Social media e privacy, come tutelarsi? La parola a Ruben Razzante

Comunicazione
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Non va lasciata a internet la licenza di uccidere. Alla Rete vanno posti dei limiti, sia con il diritto sia con l’educazione e il buon senso. Solo così si salva la democrazia.

La vicenda di Tiziana Cantone, la giovane donna che si è tolta la vita per la gogna mediatica subìta dopo che alcuni suoi video porno finiti sul web, ci ha dimostrato che l’attuale normativa sulla tutela della privacy non riesce a tutelare le vittime. Tiziana si era rivolta al giudice per far rimuovere i video e tutti i contenuti che la offendevano senza però riuscire nell’intento.
Ne parliamo con il professore Ruben Razzante, professore di diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano, che ha appena dato alle stampe la settima edizione del suo Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione (ed.Cedam-Wolters Kluwer).

Cominciamo da una considerazione di fondo. Può una legge nell’era di internet, dei social network, dei programmi di messaggistica istantanea, come whatsapp, garantire la piena tutela delle vittime?

Le armi del diritto appaiono obiettivamente spuntate di fronte alle insidie della Rete, che attraverso tutta una serie di innumerevoli strumenti e applicazioni favorisce una circolazione indiscriminata di dati di ogni tipo: notizie, file audio, file video, immagini. Tuttavia, la giurisprudenza attraverso numerose e illuminanti sentenze sta fissando alcuni paletti invalicabili per consentire agli utenti del web di essere tutelati, almeno in parte, da abusi e violazioni dei propri diritti. Inoltre, a livello europeo sono stati compiuti degli importanti passi sulla strada di un potenziamento della legislazione sul web. Internet è un far west e i primi difensori dei nostri dati e della nostra personalità dobbiamo essere noi, astenendoci dal pubblicare con leggerezza informazioni o immagini intime che difficilmente possiamo poi rimuovere del tutto dal mare magnum della Rete.

Proprio nei mesi scorsi l’Unione europea ha prima approvato un pacchetto di norme per aumentare il livello di protezione dei dati personali e poi ha siglato un patto contro l’hate speech sottoscritto con Facebook, Twitter, Youtube e Microsoft. Quali sono gli aspetti più importanti?

Il nuovo regolamento europeo approvato alcuni mesi fa è destinato ad entrare pienamente in vigore in tutti gli Stati del Vecchio Continente entro il 2018. Ciò consentirà un’applicazione omogenea di norme riguardanti la tutela della privacy, in particolare in materia di profilazione degli utenti e di diritto all’oblio. L’obiettivo è quello di realizzare una sintesi armoniosa e una situazione di equilibrio tra i legittimi interessi commerciali degli operatori della Rete e i nostri diritti individuali. Senza il consenso dei diretti interessati diventerà molto più difficile trattare i dati personali e il diritto all’oblio potrà essere concesso tutte le volte in cui l’eliminazione di una notizia dalla piazza virtuale non arrecherà danno al nostro diritto ad essere informati. Quanto al patto contro l’hate speech, esso testimonia la volontà dei colossi della Rete di rendere più sicura la navigazione degli utenti e di combattere degenerazioni come il discorso d’odio o la minaccia terroristica o la diffusione di contenuti violenti. L’impegno alla tempestiva rimozione di contenuti pericolosi è concreto da parte dei firmatari di quel patto. Tuttavia, è ancora presto, però, per fare dei bilanci, trattandosi di un’alleanza siglata solo a giugno.

Quasi tutte le norme italiane sulla privacy e sulla tutela dell’immagine delle persone sono nate quando i giornali erano solo di carta, non esistevano i social network e gli smartphone. Eppure già da qualche anno si parla di hate speech, cyberbullismo, diritto all’oblìo. Cosa dovrebbe fare il legislatore?

In Italia il Garante della privacy ha assunto posizioni coraggiose sul fronte della tutela della riservatezza, costringendo i colossi della Rete ad adeguarsi a determinate disposizioni. Il Testo Unico sulla privacy ha ormai 13 anni e disciplina in maniera puntuale la materia, prevedendo pene fino a due anni di carcere per le violazioni più gravi. Di oblio si parla molto in Parlamento a proposito della riforma della diffamazione. Oblio non può voler dire colpo di spugna sulle notizie scomode per qualcuno, bensì corretta identità digitale di ciascuno di noi. Un conto è chiedere l’aggiornamento di notizie, altra cosa è chiederne la rimozione. Alcune sentenze dei tribunali italiani e della Cassazione hanno chiarito efficacemente questa distinzione e quindi non è vero che siamo in una giungla e che non esistono tutele. E’ evidente che si tratta di una battaglia quotidiana che non potrà mai essere vinta una volta per tutte. Considerato il carattere transnazionale della Rete, io credo però che le leggi nazionali possano incidere fino a un certo punto e che occorra, invece, una mobilitazione convinta del legislatore europeo e, perché no, una presa di posizione chiara e solenne da parte di qualche organizzazione internazionale, al fine di rendere internet un ambiente più sicuro.

In questi giorni è all’esame della Camera il progetto di legge contro il cyberbullismo che dà la possibilità alle vittime di richiedere ai gestori la rimozione tempestiva dei contenuti ritenuti lesivi. Inoltre, il testo prevede un piano integrato di prevenzione dotato di codici di regolamentazione per i gestori dei servizi che prevede un’azione di sensibilizzazione e di educazione da realizzare nelle scuole e nei territori. Cosa ne pensa?

Il cyberbullismo è una vera e propria emergenza. Ogni anno si segnalano centinaia di casi di adolescenti che finiscono nella trappola della Rete, vengono denigrati, derisi, umiliati e si tolgono la vita con un gesto disperato. Il percorso di approvazione del disegno di legge in materia mi risulta in dirittura d’arrivo. Poi, però, bisognerà applicarlo correttamente sia sul versante repressivo che preventivo. E al primo posto tra gli interventi preventivi occorrerebbe inserire un adeguato supporto formativo e informativo nelle scuole dell’obbligo. L’educazione digitale dovrebbe diventare materia curriculare. Inoltre, dovrebbero essere previsti periodici incontri anche rivolti ai genitori dei ragazzi, affinché la loro interazione con i figli avvenga in maniera più costruttiva e consapevole. Non credo che la strada della severità punitiva possa produrre la risoluzione del problema, anzi.

Qualcuno ha ribattezzato tale proposta di legge “ammazzaweb” perché comprometterebbe la libertà di espressione e il diritto all’informazione. Premesso che la storia di Tiziana Cantone nulla ha a che fare con tali diritti, qual è il confine tra la tutela della riservatezza delle persone e queste due importanti dimensioni della vita democratica?

Non si può parlare di libertà d’espressione quando si scade nella barbarie e nella ferocia. Anche la Corte europea di Strasburgo, applicando l’art.10 della Convenzione del 1950, ha chiarito che la libertà d’espressione è sacra, ma non può arrivare a intaccare e compromettere i solidi fondamenti dei diritti della personalità e della pacifica convivenza sociale. La polizia postale ogni giorni oscura siti che inneggiano all’odio o che si rivelano veicoli di reati come la pedopornografia online. La Rete è una grande conquista perché consente alle persone di interagire, di crescere e anche di fare del bene. Per restare alla storia recente, quanto avrebbe funzionato la catena di solidarietà messa in piedi all’indomani del terremoto del 24 agosto senza l’apporto dei social network e dei nuovi strumenti tecnologici? Quante vite vengono salvate ogni giorno nel mondo grazie alla tempestività assicurata dall’ambiente 2.0? Questo non va sottaciuto, ma non va neppure lasciata a internet la licenza di uccidere. Alla Rete vanno posti dei limiti, sia con il diritto sia con l’educazione e il buon senso. Solo così si salva la democrazia.

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