Tonini: “Contanti, così emerge il nero. E non è un condono fiscale”

Economia
Giorgio Tonini arriva nella sede del PD per la riunione della Direzione, Roma 20 ottobre 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il presidente della Commissione Bilancio del Senato: “Con il prelievo al 35% si paga il dovuto”. Ai critici nel Pd: “Inammissibile pensare che il governo voglia favorire gli evasori”

Senatore Tonini, presidente della Commissione Bilancio di palazzo Madama, piovono critiche sulla voluntary disclosure 2, c’è chi parla di condono. Che ne pensa?

«Intanto che è prematuro fare una discussione sul dettaglio senza avere ancora il testo. Quello che conta ora, è capirsi sui princìpi e impostazione della norma. E allora, i temi sono due. Primo, come rendere sempre più efficace la lotta all’evasione fiscale, fronte sul quale il governo si è mosso con azioni a livello internazionale per limitare il più possibile l’accesso ai paradisi fiscali e avere una maggiore trasparenza dei flussi finanziari, oggetto della scorsa voluntary con un gettito anche importante. Il secondo nodo è quello di come rendere l’amministrazione tributaria più vicina al cittadino, il quale deve avere il terrore di frodare il fisco e non di fare errori. Negli anni scorsi, a causa della crisi molti piccoli imprenditori si sono trovati a scegliere tra pagare le tasse o gli stipendi dei dipendenti. Il dibattito pubblico in Italia è molto emotivo, allora accusava Equitalia, ora che si cerca di venire incontro a imprenditori che rischiano la rovina per interessi e mora si parla di condono».

Nel caso della voluntary però il nodo che fa evocare il condono non è la forfetizzazione del prelievo?

«Sto a quello che dichiara il governo: non c’è nessun ampliamento del perimetro della disclosure, i contanti erano già previsti anche se ora si guarda all’Italia oltre che all’estero. C’è solo un meccanismo semplificato di calcolo di quanto sarà dovuto, con un’aliquota flat. Mentre si continuerà a perseguire il frutto di traffici illeciti».

Ecco un altro nodo, basterà un’autocertificazione per distinguere tra proventi di attività illegali e “semplice” nero?

«È un tema che in Parlamento valuteremo con grande attenzione, ci deve essere una norma limpida, mi aspetto una barriera resistente. Ma ribadisco, l’intenzione di questo governo è seria e chiara: tenere comunque fuori le attività illegali».

Tornando all’aliquota del 35%, la trova adeguata? Non c’è poi il rischio di un segnale “emotivo”, di tolleranza verso gli evasori?

«Mi pare significativa, niente a che vedere con i pochi punti percentuali richiesti dallo scudo fiscale di Tremonti. Penso a un ristoratore che non ha emesso tutte le ricevute quando avrebbe dovuto e ha messo da parte del contante: così paga il dovuto, non spiccioli. Il 35% non è poco – e sull’aliquota si discuterà comunque in Parlamento -, allora non vedo un favore all’evasore. E intanto i suoi guadagni tornano visibili al fisco».

Dunque, quello che conta è far emergere l’enorme mole di economia sommersa dell’Italia?

«Certo. L’alternativa è rinunciare a quel nero. Accanto alla repressione, uno dei modi per combattere l’evasione è proprio portare chi ha agito in modo irregolare a mettersi in regola. Su questo c’è, come dicevo, una strategia complessiva del governo».

Le critiche arrivano anche dal Pd, Francesco Boccia come Roberto Speranza usano toni duri. Si rischia una nuova frattura tra i dem?

«Siamo al governo, non all’opposizione. Eppure qui si spara prima di capire se il bersaglio è quello giusto. Do per scontato che il presidente del Consiglio e il ministro Padoan siano persone per bene e che agiscano con le migliori intenzioni. Certo, è bene che ci sia un dibattito pubblico, occorre attenzione per evitare errori che sono sempre possibili. Ma è inammissibile pensare che queste siano norme per favorire il riciclaggio, o parlare di condono facile».

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