Serve, ma non basta: la sfida del nuovo governo in Libia

Scenari
Il premier libico del governo di riconciliazione nazionale, Fayez al Sarraj, ha deciso di trascorrere il primo pomeriggio in giro per la capitale. In occasione del venerdì islamico, al Sarraj ha deciso di partecipare alla preghiera che si è svolta nella moschea di Maziran, nel centro della città, fermandosi a parlare con i fedeli che si trovavano all'interno. Le foto diffuse dal profilo Facebook del governo di riconciliazione mostrano il primo ministro accolto da una folla di persone nel luogo di culto islamico. Subito dopo, al Sarraj si è recato in piazza dei Martiri dove ha salutato le forze di sicurezza locali presenti sul posto, 1 aprile 2016. +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++

Dallo scontro con l’Isis al ruolo dell’Italia e degli alleati. Arturo Varvelli (Ispi) ci aiuta a ricostruire lo scenario in cui dovrà agire il nuovo esecutivo di al-Sarraj

Difficilmente già oggi il parlamento di Tobruk voterà la fiducia al governo di unità nazionale per la Libia, con a capo Fayez al-Sarraj. Nelle precedenti votazioni è sempre mancato il quorum e anche i contatti di queste ore non stanno portando all’esito positivo che si sperava nel giro di poche ore. Appare più probabile lo slittamento a domani.

L’avere un governo, comunque, non sposterà clamorosamente gli equilibri di un Paese devastato qual è quello nord-africano. Potrebbe però creare conseguenze positive a livello di legittimità, sostiene Arturo Varvelli, responsabili del Terrorism Research Program presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) di Milano. È con lui che abbiamo fatto il punto sulla crisi libica – ruolo dell’Isis incluso – e sulle prospettive per alleviarne la portata.

In che misura il futuro del Paese dipenderà dall’azione di un governo di unità nazionale?
Da un lato, non moltissimo. Il sistema politico-economico libico è al collasso. L’instabilità è altissima, e tutti i soggetti in campo pretendono di essere legittimi: dai signori della guerra al Parlamento di Tobruk, passando per l’Isis. Quella della Libia è per forza di cose destinata a essere una crisi di lungo periodo. Ma avere un governo è una chance per ottenere rappresentatività a livello internazionale e stimolare un po’ di ricomposizione. Entrambe le due cose passano dal controllo delle risorse finanziarie del Paese: una leva con cui il governo potrebbe acquisire quel minimo di autorità, gestendo il confronto tra le fazioni in campo.

A leggere una buona parte della stampa internazionale, sembra che l’Isis stia minando l’esistenza della Libia e sia pronto a prendere il potere. Non è un po’ esagerata, come interpretazione?
Dobbiamo partire dal fatto che in Libia non esiste più il monopolio dell’uso della forza e questo ha permesso la nascita e l’affermazione di decine e decine di milizie che si muovono sul campo, rappresentando determinati interessi. Il quadro è a macchia di leopardo. L’Isis ha trovato in questo contesto uno spazio in cui infilarsi, prendendo il controllo di Sirte e di un pezzo del litorale, a cavallo tra la Tripolitania e la Cirenaica, tra Tripoli e Tobruk, le “capitali” dei due blocchi che si contendono il potere. Non è casuale. Un po’ come in Iraq, dove i baathisti, per evitare l’esclusione, hanno sposato la causa dell’Isis dopo la fine del regime di Saddam, anche in Libia – fatti i dovuti paragoni – il blocco gheddafiano (Sirte è città natale e roccaforte dell’ex dittatore) ha scelto l’Isis. Anche i giovani ne hanno rinforzato le file. Ciò detto, l’Isis ha una forza numerica limitata in Libia e il suo reale potere offensivo viene ingigantito da una certa retorica. Non per questo va sottovalutato. Sappiamo d’altronde che la sua pericolosità è dovuta non solo alla guerra sul campo che conduce nei vari scenari del Medio Oriente, ma anche dalla capacità di fare terrorismo. Avere l’Isis in Libia è senz’altro un fattore di rischio. E per ovvie ragioni lo è anche per l’Italia.

Il nostro Paese sembra un po’ tirato per la giacca, sul fronte libico. Che contributo può realmente dare?
L’Italia sta dando un contributo sostanziale. Alcune dichiarazioni sono state poco chiare, questo è vero. Ma il governo ha riportato nella giusta misura la possibilità di intervento, tenendo la barra dritta e facendo notare che l’intervento non deve tradursi nel combattere lo Stato islamico. Del resto, fare la guerra ai terroristi in modo indiscriminato favorisce gli stessi terroristi, perché ogni potenza – e l’abbiamo visto in Siria – ha i suoi terroristi da combattere. L’intervento in Libia dovrà essere a favore di un governo centrale, per la ricostruzione di un quadro politico che argini il terrorismo e risolva almeno una parte dei tanti problemi della Libia. L’approccio dell’Italia è corretto.

I ministri degli Esteri di Germania e Francia sono appena andati in Libia, a stretto giro dalla visita di Paolo Gentiloni. Ci vede unità di intenti o un piano B?
Direi la prima. Frank-Walter Steinmeier e Jean-Marc Ayrault rafforzano lo spirito della visita di Gentiloni. Teniamo anche conto che a Tripoli si è appena reinsediata la missione dell’Onu, con a capo il tedesco Martin Kobler, che si sta muovendo con un’altra marcia rispetto al predecessore, Bernardino León, coinvolgendo la società civile, gli attori tribali, le comunità politiche e militari sul territorio. Ciò nonostante, al di là della facciata, si intravede da parte francese una strategia mirante ad avere una Cirenaica amica. E in Cirenaica ci sono gli interessi di Total (il colosso francese dell’Oil&Gas). Mentre l’Italia ha i suoi soprattutto nella Tripolitania. C’è insomma un elemento di conflittualità.

“Quando c’era Gheddafi la situazione era sotto controllo”. Non sono pochi coloro che fanno questo discorso. Non trova, al di là del fatto che è evidente che la Libia sia in preda al caos, che questo “rimpiangere” Gheddafi, un dittatore, delegittimi i sentimenti di chi in Libia ha scelto di lottare per la libertà?
Non era difficile prevedere che senza Gheddafi la Libia sarebbe implosa. Ma questo non deve voler dire che la diga al caos fosse Gheddafi. Dobbiamo tenere ben presente che questi stessi regimi sono la prima causa delle rivolte cui abbiamo assistito nel mondo arabo. Dunque, non ha senso rievocarne la tenuta, né pretendere un ritorno all’autoritarismo. Possiamo guardare a quanto accade in Egitto, dove ha prevalso la restaurazione di Al Sisi. Il caso Regeni ne è una conseguenza. A ogni modo, non va scordato che la ricetta giusta non è nemmeno quella della democrazia all’occidentale e delle libere elezioni. In questi Paesi il voto divide, più che cementare la democrazia. Pertanto è auspicabile che prima di pensare alle urne si scriva un patto sociale, possibilmente inclusivo.

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