Scienza e Società, la simmetria imperfetta. Dialogo con il sociologo Massimiano Bucchi

Scienza
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Vaccini, eutanasia, chirurgia estetica: l’opinione pubblica appare sempre più polarizzata su questioni che ci toccano da vicino. Abbiamo parlato con il sociologo della scienza Massimiano Bucchi del nostro rapporto con la tecnica, con la scienza, e di come la società si rapporti a queste istanze. Con uno sguardo al futuro…

La foto in primo piano della Ministra della salute Beatrice Lorenzin, che sorride compiaciuta; sotto, in caratteri maiuscoli, l’appello: “Vaccini: chiediamo dimissioni immediate del governo per decreto legge da regime”. È una campagna promossa sul sito change.org, nata come reazione al recente Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli; ma non solo: è anche uno dei numerosi sintomi di come il dibattito pubblico sia fortemente polarizzato sui temi di natura etico-scientifica che ci toccano da vicino.

Le discussioni sorte intorno alle vaccinazioni, così come, per esempio, il problema della gestione del fine vita, mostrano quasi sempre una forte contrapposizione tra fazioni arroccate sulle loro convinzioni: vaccinisti e antivaccinisti, pro e contro eutanasia; e al di là del merito di ciascuna di queste posizioni, le parti in campo non riescono minimamente a comunicare tra di loro. Ma se da un lato è possibile imputare alla cattiva informazione delle persone, spesso foraggiate dalle bufale che si trovano in rete, alcuni orientamenti che appaiono contrari al buon senso, dall’altro tale lettura non è sufficiente per dare conto di un fenomeno che affonda le sue radici ben più in profondità.

“Le dinamiche della comunicazione digitale hanno un loro ruolo in questa situazione – ci dice il sociologo della scienza Massimiano Bucchi, autore di numerose pubblicazioni su questi temi tra cui Scientisti e Antiscientisti (Il Mulino 2010) – ma non sono la causa di quello che sta accadendo: casomai tendono a rinforzare e a permettere il radicarsi di certe convinzioni. Dai dati dell’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società sui vaccini emerge chiaramente che l’ostilità ai vaccini non è una funzione dell’ignoranza o della disinformazione. Spesso infatti su posizioni di parziale scetticismo troviamo persone più scolarizzate e informate della media, anche dal punto di vista scientifico. Gli atteggiamenti verso i vaccini vanno visti nel quadro di un profondo cambiamento del rapporto con la salute, che sempre più viene vista come una prerogativa e uno spazio di espressione della libertà individuale”.

 

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“Scietisti e Antiscientisti” di Massimiano Bucchi, uscito nel 2010, è una pubblicazione fondamentale per capire come si sta sviluppando il rapporto tra scienza e società

Per risalire alla radice del problema, è allora utile spostare il fuoco della riflessione sul rapporto tra società e scienza, sinergia che negli anni è diventata sempre più problematica: “La scienza è stata una grandissima forza trasformatrice sul piano economico, sociale e culturale – ci dice Bucchi – soprattutto dalla seconda metà dell’ottocento in poi, tanto che l’economista e sociologo Torsten Veblen si chiedeva già nel 1905 come avesse fatto ad acquistare tale rilevanza sociale. Negli ultimi decenni tuttavia il rapporto tra scienza e società ha acquisito caratteri sempre più pragmatici, funzionali e opportunistici. Si pensi alle politiche della ricerca in ambito europeo, i cui documenti sono impregnati di una ‘retorica dell’innovazione’ e dell’idea che la scienza sia una sorta di macchinetta per produrre dei risultati: trascurandone così l’impatto sociale e il ruolo culturale.”

E questa visione di una scienza taumaturgica, quasi il correlato contemporaneo della magia antica, emerge in tutta la sua forza tanto nel cosiddetto ‘scientismo’ quanto nel suo (presunto) contraltare ‘antiscientismo’: due modi di avere a che fare con la scienza che tendono ad attriburile la capacità (auspicata dai primi, temuta dai secondi) di soddisfare tutti i problemi e i bisogni dell’uomo. Un approccio che si è radicato nel senso comune, finendo per orientare il rapporto tra scienza e società tout court: “A questa tendenza scientista – aggiunge Bucchi – si unisce un altro elemento fondamentale: il fatto che oggi la nostra società sia fortemente individualizzata e personalizzata. La possibilità dell’imposizione dei vaccini si fonda invece su un concetto di comunità forte, che riconosca come interesse superiore quello della protezione della salute collettiva, da anteporre perfino a quella del singolo; tanto è vero che nell’Inghilterra vittoriana, dove non erano certamente antiscientisti, c’era una fortissima opposizione ai vaccini, per lo più tra le classi più istruite, perché per loro il fatto che lo stato si intromettesse nella sfera delle libertà individuali era inaccettabile. La discussione sui vaccini, quindi, va anche inquadrata in una tendenza di lungo periodo, che riguarda la concezione della propria salute e del proprio corpo come una prerogativa individuale, come un dominio della propria libertà e autodeterminazione: un filo conduttore che lega le discussioni sul fine vita, l’utilizzo dell’omeopatia e la diffusione della chirurgia estetica”

Scientismo e individualismo sono quindi le due coordinate all’interno delle quali si articola il rapporto di ogni persona con la scienza. Del primo c’è da rilevare che è penetrato in maniera strisciante nel senso comune, perfino nel linguaggio. Si pensi, per esempio, alla maniera in cui tutti noi pretendiamo di legittimare un dato di fatto attribuendogli una ‘verità oggettiva’, richiamando cioè il processo di astrazione attraverso il quale la scienza può trattare qualcosa come un oggetto slegato da vincoli temporali, non suscettibile al cambiamento e, quindi, osservabile come materia statica e manipolabile. L’oggettività di un dato finisce, in questo senso, per implicare un richiamo ad una sorta di “verità più vera”, universale e incontrovertibile; questo fatto denota come per ognuno di noi, a livello quasi subliminale, lo sguardo della scienza sembra quello più capace di “legittimare” il reale.

Dall’altro lato, la tendenza all’individualismo ci spinge ad accettare o rigettare i prodotti della scienza a seconda delle nostre tendenze, convinzioni e fedi personali; approccio che crea un cortocircuito con la nozione di universalità che la scienza rivendica: “La combinazione di scientismo e individualismo – conferma Bucchi – spinge gli individui a riporre nella scienza una sorta di aspettativa miracolistica, che nel momento in cui viene delusa apre le porte ad un veemente rigetto nei confronti delle pratiche scientifiche. E tutto questo si traduce in un atteggiamento che non è equilibrato: che oscilla, appunto, tra fideismo e chiusura pregiudiziale. La spia che in Italia, ma non solo, la cultura del ruolo della scienza nella società è molto fragile.

Un fattore determinate in questa situazione è la politica, troppo spesso non all’altezza del compito di gestire complicati equilibri: “C’è sicuramente un contesto di grande debolezza delle istituzioni – afferma Massimiano Bucchi – la risposta tecnica, o quella meramente individualistica, trovano spazio laddove c’è un vuoto della politica. In Italia, rispetto ad altri Paesi, vi è anche un problema di fiducia nelle istituzioni che alimenta tutto il contesto. Quello che viene dalle istituzioni non sempre è percepito come espressione dell’interesse generale, ma talvolta perfino visto con sospetto. Nel caso dei vaccini, e di altre questioni che riguardano la salute, a questa sfiducia nell’autorità fa da contraltare un senso crescente di onnipotenza individuale, per cui riteniamo di saperla più lunga delle persone che abbiamo eletto a rappresentarci, dell’insegnante di nostro figlio, del nostro medico. Di qui la sempre più diffusa “dis-intermediazione”, la presunzione di controllo del singolo di tutto ciò che lo riguarda. Che nel caso dei vaccini diventa: ‘il vaccino è mio e me lo gestisco io’.”

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Un medico si appresta a vaccinare un paziente. Si calcola che nell’ultimo anno, in Italia, ci sia stato un calo del 230% di vaccini per il morbillo

Questa deriva individualistica delinea un quadro nel quale ogni singolo, per edificare i convincimenti che lo orientino nell’agire, si connette a una micro-comunità, come quelle di cui pullula la rete. Un fenomeno sociologico completamente sottovalutato dalla politica, colpevole anche di non aver agito tempestivamente: “La questione dei vaccini – commenta il sociologo – rivela come la comunicazione e la fiducia, per usare uno slogan, vadano costruite in tempo di pace. Quando scoppiano le emergenze si sconta il fatto che non sia stato improntato in tempi precedenti un solido discorso su quei temi. Questo lo si è visto anche in occasione degli incidenti nucleari; se di una questione si parla solo nel momento in cui c’è il problema è chiaro che le reazioni da parte degli attori in gioco rischiano di essere polarizzate, rigide.”

Il panorama ingarbugliato che va delineandosi, che vede gli individui caricarsi di aspettative nei confronti della scienza, alla quale da un lato viene domandato di risolvere le questioni con ricette universali, dall’altro la possibilità di lasciare al singolo la scelta di auotodeterminarsi, è, quindi, il portato di un rapporto irrisolto tra società e scienza; la società usa la scienza come scorciatoia per evitare di interrogarsi su di sé e sul proprio futuro; la tecnoscienza si fa carico delle aspettative e dei desideri sociali più disparati.

Dietro alle istanze relative al problema della gestione del fine vita, o a quello dei vaccini, si celano questioni che hanno a che fare con la definizione stessa di cosa sia un essere umano e delle sue prerogative: fino a che punto l’uomo può autodeterminarsi senza ledere la libertà altrui? Fino a che punto si può spostare il confine tra ciò che è vivo e ciò che non lo è più? Domande che tradizionalmente trovavano una risposta in campo morale, religioso o filosofico e che in una società democratica devono tenere conto dello stato della scienza e della tecnologia, ma non possono che avere una risposta politica.

“A questo proposito, mi viene un esempio molto semplice – ci dice Massimiano Bucchi – l’argomento che rifiuta il razzismo perché quest’ultimo è ‘scientificamente infondato’. Il razzismo è moralmente e politicamente ingiusto, e va rifiutato anche perché rischia di far perdere risorse preziose alla società, e ancora per una lunga serie di motivi che cadono al di fuori dalla competenza scientifica. Che ce lo debba dire la scienza è meramente accessorio. E dà per scontato che ricerca scientifica efficace e società giuste e democratiche vadano necessariamente a braccetto; la scienza nazista in campo medico era eccellente: questo è forse un argomento per rivalutare il nazismo? La scienza in Unione Sovietica è stato un modello, anche in Occidente, per le politiche della ricerca: è un motivo per rivalutare quel tipo di società? .”

Aspettando la liberazione (Scheletri in ufficio). Paul Delvaux (1944)

“Aspettando la liberazione (Scheletri in ufficio)”. Paul Delvaux (1944)

In ultima analisi, la partita si gioca sulla possibilità di rimettere sui binari giusti il rapporto tra società e scienza, in modo che quest’ultima non diventi né una sorta di “supermercato”, dal quale ognuno pretenda di attingere alla bisogna (la “tecnoscienza à la carte”, la chiama nel suo libro Bucchi); né che finisca per essere oggetto di un’inconsapevole ipostatizzazione, tramutandosi in quella forza cieca e dominante, che si autoalimenterebbe fino ad assorbire totalmente il senso del mondo, preconizzata da certa filosofia contemporanea.

“Il rischio è che da un lato la società si sottragga alle proprie responsabilità – conclude Massimiano Bucchi – dall’altro che la scienza si faccia carico, in modo potenzialmente rischioso per se stessa e i suoi obiettivi, di istanze che non la riguardano. Per questo credo sia fondamentale, nel processo di lungo periodo, provare a costruire una cultura matura, aperta e critica del ruolo della scienza nella società che non oscilli un po’ schizofrenicamente, come abbiamo detto, tra la chiusura pregiudiziale e l’aspettativa miracolistica.”

Ci aspetta quindi un compito non facile e che presta il fianco a mille difficoltà; ma se, come sembra sempre più evidente, la tecnica, e la scienza che ne è alla base, continueranno a radicarsi come tratti salienti dell’umanità, allora la posta in gioco per la quale battersi appare di vitale importanza.

 

 

Immagine copertina: “Il Viadotto”. Paul Delvaux (1963)

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