Sostiene Linus: “Né destra, né sinistra, né centro. A Milano la politica deve essere trasparente”

Milano
linus

Il direttore artistico di Radio Deejay promuove il lavoro di Pisapia: “Chi verrà dopo di lui segua i suoi passi, c’è ancora tanta strada da fare”

Poco tempo fa, in occasione di un incontro pubblico, hai detto che “Milano è un luogo dove correre è molto semplice perché ci sono tantissimi posti dove farlo”. È una metafora che possiamo trasferire al momento che la città sta vivendo?
Milano è un posto che ha ricominciato a correre. Mentre noi corridori non abbiamo mai smesso di farlo, anche quando la città era più scomoda, l’economia, la voglia di fare negli ultimi anni aveva invece rallentato molto il suo ritmo. In quest’ultimo periodo è come se si fosse riaccesa la luce, che ha fatto tornare la voglia di fare e la speranza che tutto questo abbia un senso. Siamo un Paese che negli ultimi anni si è un po’ crogiolato in un certo pessimismo cosmico. Una serie di eventi efficaci ha fatto sì che a Milano la gente smettesse di piangersi addosso e cominciasse a fare.

Milano rispetto a Roma è davvero un altro mondo, che ha trovato gli “anticorpi giusti”, come ha anche sottolineato di recente Raffaele Cantone?
Penso che ci troviamo davanti a dei cicli e sono sempre le persone che determinano l’altezza o la bassezza dei cicli. In questo momento le persone che si sono impossessate di Roma e di tutti i suoi affari non sono degne della città. Noi milanesi abbiamo già dato da questo punto di vista con gli anni Ottanta e Novanta, evidentemente adesso abbiamo preso un’inerzia migliore e positiva. Sicuramente in questo momento Milano può dare un esempio più positivo rispetto a Roma, però questo non vuol dire che si debba abbassare la guardia e illudersi che i furbetti del quartierone o tutte le infiltrazioni mafiose di cui si è parlato negli ultimi anni siano sparite, semmai forse hanno imparato a mimetizzarsi. Metterei comunque l’accento sul fatto che c’è una parte positiva che è in grado di fare da anticorpo.

Quali sono i punti di forza e di debolezza dell’amministrazione Pisapia, dal tuo punto di vista?
Credo che Pisapia abbia fatto benissimo in questi cinque anni, soprattutto dal punto di vista del percepito e dell’immagine. Anche la persona più critica nei suoi confronti non potrà mai pensare che questa sia stata una giunta che si è approfittata della città, come invece è accaduto in un passato un po’ più lontano, anche prima della Moratti, che penso sia stata meno peggio di quanto la storia la stia tuttora giudicando. Pisapia si è mosso bene, è riuscito a gestire al meglio questo momento magico di Expo. È chiaro che adesso la vera difficoltà è tenere l’aereo di Milano in volo e farlo volare.

Quale potrebbe essere il passaggio successivo da far fare alla città?
È necessario mantenere alta l’attenzione sulle cose che si stanno facendo e portare avanti un percorso che si è appena iniziato. Pisapia ha avuto l’intelligenza di portare avanti anche alcune scelte che la Moratti aveva impostato, migliorandole. Mi auguro che chi arriverà dopo farà la stessa cosa. Perché rispetto all’Italia Milano si è rimessa a correre, ma rispetto al resto d’Europa c’è ancora tanta strada da percorrere, che possiamo sicuramente fare.

Invece cosa manca e cosa si può fare di più e meglio?
È chiaro che le periferie sono le ultime a godere di una ripartenza economica. Però se le aziende ricominciano ad assumere questo è un vantaggio che tocca tutti quanti. Ogni tanto noi italiani, pure noi milanesi anche se per fortuna un po’ meno che in altre parti d’Italia, tendiamo a non guardare più in là del nostro naso, come ad esempio certe insofferenze nei confronti di alcuni lavori pubblici che però, se guardati con una prospettiva di lungo periodo, portano soltanto un cambiamento positivo. Mi riferisco ad alcune linee della metropolitana, che se fosse per certi comitati di quartiere non sarebbero mai state messe in cantiere. E bisogna andare avanti anche su tutto quello che riguarda la qualità della vita, porre ancor più attenzione al concetto di pubblico. La Darsena, ad esempio, è bellissima ed è frequentata da un sacco di gente. Però a volte c’è un po’ d’inciviltà nel viverla. Sarebbe bene mandare un messaggio per cui la Darsena non è solo un “divertificio” ma un luogo dopo possono andare anche le famiglie.

Dal tuo osservatorio, la percezione che Milano sia davvero cambiata è diffusa tra i cittadini? Quanto la politica è vista come attore protagonista di questo cambiamento?
La politica ha avuto il pregio in questi ultimi anni a Milano di mettersi un po’ in secondo piano e questo è un grande merito.
Faccio un esempio. Io di lavoro faccio spesso interviste. Un bravo intervistatore è quello che riesce a diventare quasi trasparente ma, in maniera abile, muovendo i fili e i sentimenti giusti, riesce a tirare fuori il meglio dal suo ospite. Ecco, la politica deve fare un po’ questo. Io non credo alla politica dei proclami, dei grandi protagonisti. Deve in maniera delicata muovere i fili e far sì che la città funzioni. Questo orgoglio di far parte di una sorta di piccolo Rinascimento del terzo millennio è molto presente a Milano. E nessuno si pone il problema di chi deve ringraziare, forse perché ciascun cittadino si sente attore di questa rinascita.

Ma questo non rischia di essere controproducente per la politica quando poi si arriva alla campagna elettorale?
Secondo me è un elemento che dovrà essere tenuto molto ben presente nel momento in cui si andrà a proporre un candidato sindaco. Non abbiamo bisogno del candidato che grida o che si fa bello parlando male degli altri che è il modo in cui la politica si è sempre proposta in questi anni. A Milano abbiamo capito che non c’è bisogno di questo tipo di figure anche perché è una città che non è né di destra né di sinistra, ma neanche di centro. È un po’ di tutto. È una città di grandissima tolleranza, checché se ne dica, ed è una città di grandi ambizioni. Parafrasando il “sogno americano” potremmo parlare di “sogno milanese”. A Milano chiunque ha il diritto di sognare e di farsi strada nella sua vita. Non c’è bisogno di gridare “questo è di destra, questo è di sinistra”. C’è la necessità di dare la sensazione di avere le idee chiare per migliorare la qualità della vita della nostra città.

Quindi non vale la pena di litigare sulle primarie…
Sarebbe il modo peggiore per proporsi. Non è la campagna elettorale di Salvini quella che può arrivare, perché Milano non ha bisogno di un Salvini che grida in questo momento. Ma non ha bisogno neanche della sinistra litigiosa che purtroppo spesso viene fuori.

Quali sono un paio di consigli che daresti al futuro sindaco?
Finora abbiamo parlato di atteggiamenti molto pragmatici. Però ci vuole sempre anche qualcosa che faccia un po’ sognare e quindi sarebbe bello far succedere a Milano qualcosa che abbia un valore simbolico, anche senza un immediato riscontro economico. L’equivalente dell’Albero della Vita che ha illuminato Expo per tutti i suoi sei mesi di vita. Qualcosa che renda Milano una capitale gioiosa oltre che operosa. Perché la gente ha comunque sempre bisogno di sorridere.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli