Smutniak: “Io donna soldato nel “Limbo”. È il mio potere che dà fastidio”

Dal giornale
L'attrice Kasia Smutniak in posa durante il photocall in occasione della proiezione del film Tv 'Limbo', nel Museo dell'Ara Pacis di Roma, 30 novembre 2015. ANSA/ CLAUDIO ONORATI

Nel film tv in onda stasera su Rai1 Kasia Smutniak interpreta una reduce da un attentato in Afghanistan: «In Polonia, dove sono nata, quella della soldatessa è una condizione normale»

La storia del lento ritorno alla vita di una donna soldato ferita durante un attentato in Afghanistan è il centro del racconto di Limbo, film tv diretto da Lucio Pellegrini, prodotto da Fandango Tv, tratto dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco (Giulio Einaudi Editori) in onda stasera su RaiUno in prima serata, e di cui è protagonista assoluta Kasia Smutniak. La fiction, come il romanzo, si svolge su tre piani di racconto: da una parte, l’oggi, e i giorni tra Natale e Capodanno che Manuela Paris passa con i familiari, dall’altro il passato e i ricordi della missione che deve annotare secondo indicazioni dello psicanalista, per superare lo shock che l’attanaglia e la fa vivere in un limbo, e infine l’incontro con un personaggio misterioso, che tale rimarrà per lei fino all’epilogo del film, e che rappresenta in qualche modo il domani. «Io sono il soldato Manuela Paris – racconta Kasia Smutniak – tornata a casa dall’Afghanistan dov’è stata vittima di un attentato. Una bomba ha ucciso i suoi uomini, e lei si porta addosso delle cicatrici sulla pelle e nel cuore che sono arrivate fin nell’anima. Il suo è un lento ritorno alla vita, si è rifugiata nella cittadina di mare vicino Roma, Ladispoli, dove abita con la famiglia, ed ha soltanto voglia di superare questo momento e ritornare operativa sul campo, lei non accetta di non poter tornarci più. Accolta come un’ eroina, Manuela è invece morta dentro, fino a quando non incontra Mattia (Adriano Giannini), un uomo misterioso che vede fumare in un albergo di fronte a casa sua e che a sua volta è reduce da una sua intima battaglia. Entrambi lottano con il loro passato per costruirsi un futuro».

Manuela è un personaggio molto forte, che sceglie un mestiere in cui una donna deve fare i conti con tanti ostacoli e, diciamolo, anche con una certa discriminazione di genere.

Nel film si vuole far vedere proprio la forza e la determinazione di questa scelta. Manuela sceglie di diventare un soldato, sapendo bene a cosa sarebbe andata incontro, l’ostilità dei colleghi, le difficoltà, l’incomprensione, anche una certa solitudine. Soprattutto per quanto riguarda l’Italia, dove le donne solo da poco sono potute entrare nell’esercito. E non come in Polonia, dove sono nata, dove è una condizione normale e questo lo so perché sono figlia di un militare, mio padre era un generale dell’Aviazione. È una realtà che conosco bene, anche mia nonna era una donna soldato e quando uscivo da scuola andavo a trovarla in caserma.

Comunque le donne credo che in tutti gli eserciti fanno fatica a farsi accettare, soprattutto se come la Manuela di “Limbo” arrivano a coprire ruoli di potere.

È il potere quello che da più fastidio e credo in qualsiasi ambiente la donna lavori, non solo nell’esercito. Chiaramente in un ambito prettamente maschile questo aspetto è ancora più sentito e marcato. Manuela poi non è solo un soldato con delle ambizioni, è diventata un maresciallo degli alpini, comanda un plotone, ha un ruolo di potere reale che è comune a molte donne di oggi e che molti non riescono ad accettare. Probabilmente non assumono certi ruoli anche per una questione fisica. Solo il giubbotto antiproiettile in queste missioni pesa dodici chili da vuoto, senza le armi, senza l’equipaggiamento e tutto il resto, per cui raggiungi i venticinque chili; se poi si pensa al caldo asfissiante del deserto, si comprende che è una questione esclusivamente fisica. Mi sono addestrata per una settimana con degli istruttori dell’esercito ed è veramente gravoso il peso delle attrezzature e dell’armamentario in dotazione. È vero anche che certi ruoli sono esclusivamente femminili, come la perquisizione delle donne, come parlare con le donne o con i bambini.

Eppure in “Limbo”, pian piano, Manuela riuscirà a conquistare la diffidenza dei suoi commilitoni.

Viene accolta come un corpo estraneo dai soldati, che la trattano male, fanno muro, sono sprezzanti e diffidenti perché non accettano di essere comandati da una donna, ma poi giorno dopo giorno si affideranno totalmente a lei, avranno fiducia anche perché Manuela vive la missione e la sua condizione di soldato come lo scopo della sua vita, esattamente come molti di loro.

Una vita sospesa, ripiegata su se stessa, un limbo che la protagonista sembra superare, grazie all’incontro con Mattia, che forse non si chiama neanche così, e per cui Manuela comincia a provare un sentimento d’amore. È l’amore alla fine che può dare la forza per uscire dal limbo?

Non è proprio così semplice. C’è anche il tempo che fa la sua parte. Mattia è un uomo senza passato, non posso dire di più per non rivelare troppo. Manuela è una donna ancora in guerra, contro il ruolo anche di vittima che la società vuole appiccicarle addosso, e contro i ricordi, il trauma. Sono due anime sospese, due reduci che depongono le difese nel momento in cui si incontrano, riuscendo a provare di nuovo l’emozione di vivere e la speranza per un futuro.

È stata premiata come miglior attrice all’ultimo RomaFictionFest e il suo pensiero, nel discorso di ringraziamento, è andato alle vittime dell’attentato del 13 novembre a Parigi.

Non poteva essere diversamente. Se un soldato può subire un trauma profondo per un attentato pur essendo preparato e addestrato a questo, non posso immaginare cosa si possa provare quando si subisce un attacco mentre si è seduti ad un bar, o ad ascoltare un concerto. Come possa superare un sopravvissuto uno shock del genere, proprio non lo so. È molto di più di una guerra. In combattimento il nemico è riconoscibile, nel terrorismo no, è come combattere contro un fantasma. Qualcuno o qualcosa che ti può colpire in qualsiasi momento.

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