Mieli: “L’avversario non è un demone. La sinistra superi il pregiudizio”

Politica
Il presidente di Rcs Libri, Paolo Mieli, durante la presentazione del libro di Alan Friedman "My Way. Berlusconi si racconta a Friedman", Milano, 7 ottobre 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

“Siamo reduci da una guerra civile a cui tutti abbiamo partecipato e anche nel giornalismo è necessario un raffreddamento degli animi”

Tutti coloro che si interessano di editoria, più o meno direttamente, mi dicono: “Ma come fai? La carta stampata è in crisi, i giornali stanno calando le vendite, e tu riapri un giornale? ”

«È vero che la carta stampata è in crisi, però è l’unica cosa governabile con razionalità. Il resto del mondo, cioè il Web, non ha espresso una sua razionalità riconducibile alle categorie nostre, con cui siamo vissuti. E con “noi” non intendo solo i più adulti ma anche i più giovani. Nel senso che il Web è un mondo anarchico, dove ci può essere di tutto, molto potente, molto più influente della carta stampata… Però ti porto fuori tema».

No, è proprio quello che mi interessa perché confermi la mia scelta che è quella di fare non un giornale generalista ma militante.

«Sì, penso che questo faccia bene alla carta stampata, perché i quotidiani cartacei stanno già cominciando ad abbassare la cresta e molto ancora la abbasseranno. Non è più un centro di potere ma un centro di orientamento che, come grado di onestà, assomiglia più ai libri, ai saggi, alla letteratura. È un luogo dove la mente sfugge ai tempi concitati. Oggi un direttore di giornale o anche un giornalista è infinitamente meno potente di quanto lo fosse dieci o venti anni fa. Però questo ridimensionamento lo riavvicina al mondo, e secondo me la carta stampata si ricomincerà a usare nel senso che tu dici: non semplicemente per aggiornarsi su come si muovono i poteri, ma per capire le cose, per leggere gli approfondimenti. Quindi io confido molto in un futuro di qualità della carta stampata, e secondo me il tragitto è già iniziato. Certo il cammino deve partire da un necessario raffreddamento degli animi perché in Italia siamo reduci da una lunghissima guerra civile, alla quale abbiamo partecipato tutti».

C’è ancora una guerra civile. È un dato di fatto che alcuni dirigenti della minoranza del Pd vogliono distruggere Renzi…

«Da quando sono bambino non ricordo mai, essendo sempre stato di sinistra, che dall’altra parte ci fosse un avversario con cui avere una leale competizione. Ma sempre un nemico da distruggere, del quale segretamente sognare la morte, e, alla fine di questo lungo itinerario, questo virus l’abbiamo portato al nostro interno. Lo dico da analista non da tifoso. Ci scanniamo perché la morte di quello che non ci piace apre, o dovrebbe aprire, orizzonti. Ma in realtà, oggi lo riconosciamo, la morte di quello che non ci piace non crea nessun nuovo orizzonte, ci lascia soltanto in mezzo a un deserto. È un male comune a tutta l’Europa. Per cui cerco nel mio piccolo di lodare o compiacermi con le intelligenze che vanno in contro tendenza».

Ne abbiamo visti molti di avversari dipinti come cattivi da abbattere…

«Come no? L’avversario da sconfiggere in Italia è sempre stato un demone… Lo è stato Fanfani, poi è stato Andreotti, per un periodo fu il Cesis… ».

E poi Craxi…

«E poi fu Cossiga e poi Berlusconi. Possibile che l’Italia sia un paese che produce demoni a ripetizione? Nel ventennio cosiddetto berlusconiano ci siamo lasciati un p o’ andare.. Sia chiaro, io per Berlusconi non ho mai avuto neanche un momento di simpatia però durante questi anni il Cavaliere è stato alla guida del governo per nove anni e per undici è stato avversario… Già questo ci fa capire che certi paragoni con Hitler, con Gengis Khan, con Nerone erano quantomeno esagerati… Sono sicuro che, anche quando non ci sarà più Renzi, o ci faremo coraggio o finiremo per trovare un passante a cui capiterà l’occasione di fare quello che deve fare un politico, cioè fare il leader, avere capacità di scegliere, di decidere, pure lui».

Ma secondo te c’è qualcuno nella sinistra che ha compreso questo rischio?

«Innanzitutto Gianni Cuperlo che ha una storia… È stato l’oppositore esplicito di Renzi, era presidente del partito e si è dimesso, poi ha avuto sempre un comportamento battagliero, sempre coerente, ma più temperato di altri».

Ma non è il fascino dell’eroe perdente quello che ci muove a un giudizio così?

«Penso che Cuperlo sarà un personaggio a cui si restituirà onore. A qualcuno è già arrivato il suo messaggio. Ad esempio Fassina è stato il primo a porsi quantomeno dei dubbi dopo la vittoria di Trump e a fare una riflessione più ampia senza portare per forza acqua al suo mulino. È cosa rara in un’Italia in cui tutti affermano di aver previsto ogni cosa il giorno prima e non fanno che ripetere: “Questo dimostra che avevo ragione io”. Non voglio prefigurare scenari da dittatura ma andando avanti così si rischia di non tener conto delle esperienze passate».

Non ricordo negli anni passati un atteggiamento così egoista, così personalista. In persone della sinistra ad esempio come Civati, come Gotor, ma anche Stefano Rodotà (i nomi li faccio io non tu), mi sembra ci sia una dose di autoreferenzialità continua, che li porta poi a falsare ogni lettura oggettiva della realtà.

«Nel mondo in cui siamo cresciuti noi, nel momento decisivo, prevaleva un senso di lealtà. Alcuni ricordano che Fausto Gullo o Concetto Marchesi ebbero delle obiezioni durante il processo costituente. Fausto Gullo presentò parecchi emendamenti, alcuni molto polemici. Ma al momento della verità, al momento del voto, nessuno si sognava di avere comportamenti difformi da quelli del partito, se non quando fosse sicuro che questi comportamenti erano solo di testimonianza. Nella battaglia del Pci, battaglia sbagliata che comunisti e socialisti fecero contro la legge maggioritaria del ‘53, nessuno venne meno al principio di lealtà. A nessuno venne in mente di fare una battaglia contro il partito, o anche solo di dichiarare la propria contrarietà. C’era un principio di lealtà. Ciò che colpisce è che oggi questo atteggiamento non esista più e ogni volta si dica “va bene, per tutto il resto è leale, ma su questa cosa qua, tana libera tutti”. Ma allora a che serve un partito? Un partito è un’organizzazione dove vige il principio di maggioranza, si fanno delle battaglie interne, ma poi si tiene alla vittoria del partito. E se questo partito per di più, come oggi accade, ha in mano la presidenza del Consiglio, tranne che in casi eccezionali, sarebbe buona norma fare battaglie interne e poi al momento decisivo avere un comportamento leale. La parola centrale è severe, quello che per gli inglesi è la lealtà».

Che poi coincide con il rispetto delle istituzioni, con tutto l’apparato statale.

«Infatti mi domando: chi oggi ha condotto questa battaglia (guarda che la rispetto, a me interessano più le posizioni degli oppositori che quelle dei seguaci di Renzi, le studio con attenzione) come si immagina che sia il futuro di un formazione di sinistra dopo la prova di una così costante battaglia? Al prossimo toccherà un trattamento analogo, ma basterebbe il 10% di questo trattamento per renderlo impossibile. Spero di sbagliarmi ma penso che quando salterà questa esperienza politica, prima che la sinistra torni al governo passerà un bel po’ di tempo. Sta montando l’on – da anti-sistema e noi diamo i picconi contro la sinistra moderata al governo. E poi già sento l’obiezione: “Eh ma quello non è di sinistra”… Ma è sempre stato così, ogni volta chi vuole distruggere troverà sempre che quello non è di sinistra. Sono curioso di vedere il dopo».

Curioso ma anche molto preoccupato del dopo.

«Certo. Ho letto una cosa incredibile su l’Unità pochi giorni fa di una persona che stimo, una giornalista come Marcelle Padovani, e voi l’avete pubblicata no?».

L’ho considerato un grandissimo contributo al giornale.

«Marcelle Padovani, che ha tutta una storia militante e che conosce benissimo il percorso della sinistra italiana e francese, era anche lei sgomenta del tasso di litigiosità omicida che c’è nella sinistra. Continuiamo così… Capiamoci: la mia non è un’analisi del tipo “buoni, state buoni non litigate”. Non è questo assolutamente. Io dico: “litigate pure, però quando individuate un fenomeno che vi preoccupa a quel punto fate barriera, è come essere in guerra”».

E quelli che minimizzano lo scontro attuale?

«È un’ipocrisia dire sul referendum: “Ma no, anche se vince il No non cambia nient e”. Non penso che il risultato sarà irrilevante. Penso sia rilevante la vittoria del Sì e anche la vittoria del No, e tra le due opzioni il risultato cambia molto»

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