“Sconfitto sì, ma non dalla storia”

Berlinguer
Enrico Berlinguer inaugura una sezione del Pci, il 13 maggio 1984, a Nogara.  ANSA

Luciana Castellina, la “pasionaria” del Manifesto, contesta la lettura di de Giovanni su Enrico Berlinguer: riduttiva, come se parlasse ai bambini. “Chi lo sostituì con la svolta abiurò al comunismo italiano, spezzando la schiena alla sinistra e alla discussione”

“Sì, Berlinguer è stato sconfitto. Ma dai suoi compagni di partito, quelli che poi spezzarono la schiena a chiunque voleva discutere, distruggendo la sinistra in Italia”. Nel 1970 Luciana Castellina fu radiata dal Pci (anche da Berlinguer che al tempo era vicesegretario con Longo già malato) come tutto il gruppo del Manifesto. Pochi sanno però che nel 1984, poco prima della sua morte, lo stesso Berlinguer “venne al congresso del nostro Pdup (Partito di unità proletaria per il comunismo, ndr) e ci chiese di tornare nel Pci, cosa che poi facemmo, tanto che divenni parlamentare assieme a Biagio de Giovanni”.

Luciana Castellina, dunque anche lei è d’accordo sul fatto che Berlinguer è stato sconfitto. A differenza di Biagio de Giovanni però lei sostiene che non lo fu dalla storia. Da chi allora?

“Fu lasciato in minoranza ai tempi della cosiddetta seconda svolta di Salerno. Quando abbandonò il compromesso storico e con la svolta passo a proporre l’alternativa su posizioni più di sinistra. Da quel momento in poi fu in minoranza nella segreteria del Partito: basta andare a rileggere le relazioni. Così come fu sconfitto quando andò davanti ai cancelli della Fiat. Quando parlò di austerità all’Eliseo e fu considerato un rompicoglioni perbenista e invece parlava di consumismo ed ecologia. Fu messo in minoranza quando parlò di questione morale tratteggiando i limiti del sistema democratico”.

Lei però come tutto il gruppo de Il Manifesto sarà d’accordo sul fatto che Berlinguer ebbe la colpa di non rompere prima con il socialismo reale dell’Urss…

“Sì, ma con motivazioni diametralmente opposte. Questa improvvisa e catastrofica scoperta che l’Urss era tutta sbagliata l’avrebbero potuta fare 10 anni prima, quando la facemmo noi! Il ritardo era evidente ben prima di Berlinguer e nessuno di chi lo mise in minoranza alzò la mano per chiederla. Ma se si trattava di una svolta necessaria questo non ha niente a che vedere con l’abiura della storia del Partito comunista italiano – che non aveva niente a che fare con l’Urss – che venne perpetrata con la svolta di Occhetto. Un’abiura che ebbe conseguenze nefaste per tutta la sinistra italiana”.

Quali conseguenze? Non crede, come de Giovanni, che oggi finalmente si possasuperare le differenze creando, a distanza di una generazione, una vera sinistra?

“Niente affatto. Ancora oggi il modo in cui fu fatta la svolta ha distrutto la spina dorsale della sinistra in Italia. Ricordo a tutti che fra il primo congresso in cui si decise la fine del Pci del 1989 e quello del 1991 in cui si decise il cambio di nome 800mila iscritti se ne andaronoi. Ma non sono finiti in Rifondazione comunista, hanno proprio lasciato l’impegno politico e la sinistra”.

Quindi lei come Tronti pensa che se ci fosse stato Berlinguer la svolta sarebbe stata fatta meglio e in modo più politicamente logico e partecipato.

“Ma certamente. Quegli 800mila se ne andarono perché si sentirono mortificati e avviliti dal modo con cui si liquidò una storia, una comunità. Da quel momento non hanno più avuto la forza di obiettare. La sinistra da lì in poi ha dimostrato di non sapere più discutere e chi contesta oggi va da Grillo, nel M5s perché non ci sono più posti per discutere veramente di politica. Con il corollario non indifferente di aver creato una generazione di anziani alla guida dei partiti che si succedettero al Pci, una generazione che non fu in grado di capire che il mondo era già profondamente cambiato e che si è rivelata sempre in ritardo su tutti cambiamenti, dalla globalizzazione a oggi, succube del liberismo imperante”.

Lei a quel tempo, 1989, era nel Pci e votò subito contro la svolta. Cosa proponevate? Biagio de Giovanni sostiene che la grande colpa di Berlinguer fosse sostenere che il capitalismo sarebbe presto morto. Non mi pare che voi andaste oltre: è anche colpa vostra se chi non era d’accordo non trovò una rappresentanza alternativa a Rifondazione.

“Se Occhetto e Napolitano sognarono l’approdo alla socialdemocrazia, che nel 1991 era un’idea già un po’ vecchiotta e che comunque in Europa nel nuovo millennio si è ben guardata da fare autocritica rivendicando con orgoglio i successi dello Stato sociale che oggi anche nel Pd sono considerati ruderi politici da superare, noi producemmo un documento, la cosiddetta ‘Mozione 2′ che oggi andrebbe ripubblicato per la sua attualità politica. La nostra analisi era molto avanzata e innovativa, non parlavamo di condannare il comunismo, compreso quello italiano, o di rifondarlo. Ma di nuovo modello di sviluppo trattando temi come il femminismo, l’ambientalismo e il contrasto al consumismo. Capimmo ad esempio che con la fine del fordismo la classe operaia non era più l’unico soggetto a cui rivolgersi, che serviva un progetto che unificasse le nuove contraddizioni del capitalismo. Tutte questioni che sono state totalmente ignorate ai tempi della nascita del Pds e nel dibattito seguente a sinistra. Ripeto, sarebbe il caso di ripubblicarla. E, finalmente, discuterla”.

La conclusione di de Giovanni è che solo oggi si potrà superare, grazie al salto generazionale di Renzi, la fusione fredda e fallita fra cultura democristiana e comunista che è alla base della nascita del Pd. È d’accordo?

“Ma Renzi non è figlio né dell’una né dell’altra. Quella di Renzi è una cultura modernista, postdemocratica e post parlamentare che nasce dalla considerazione che i problemi contemporanei sono troppo complicati e per affrontarli serve una governance di stile aziendale in cui le decisioni si prendono in tempi brevi, senza discutere, in uno schema in cui c’è il ritiro della politica che non è più necessaria. Quanto alla cultura democristiana o post comunista mi pare che non esistano più. Non vedo culture politiche in giro. A tal proposito mi faccia sottolineare una cosa: ho visto che Cicchitto, come de Giovanni, sostiene che Berlinguer dovesse allearsi con Craxi invece che proporre l’alternativa. Ebbene, detto da chi è finito con Berlusconi mi pare abbastanza patetico”.

Castellina, ma non è che voi del Manifesto ora rimpiangete Berlinguer in una sorta di sindrome di Stoccolma? Almeno sul compromesso storico continuate a criticarlo o avete abiurato anche voi?

“Ma figuriamoci! Il compromesso storico lo avversammo e lo considero ancora il più grave errore di Berlinguer come tutte le sue proposte di fine anni ‘70. Ciò non significa però che si possa liquidare il suo pensiero come ha fatto il mio amico Biagio: sembra che racconti Berlinguer a dei bambini con semplificazioni inaccettabili”.

Però concorda con l’analisi di come il suo carattere influì sul suo stile politico: l’austerità, il senso di responsabilità.

“Questo sì. Ricordo sempre al suo funerale una donna che diceva: ‘Parlava così male che si capiva che era sincero’. È profondamente vero: gli imbroglioni straparlano. Lui usava parole semplici e dirette. Sul carattere schivo influiva molto il suo essere sardo: suo fratello Giovanni, con cui ha lavorato tanti anni, era molto simile. In più dall’attentato a Togliatti in poi il gruppo dirigente aveva la scorta e una stretta vigilanza: per questo anche ai tempi della Fgci quando si andava a cena fuori, Berlinguer non c’era mai, la sua giovinezza fu cancellata dalla vita da dirigente”.

A proposito di Togliatti: nel rapporto con gli intellettuali e rispetto al rapporto con il partito, Berlinguer come si comportò?

“Togliatti fece un miracolo a creare il Pci in Italia: la sua non fu doppiezza ma duplice verità: gli serviva tenere in piedi l’idea della rivoluzione e dell’Urss per evitare l’omologazione. Berlinguer ci trattò sempre con rispetto: cercò fino all’ultimo di evitare la nostra espulsione. Ma non ci riuscì”.

Oggi invece per la sinistra c’è il rischio di “morire democristiani”, parafrasando un famoso titolo del Manifesto? Il capitalismo è ancora forte, il socialismo non esiste più.

“Il socialismo aveva come obiettivo la creazione di una società con eguaglianza e libertà. Se la rivoluzione francese ha portato la libertà senza uguaglianza, il socialismo reale ha portato uguaglianza al costo dell’abolizione della libertà. La ricerca di un nuovo modello sociale che le garantisca entrambe dovrebbe essere l’obiettivo della sinistra, anche perché Marx non l’ha mai delineato. Tocca alle nuove generazioni trovare il modo di realizzarlo”.

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