«Ma sì, per forza. Forse anche ingenua, ma ho fiducia nell’av venire ».

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