Sgarbi: “Chiamiamolo culo, è segno di fortuna”

Arte
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Dalla Venere di Milo a Caravaggio a Jenny Saville: il fondoschiena e i suoi significati dalla classicità a oggi

«Il culo? Lo abbiamo tutti, uomini e donne». Nell’arte, a partire dalla classicità, è una presenza costante. Com’è naturale che sia. Parafrasando, ironizzando e lasciando da parte i moralismi, Vittorio Sgarbi «culi di tutto unitevi». Lo storico dell’arte inquadra perciò la raffigurazione del fondoschiena in una storia millenaria dove la provocazione ha poco respiro. «Il culo? Ha una forma pura sferica o semisferica, in linea generale rientra nel nudo accademico, anatomico, non ha una componente particolarmente provocatoria».

Dovendo citare un’opera?

«Penso al Nano di corte dipinto dal Bronzino, visto da dietro per non perdere questo effetto plastico. Oppure all’Ermafrodita dormiente, agli Uffizi e al Louvre, che mostra il culo. Non ho visto l’opera di Anthea Hamilton ma non mi pare possa essere una particolare novità o avere connotati particolarmente provocatori».

Simbolicamente il culo cosa rappresenta?

«Dal punto di vista delle battute rappresenta l’abbondanza, la fortuna. Di uno di cui si dice che ha culo significa che lì c’è materia, c’è grasso, c’è carne ».

Nella classicità vengono facilmente in testa i Bronzi di Riace.

«Nel mondo antico sono tanti i culi in massima evidenza. Sottolineo l’Efebo di Mozia, che pure è velato ma una mossa del fianco serve proprio a evidenziare quelle forme sotto la veste. Tutte le sculture antiche sono fatte per essere viste non dal punto di vista frontale ma girando intorno. Pensiamo alla Venere di Milo».

In epoche più recenti?

«Il capolavoro di fine ‘500 della Fuga in Egitto di Caravaggio con l’angelo in primo piano: ha il culo preminente tra i panneggi, è velato ma evidenziato come palese richiamo erotico e sensuale. Oppure nel secolo scorso nel suo Vittoriale D’Annunzio mise un San Francesco stilizzato di uno dei suoi scultori, di nome Barbetti, che con sembra abbracciare quella parte femminile particolarmente prorompente di una Venere nuda. Un uso provocatorio non è inedito».

Nell’arte di oggi chi citerebbe?

«Tra coloro hanno meglio rappresentato il culo possiamo ricordare l’inglese Lucien Freud e soprattutto la più grande pittrice vivente, allieva di Freud stesso, Jenny Saville: lei rappresenta corpi contratti, costretti, umiliati, schiacciati, ha evidenziato il culo pure in una dimensione dolente e in modo ripugnante. Non risparmia la contrizione ».

L’arte contemporanea che vuole provocare così è un’arma spuntata?

«Un’opera di quelle dimensioni immagino faccia effetto. In sé non mi sembra un’iniziativa provocatoria, semmai ironica. Parlo di un ‘immagine che non ho visto ma la intendo più come augurale: è una specie di esortazione unanimistica e gloriosa».

In Italia ne ha tessuto le lodi un regista, Tinto Brass.

«Lo ha dichiarato in appassionate esternazioni che appartengono alla sua natura esuberante. Lui parla di quello femminile, amplifica nel suo universo erotico. Ma bisogna partire dal concetto che la parola “culo” equivale alla parola “fortuna”, ad “abbondanza”, a “ricchezza”. Ma nel caso di Brass sul culo inteso come organo sessuale converrà ricordare che di fiche e cazzi ce n’è la metà, il culo lo hanno tutti, la culaggine non si nega a nessuno, siamo destinati a soccombere, ci unisce tutti. . Visto che parlo con l’Unità potremmo parafrasare lo slogan dicendo “culi di tutto il mondo unitevi”. E quando dico “culo” lo uso in modo paradossale, non omofobo, lo hanno anche le donne, non si capisce quale debba essere l’elemento di discriminazione per una elemento universale. Proprio l’altro giorno ho scritto un articolo sul Giornale sul moralismo di un relatore che ha cambiato la parola “culo” in “sedere”: diciamo “sono a sedere” e quindi mi siedo con il sedere ma è ipocrita, è l’interpretazione più triste. Culo è un concetto più ampio e metaforico tanto che connota sia l’omosessuale che l’abbondanza».

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