Sara Bentivegna: “Il M5S è già un partito organizzato. Ma dov’è la democrazia?”

M5S
Foto LaPresse/Emiliano Albensi
15/11/2013 Melfi
Grillo in Basilicata per Succede Tour 
Nella foto: uno dei momenti del tour di Beppe Grillo in Basilicata. Grillo è arrivato nella regione lucana per sostenere la candidatura di Piernicola Pedicini alle elezioni regionali. Qui il leader del Movimento Cinque Stelle incontra i cittadini davanti a Fenice, l'inceneritore dell'indotto Fiat di Melfi.Foto LaPresse/Emiliano Albensi
15/11/2013 MelfiMovimento 5 Stelle party leader Beppe Grillo campaign in Basilicata

La docente di Teoria della comunicazione e dei nuovi media: “Rousseau, la nuova piattaforma, nega la partecipazione democratica”

“Rousseau, la nuova piattaforma digitale del Movimento 5 Stelle è una struttura organizzativa che ha molto poco a che fare con la partecipazione democratica. È invece un sistema operativo di un soggetto politico che ha la necessità di organizzarsi e strutturarsi sempre di più come un partito”. Sara Bentivegna si occupa di comunicazione politica e la insegna alla Sapienza dove è ordinaria di Teoria della comunicazione e dei nuovi media. A colpi di tweet, la politica in prima persona (Il Mulino) è il suo ultimo successo editoriale. Come possono interagire il web e la politica è il suo campo di studio e specializzazione. Rousseau, inteso come il nuovo sistema operativo digitale del Movimento 5 Stelle lanciato il giorno in cui Casaleggio ha lasciato la sua creatura in mano al figlio Davide e a Grillo, è la sua ultima curiosità accademica.

I 5 Stelle promettono di garantire democrazia e trasparenza grazie al web. Il web è sinonimo di entrambi questi valori?

Il web di per sé non garantisce né l’uno né l’altra. È solo una delle tante piattaforme di comunicazione come già la sono state tv e radio ma non esiste alcun automatismo, meno che mai rapporto di causa-effetto con la democrazia e la trasparenza.

E il mito è quello di Gaia e di “uno vale uno”, un falso?

No, è corretto dire che i 5 Stelle hanno fatto diverse operazioni con il web. Nella prima fase, quella più originale, possiamo definirla l’era di Gaia, siamo a metà del primo decennio del Duemila, lo hanno usato come stavano facendo negli Stati Uniti. Cioè creare meet up per stabilire relazioni tra le persone intorno a temi specifici, sfruttare l’organizzazione che il web consente per fare un lavoro di raccordo tra i cittadini soprattutto a livello locale su determinate problematiche. Quella è stata veramente la fase della democrazia partecipata, dal basso, possibile soprattutto tramite web.

Poi invece di un’evoluzione democratica c’è stata un’involuzione autarchica?

Dal 2013, l’anno in cui sono sbarcati in Parlamento, hanno avvertito l’esigenza di organizzarsi. Da qui la creazione di una piattaforma come Rousseau che ha molto poco a che fare con la partecipazione e che dimostra come M5S, partito o non partito, deve invece affrontare questioni proprie di un partito.

Perché?

Si tratta di un sistema operativo chiuso con molti filtri. Possono accedere solo gli iscritti. Il secondo filtro riguarda il profilo, se sei un eletto oppure no. Il terzo, il luogo di residenza. Insomma, nulla a che fare con la democrazia partecipativa. La piattaforma Rousseau è una sorta di presidio tecnologico strutturale di un soggetto politico che è diventato partito uso malgrado e che deve esercitare il controllo su suoi eletti.

In base a quali elementi dice questo?

Lo dicono loro. La piattaforma afferma di avere come obiettivo il controllo del suoi eletti, più o meno circa 2000 persone. Equivale alla segreteria di un partito. Il ruolo di Davide Casaleggio è quello del responsabile organizzazione di un partito.

Il partito liquido, la democrazia partecipata, tutti progetti falliti?

Il problema vero è un altro e molto più serio: i partiti stanno profondamente cambiando e assistiamo a tentativi diversi di cercare risposte a questa trasformazione. È certo che molte forme organizzative del passato devono concludersi. Oggi servono strutture flessibili.

M5S tutto sembrano tranne che flessibili.

Infatti sono molto rigidi. Anche se a loro va riconosciuto il merito di aver trascinato per i capelli tutti i soggetti politici nel web. Poi hanno cercato di ideologizzare la Rete. Che non è sinonimo di democrazia.

Come giudica le espulsioni tramite clic?

Rispondono a una logica di struttura chiusa e controllata di cui non sappiamo nulla e su cui non possiamo esercitare alcuna verifica. Possiamo solo aspettare il risultato. Le espulsioni sono il risultato delle regole interne. Il punto è come si possa pensare di aderire ad un sistema che si dà quella regole.

Quelle regole però producono doppie e triple morali.

Una prova in più che la presunta trasparenza delle regole produce grande opacità.

Il caso Pizzarotti è figlio dell’applicazione delle regole o del regolamento di conti interno?

Credo di entrambe. Col passare del tempo M5S deve essere sempre più rigido e identitario nelle regole. Poi ci sono tensioni locali e personali che fanno pensare a regolamenti di conti.

Qualche giorno fa ha ritwittato che “lo scontro twittarolo Pd-M5S su ultimo avviso di garanzia annoia anche le tifoserie più accanite”. Cosa ne pensa delle squadre reclutate dalle segreterie per fare politica su twitter?

Imbarazzante e stucchevole. Purtroppo è una caratteristica di tutti i partiti. Queste tempeste di tweet non hanno senso e perdono contenuto. E inquinano l’atmosfera già di per sé pesante.

 

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