Serracchiani: “L’Europa torni a occuparsi dei grandi temi. Vietare il burkini non serve”

Politica
Debora Serracchiani durante la conferenza stampa del presidente del Consiglio Matteo Renzi nella sede del Partito Democratico sui risultati delle elezioni amministrative comunali, Roma, 06 giugno 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

La vicesegretaria dem: sugli immigrati tante polemiche sollevate da chi è più indifferente. Noi nella Ue oggi più credibili

«È singolare che ad alimentare le polemiche siano molto spesso proprio coloro che non stanno concretamente in trincea per cercare di risolvere i problemi, come invece stanno facendo molti amministratori». La vicesegretaria Pd, Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, entra così nel dibattito sui profughi e la possibilità di impiegarli in lavori utili lanciata dal responsabile Immigrazione del Viminale, Mario Morcone.

La proposta di Morcone ha già fatto fibrillare gli amministratori leghisti. Lei che ne pensa?

«Morcone fa una proposta che prova ad affrontare un problema. In molte Regioni, compresa la mia, abbiamo avviato da subito diversi progetti che hanno portato queste persone a svolgere lavori per le comunità che li accolgono. La nostra è la Regione che ne ha impiegati di più, oltre 2600, attraverso l’accoglienza diffusa, che ci ha permesso di avere piccole comunità in ognuno dei Comuni, ben 82 su 216, che li ospitano. In alcuni Comuni hanno preparato gli orti urbani che poi sono stati consegnati agli anziani, in altri si occupano della pulizia e manutenzione delle aree verdi e così via. Alcuni di loro, infine, grazie ad una collaborazione con la Confartigianato locale, stanno imparando dei mestieri che potranno mettere in pratica qui o nei loro paesi di origine quando saranno in grado di tornare».

Il ministro Alfano dice “Ok, purché facciano volontariato, perché il lavoro va dato prima agli italiani”. È d’accordo?

«Noi non li paghiamo, ogni lavoro è a costo zero per i Comuni, solo la Regione sostiene dei piccoli oneri per gli strumenti che occorrono per lavorare e le assicurazioni. Il miglior modo per non essere un problema per le comunità che li accolgono è proprio quello di rendersi utili facendo volontariato in attività in cui, peraltro, gli italiani non hanno intenzione di cimentarsi».

Il sindaco di Capalbio, Pd, e quello di Bondeno, Lega, su una cosa sono d’accordo: non vogliono i profughi nei loro Comuni. Glielo chiedo da dirigente nazionale del Pd: le sembra accettabile questa posizione?

«Al di là delle appartenenze politiche, il tema è un altro: se tutti ragionassero così non solo non si risolverebbe il problema ma lo si scaricherebbe sugli altri e questo non è giusto. Ma ci vuole buon senso da parte di tutti: nel nostro caso abbiamo fatto un Patto regionale sull’immigrazione con l’Anci, stabilendo quali e quanti Comuni possono accogliere e fissando regole precise».

Per esempio?

«Abbiamo stabilito che i profughi non possono andare in zone sciistiche durante l’inverno e nei comuni turistici di mare in estate per evitare problemi logistici e di ulteriore sovraffollamento. A Lignano, per esempio, ne sono stati accolti circa 100 durante l’inverno in collaborazione con lo stesso Comune».

L’ultima polemica riguarda il burkini. È giusto vietarlo, come è avvenuto sulle coste francesi?

«Capisco la posizione del premier Manuel Valls, sotto pressione per i durissimi attacchi terroristici che hanno colpito il suo Paese, ma non capisco quale paura possa generare una donna vestita al mare. Per me il burkini non è un problema, lo è il burqa, per noi il volto è identità, coprirlo è togliere l’identità ad una donna, mentre impedire di indossare il burkini può di fatto costringere queste donne a rinunciare al mare e a rinchiudersi in casa».

Lunedì vertice di Italia, Germania e Francia a Ventotene. Dal tema dell’immigrazione a quello della crescita in zona Ue. Cosa si aspetta il nostro Paese dall’Europa?

«Intanto che l’Europa torni a fare l’Europa e ad occuparsi dei grandi temi comunitari. Spero che i prossimi mesi siano dedicati a questo, alla costruzione di principi comuni. L’Italia, dal canto suo, si sta conquistando ruoli importanti dopo anni in cui aveva visto minata la sua credibilità internazionale tanto da restare esclusa dai tavoli decisionali. Oggi stiamo stabilmente seduti nei luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, lo abbiamo visto all’indomani dei fatti di Nizza. Questo è il frutto del lavoro svolto negli ultimi due anni dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Oggi siamo credibili perché stiamo finalmente facendo le riforme nel rispetto delle regole europee a differenza di altri Paesi che hanno abbondantemente superato il rapporto deficit/pil del 3%».

Ma l’Europa adesso guarda al referendum costituzionale. Che succede se vince il No? Addio credibilità?

«Partiamo da cosa succede se vince il Sì. Se gli italiani promuovono il quesito noi portiamo a casa una delle riforme più dibattute e più attese da questo Paese per recuperare competitività, efficienza e semplificazione. Da decenni parliamo della necessità di superare il bicameralismo perfetto: bene, siamo a un passo dall’obiettivo. Come siamo a un passo dalla possibilità di ridurre i costi della politica, di ristabilire chiarezza tra le competenze di Stato e Regioni. La scelta di votare sì non è né personale né di un partito, ma una scelta di merito, non ideologica. Se vince il No ci dimentichiamo le riforme per decenni, come ha detto lo tesso Renato Brunetta. Sa che significa ricominciare da una Bicamerale? Che passano almeno due anni per costituirla. Poi, per iniziare il confronto quanti altri ne passerebbero? Non penso che ci si possa permettere di aspettare così tanto tempo».

L’ex ministro Giovanni Maria Flick non solo ha bocciato la riforma, ma ha aggiunto che ormai è tardi per usare la “scolorina”. Si riferiva al tentativo di spersonalizzare il referendum. Si aspettava una presa di posizione così dura da un ex ministro del governo Prodi?

«Sono molte le persone che si sono schierate per il Sì, a partire recentemente da Arturo Parisi. Noi siamo arrivati a votare queste riforme dopo un lungo percorso, che è stato anche quello dell’Ulivo e del centrosinistra italiano. Adesso è arrivato il momento di portare a casa il risultato, non perché serve a Renzi, ma perché serve al Paese. Apprezzo lo sforzo di tutti coloro che si stanno impegnando per trovare i difetti di questa riforma, tutte le riforme ne hanno, tutte le riforme hanno richiesto degli adattamenti, non esiste la perfezione, ma dovremmo avere l’umiltà di dire “approviamo questa e poi ci si impegnerà per migliorarla se sarà necessario”. Quello che mi stupisce è vedere che molti di coloro che oggi criticano le riforme sono gli stessi che quando erano al governo non sono riusciti a farle o non le hanno ritenute necessarie».

Nel Pd la minoranza continua a chiedere la modifica dell’Italicum altrimenti non voterà la riforma.

«Noi andremo a votare per il referendum costituzionale, non per la legge elettorale che non c’entra nulla. Insistere nel trovare un collegamento diretto tra le due cose ritengo sia un errore. Rispetto alla legge elettorale, tra l’altro, dovremmo interrogarci a sinistra sul perché abbiamo fallito in queste riforme quando eravamo al governo, anche per la fragilità delle maggioranze. Se non altro questa legge elettorale ci dà delle garanzie: sappiamo chi vince il giorno delle elezioni e sappiamo che il governo che si formerà avrà i numeri per poter portare avanti il programma e approvare le riforme. Credo siano principi irrinunciabili».

Quindi non si rimette in discussione l’Italicum?

«La riforma elettorale l’abbiamo fatta. Se ci saranno i numeri in Parlamento per cambiarla non ci sottrarremo al confronto ».

 

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