Spallone: “Bene la riforma fiscale sulle sigarette, stop alle modifiche”

Economia
PONTEDERA (PISA) 31 MAGGIO 2007-   MINISTRO TURCO: VIETARE VENDITA SIGARETTE A MINORI 18 ANNI 
   OGGI GIORNATA ANTI TABACCO, MA ITALIANI TORNANO A FUMARE. Un cartello che vieta la vendita di sigarette ai minori di 16 anni in una tabaccheria di Pontedera (Pisa). FRANCO SILVI/ANSA

Secondo l’esperto della Luiss gli aumenti introdotti l’anno scorso non hanno depresso i consumi

Professor Spallone, in questi giorni sembra essersi nuovamente acceso il dibattito sulla tassazione delle sigarette. Da anni il Centro studi Casmef-Luiss,( il Centro Arcelli per gli studi monetari e finanziari) da lei coordinato, monitora con attenzione questo mercato.

Può darci il quadro della situazione?

“Cominciamo col dire che il 2015 è stato un anno estremamente positivo. L’andamento dei prezzi di vendita dei pacchetti di sigarette conferma che gli incentivi contenuti nella riforma entrata in vigore lo scorso anno hanno spinto il mercato nella giusta direzione: gli aumenti di prezzo, seppure significativi, non sono stati tali da deprimere i consumi, che sono rimasti sostanzialmente stabili sui livelli del 2014. Proprio la crescita bilanciata dei prezzi e la conseguente tenuta dei consumi hanno generato nel 2015 un gettito erariale superiore alle attese (+260 milioni di euro)”.

Cosa possiamo aspettarci per il 2016?

“Dobbiamo lasciare che gli automatismi contenuti nella riforma esprimano tutto il loro potenziale, soprattutto sulla scorta degli ottimi risultati dello scorso anno. Da più parti, invece, si richiedono interventi discrezionali sulla struttura della tassazione, soprattutto nella direzione di un aumento corposo dell’onere fiscale minimo che grava sulle sigarette di prezzo basso (cioè, al di sotto di 4,40 euro al pacchetto)”.

In effetti alcuni studi sembrano ipotizzare che il governo stiaperdendo l’occasione di fare più cassa. Qual è la sua posizione?

“Le argomentazioni alla base delle richieste di modifiche strutturali della tassazione sono di diversa natura: la prima, economica, si basa sull’idea che le entrate erariali dipendano prevalentemente dai prezzi (più sono alti i prezzi, più sono alte le entrate); la seconda, paternalistica, si fonda sulla convinzione che prezzi alti scoraggino il consumo di tabacco (soprattutto tra i minori e i meno abbienti); la terza, concorrenziale, si preoccupa del fatto che gli adeguamenti automatici del cosiddetto prezzo medio ponderato inaspriscano la pressione fiscale solo sulle sigarette di prezzo alto e medio-alto (al di sopra di 4,40 euro al pacchetto). L’argomentazione di natura economica si basa su un’assunzione per nulla scontata, ovvero che all’aumentare dei prezzi la domanda rimanga invariata (o che vari proporzionalmente meno rispetto ai prezzi). Sullo sfondo c’è, quindi, l’ipotesi di una domanda inelastica, che appare però smentita dall’evidenza empirica più recente: emblematico, in questo senso, è il caso della Grecia, dove, a seguito di un aumento consistente e generalizzato dei prezzi indotto dalla recente riforma fiscale, le entrate erariali si sono ridotte drasticamente a causa della contrazione della domanda. Il caso Italiano (in cui la domanda è rimasta sostanzialmente stabile nel 2015, a seguito degli aumenti di prezzo indotti dalla riforma fiscale) non deve trarre in inganno: i consumatori impiegano tempo (qualche mese) ad adeguare in modo definitivo i loro consumi. A maggior ragione, quindi, porre in essere interventi volti ad indurre aumenti consistenti di prezzo per le sigarette meno costose potrebbe rivelarsi un azzardo».

Sono in molti a pensare che aumentare il prezzo delle sigarette aiuti anche a scoraggiare il fumo.

“Sicuramente è un approccio lodevole nei suoi intenti di tutela della salute, ma sembra pretestuoso: non esiste alcuna prova scientifica degli effetti benefici dei prezzi alti sul consumo di tabacco. All’aumentare dei prezzi, si osserva in molti casi la diminuzione del consumo legale di sigarette e si registra una migrazione dei consumatori verso prodotti alternativi più convenienti: che nella migliore delle ipotesi sono costituiti dal tabacco trinciato e, nel peggiore, dalle sigarette di contrabmbando. Con evidenti ripercussioni negative tanto sulla salute quanto sulla sicurezza. Illuminante è il caso dello Stato di New York: aumenti dei prezzi indotti da una fiscalità guidata da fini paternalistici non hanno causato una diminuzione del consumo di sigarette tra i giovani, ma una forte contrazione del consumo legale (e delle relative entrate erariali), accompagnata dalla crescita smisurata delle sigarette di contrabbando (le cosiddette «loosies»), che vengono vendute agli angoli delle strade con modalità simili a quelle utilizzate per il commercio di sostanze stupefacenti proibite”.

L’impatto della tassazione sulle diverse fasce di prezzo delle sigarette comporta uno squilibrio tra gli operatori del settore, in termini di concorrenza?

“Anche su questo ho letto in questi giorni alcune considerazioni di colleghi universitari. Un punto deve essere molto chiaro: qualunque intervento non deve avere come conseguenza la distorsione delle dinamiche di concorrenza sul mercato. Il legislatore italiano, trent’anni fa, ha fatto una scelta che poi ha confermato a più riprese: una struttura dell’accisa in grado di mantenere un equilibrio tra le fasce di prezzo e le opzioni di consumo. Inoltre è stato deciso che la tassazione gravante sui pacchetti di sigarette fosse regressiva: chi è più in alto con i prezzi paga complessivamente già meno di chi tiene i prezzi più bassi. Se si rompe questo principio si mette in discussione l’intera architettura del sistema e si altera pericolosamente la concorrenza. Se si seguissero le raccomandazioni di alcuni colleghi si potrebbe perfino configurare l’ipotesi di un aiuto di Stato, come conseguenza della riduzione del carico fiscale sulla fascia di prezzo più ricca del mercato che è oggi monopolio di un unico player dominante”.

In conclusione, secondo lei il governo dovrebbe mantenere la posizione presa un anno fa?

“Assolutamente sì. Diciamo spesso che le leggi in Italia sono fatte male e applicate peggio. Nel caso della tassazione sui tabacchi non solo è un’ottima legge ma sta funzionando anche molto bene”.

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