“Se la democrazia è solo regole non regge la sfida identitaria”: parla Marramao

Terrorismo
Ny York Police Department.ANSA

Intervista al filosofo della politica e attento osservatore delle vicende internazionali: “Dall’11 settembre siamo entrati in un conflitto che ha le sembianze della guerra di religione, ma ha più a che fare con lo sradicamento”

“La storia d’Europa ha già visto, a cavallo tra settecento e ottocento, un vorticoso succedersi di eventi, registrato allora acutamente da Hegel. Come disse il filosofo, sembrava che lo spirito del mondo, che prima procedeva a passo di marcia, avesse improvvisamente indossato gli stivali delle sette leghe e si fosse messo a correre. Solo che allora si trattava di eventi rivoluzionari: la presa della Bastiglia, le guerre napoleoniche, il vento della libertà e dell’uguaglianza che soffiava in Europa”. Filosofo della politica e attento osservatore delle vicende internazionali, Giacomo Marramao non nasconde il suo sconcerto di fronte a una successione degli eventi sempre più rapida e apparentemente incontrollata, da ultimo con gli imbarazzati silenzi e le contraddittorie dichiarazioni delle cancellerie occidentali nel pieno di un tentativo di colpo di stato in Turchia. E ad appena ventiquattro ore dalla strage di Nizza.

Adesso, tra l’attentato in Francia, peraltro avvenuto proprio nell’anniversario della Bastiglia, e quello che sta accadendo in Turchia, sembrerebbe soffiare un vento piuttosto diverso da quello della libertà e dell’uguaglianza. Non crede?

Adesso soffia un vento molto diverso, certamente. Dall’11 settembre 2001 siamo entrati in un’epoca di conflitti determinati dall’ossessione identitaria. Questa è secondo me la dominante. Non tanto la diseguaglianza, la forbice che si allarga tra pochi privilegiati e masse crescenti di emarginati, che naturalmente conta, non lo nego. Ma secondo me la dominante della congiuntura storica è nella dimensione identitaria.

Sta dicendo che stiamo scivolando verso le guerre di religione?

No. Ritengo che questo conflitto abbia le sembianze di una guerra di religione, questo sì. Ma la religione non è altro che un medium di appartenenza, un mezzo attraverso il quale individui che si sentono sradicati trovano un senso alla propria vita, e lo trovano nel far parte di una comunità ideale, una umma. Questo perché oggi la condizione che caratterizza tutte le culture è l’esperienza dell’universale sradicamento.

Sarebbe a dire?

Sarebbe a dire che l’identità, la domanda “Chi sono io?”, diventa la questione cruciale. Per troppo tempo la democrazia occidentale si è cullata nell’illusione che tutti avrebbero avanzato solo domande del tipo “Cosa posso ave re?”, e così sarebbero entrati in una sorta di competizione di interessi. E invece la domanda su chi sono io non può essere rimossa. Se viene rimossa, prima o poi, riceverà una risposta in forma reificata, nella forma di un’iden – tità presentata come un blocco di granito, come un sasso, come qualcosa di a-problematico.

Come un’arma?

Certo. L’identità rimossa dalla razionalità occidentale rimbalza contro l’occidente nella forma di un’identità reificata, come forse è avvenuto a Nizza. E noi ci dobbiamo chiedere se in ciò non vi sia lo scacco della democrazia puramente procedurale, che pensa di reggersi solo su regole formali e così rischia di evitare la domanda fondamentale intorno a ciò che ci tiene insieme, la evita e la scioglie in una visione individualistica e mercantile della società. È il problema di un deficit di senso del nostro stare insieme.

Mi perdoni, professore, ma la democrazia moderna non è per l’appunto questo: il valore di una procedura che lascia aperta e sempre “contendibile” la questione del senso?

Certo, l’aspetto formale e universale della forma giuridica nella democrazia moderna, rispetto alla democrazia degli antichi, è sicuramente imprescindibile. Detto questo, però, rimane aperto il problema, che è stato posto anche dai giuristi più formalisti, come Kelsen, e cioè che un collante etico e politico della democrazia deve pur esserci. Un collante che vada al di là del fatto che condividiamo alcune regole. Intendiamoci, sono convinto che senza regole formali nessuno potrebbe considerarsi libero, ma resta il problema politico, oltre che morale, di ciò che fa il senso del nostro stare insieme, quale idea di società, di vita comune. La democrazia è un mezzo per regolare la vita associata, ma quando questa perde ogni senso e diventa un ambito di puro scambio formale, senza alcun reale vincolo di solidarietà, emerge il rischio di un conflitto, anche violento.

E la democrazia come dovrebbe rispondere a questo problema?

Io non credo che la soluzione di questo problema possa essere demandata alla religione, e nemmeno all’etica, a una sorta di morale comune, che pure ci vuole. Io penso che debba essere affidata alla politica. È la politica che deve ridare il senso del vivere uno spazio che effettivamente viene condiviso, del sentirsi parte di una comunità che cresce e si sviluppa nel tempo, con una idea dello stare insieme che sia simbolicamente forte e non un mero negoziare e contrattare.

Se è così, a guardare il panorama delle élite politiche occidentali, non la vedo tanto bene…

E ha ragione. La politica non è messa bene. È per questo che l’Europa è in crisi. Direi anche più degli Stati Uniti. Con tutti i suoi limiti, in particolare nei suoi rapporti con il mondo, la democrazia americana ha avuto sempre una idea, un senso dello stare insieme. Ovviamente nella forma della storia americana, con il patriottismo repubblicano, con l’idea di far parte di una comunità di destino. Dopo la crisi del Vietnam, gli stessi politologi americani ritenevano gli Stati Uniti un paese in declino. E invece hanno dimostrato di sapersi rigenerare, anche simbolicamente. L’Europa no.

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