Santoro: “Aprite gli occhi, il 4 si decide se far cadere il governo che ci rappresenta in Europa”

Referendum
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Intervista a tutto campo al giornalista, che dice: «Ancora non mi è chiaro qual è il percorso se vince il No. Per aver espresso le mie idee sono stato preso di mira sul web da manganellatori grillini e di Salvini»

Le vie del racconto sono infinite. E Michele Santoro, che in fatto di sfide non si è mai tirato indietro, è in cerca di nuovi linguaggi. Raccontare la realtà, certo, come ha sempre fatto, ma non solo attraverso la televisione. Ne parliamo con lui, nel giorno in cui su Facebook ribadisce le sue critiche al fronte del No:

«Non c’è dubbio che la vittoria del Sì consentirebbe al governo di continuare la sua azione e la renderebbe più stabile. Il fronte del No, invece, non ha alcuna omogeneità».

Ci accoglie nella redazione di “Servizio pubblico”, dove è già al lavoro di prima mattina. Santoro, ormai ha alle spalle oltre 30 anni di carriera televisiva: in questo lasso di tempo ne ha fatte e gliene hanno fatte di tutti i colori. Ma quanto – e soprattutto in cosa – è cambiata la nostra tv?

«La televisione di oggi è semplicemente a pezzi, quasi priva di senso. Tutto viene consumato sul modello della rete. I programmi fanno molta fatica ad esistere. Da “Samarcanda”sono nate infinite filiazioni che possiamo ritrovare nel palinsesto, ma nessuna ha la sua stessa forza. Certo, non si può dire che la tv abbia perso di importanza, né che i talk show siano morti –lo stesso Grillo se n’è reso conto tant’è vero che anche i grillini partecipano ai talk show -, perché se mettiamo insieme tutti questi pezzetti di palinsesto arriviamo in una settimana a circa 24-25 milioni di ascolti. Solo uno stupido direbbe che sono numeri irrilevanti. Il problema è che questi programmi non hanno la forza di quelli che facevamo noi nel passato, quando mettevamo in crisi il Palazzo. La situazione, purtroppo, coinvolge anche noi ed è il motivo per cui ho deciso di fare un passo indietro e di dedicarmi ad un altro tipo di ricerca».

Parla del docufilm “Robinù ”, presentato al Festival di Venezia?

«Mi ha fatto sentire vivo lavorare a “Robinù”, che uscirà nelle sale il 6 e 7 dicembre e nasce da un’esigenza: quella di ritrovare un’efficacia narrativa messa in crisi dalla televisione a pezzi».

Lo ha già letto il nuovo libro di Saviano, “La paranza dei bambini”, che affronta lo stesso argomento del suo docufilm, cioè la baby criminalità a Napoli?

«Non l’ho ancora letto ma lo farò. Mi interessa il suo punto di vista. I baby boss che si raccontano in “Robinù ”non sono completamente diversi da quelli che vediamo in serie tv come “Gomorra”, ma sono anche molto pasoliniani, sono cinici e nello stesso tempo hanno una forza sentimentale. L’idea che aveva Pasolini di Napoli era proprio quella di una tribù in estinzione. Qui però non sono in estinzione. Trovo incredibile che questi ragazzini facciano figli a 14 anni, perché lo vogliono e non per sbaglio. Le donne che spacciano sono operaie e madri. Credo sia necessario un risanamento sociale. Ci vuole un grande coraggio ed è quello che oggi non vedo. Coraggio significa battersi per ridistribuire la ricchezza, questo ci porterebbe ad essere un grande Paese».

Torniamo per un attimo ai talk show, di cui parlavamo. Come sa un ruolo fondamentale è quello del conduttore. E lei è sempre stato un conduttore “partigiano”…

«Manca diceva giornalista militate».

Va bene, chiamiamolo militante, comunque mai neutrale.

«Ho preso spesso posizione, è vero, ma il mio racconto della realtà è stato sempre spietato, con un punto di vista forte, non certo asettico».

Appunto. Ma questa è stata una scelta vincente. Anche se oggi abbiamo ancora trasmissioni come “Porta a porta”, per esempio, con un approccio totalmente diverso.

«Premetto che per me Bruno Vespa è professionista, ma in prima serata il suo programma non regge. Il problema però riguarda tutti, me compreso».

Ma perché i giovani conduttori non ce la fanno?

«È stata sempre una mia battaglia quella dei contenitori, che avevano e hanno bisogno di un punto di vista forte. Senza questo i contenitori non decollano. Che sia il punto di vista di Gad Lerner o di Giuliano Ferrara c’è bisogno di una lettura della realtà che integri ciò che fanno i giornali e i telegiornali. L’Espresso era grande quando aveva uno sguardo diverso rispetto a quello dei quotidiani. Quando i vari direttori provavano a censurarmi, dicevo che io non potevo andare in onda come se fossi un telegiornale. Poi bisognerebbe anche dire che il proliferare di questo genere di informazione lo abbiamo visto all’apice dello scontro tra berlusconismo e antiberlusconismo. Io ritengo che sia stata l’ultima forma di bipolarismo “malato” della nostra società. E c’è anche una ragione economica: abbiamo una tv a basso costo. Gli editori devono capire che è necessario ridurre questo genere di programmi, farne pochi e concentrare le forze».

Ma c’è un programma che funziona?

«Per esempio “Casa M i k a”. Ha rinnovato un genere, perché lì si sono concentrati talenti e risorse che hanno prodotto un risultato importante investendo su un personaggio forte e nuovo in quella interpretazione. La spensieratezza di cui abbiamo goduto negli anni in cui a dirigere Rai 3 c’era Angelo Guglielmi purtroppo è finita. Lui era circondato da gente che oggi non c’è più, da Ghezzi a Tantillo. La Rete aveva una forte identità, cosa che ora è intaccata». Pe rc h é ? «La televisione è una scelta politica. Bisogna decidere tra una tv di ordine pubblico o una tv –co – me io credo –disordinata e ribelle, cioè alla ricerca di cose nuove».

Ecco, parliamo di scelte. A Roma non ha votato per il sindaco...

«Non ho votato e così ho favorito la Raggi. Ma penso che il Pd avrebbe dovuto fare un passo indietro e non presentare un candidato. La situazione romana, ora, certo, è talmente grave che il governo dovrebbe dare una mano alla Raggi».

Però andrà a votare per il Referendum. Qualche giorno fa ha scritto una lettera in cui criticava il fronte del No che ha fatto infuriare q ualcuno.

«Non ho ancora deciso cosa votare. Noi abbiamo una comunity di un milione e 100 di persone e ogni venerdì pubblico una lettera. Alla terza settimana si è scatenato l’inferno. C’è una grande difficoltà a parlare con chiarezza e compostezza, la comunicazione è diventata selvaggia, non c’è più spazio per capire se quello che dici è giusto o no. Anche perché nel dibattito si intromettono delle forze molto organizzate che sono quelle dei grillini o di Salvini, dei manganellatori… al di là del merito così si finisce per spaventare chi non ha posizioni estreme o definite. Per esempio c’è un argomento dei 5 Stelle che ritorna: restituire i 10 euro. Cinque anni fa chiesi 10 euro impegnandomi a fare 8 puntate. Ne ho fatte 25, rendicontando tutto. Cosa dovrei restituire? Creare un network dal niente rimane nella storia. Un paio di anni fa feci contattare dalla redazione le migliaia di persone che ci hanno scritto: solo 80 erano persone reali, di cui 40 avevano pagato i 10 euro e in 2 hanno voluto i soldi indietro».

Ora che è tornato in Rai, stavolta non per vie giudiziarie, cosa risponde a chi l’accusa di essere un “venduto”?

«Sono tornato in Rai, è vero. Ma per quante puntate? Per ora è andata in onda solo la prima di “Italia” su Rai2. Inviterei Grillo a venire nella mia redazione. I conti sono a sua disposizione. E vedrà che nella prima puntata ho perso circa 40mila euro. Questo è stato il risultato. Venga qui, noi fatturiamo tutto. Se vuole posso fare lo stesso controllo sui suoi blog. Io rispetto Beppe Grillo, ma lui deve rispettare noi».

Eppure il movimento 5 Stelle ha un larghissimo consenso, perché secondo lei?

«È precipitato tutto dopo gli errori del Pd nell’identificare i candidati sindaci a Napoli e Milano. E dopo la nascita del governo Monti, che ha portato al successo i 5 Stelle, segnando una crisi profonda. Bisognava andare alle elezioni. Comunque, a parte i manganellatori, c’è anche qualcosa di positivo nel Movimento 5 stelle».

Per esempio?

«Per esempio i ragazzi che vogliono far politica, gli stessi parlamentari che affrontano l’esperienza studiando e cercando di crescere».

Renzi ha detto che vorrebbe un confronto tv con Grillo e Berlusconi. Li inviterebbe tutti e tre in trasmissione?

«Preferisco farlo io il conduttore. Con loro tre basterebbe una telecamera».

Sul caso De Luca, che ha parlato di “atto di delinquenza giornalistica”, cosa pensa?

«Non ci sono giustificazioni per quello che ha detto. Quelle cose sulla Bindi non deve neanche pensarle. Lo dico di una persona che è stata un mio amico di gioventù. A 17-18 anni ci frequentavamo e conosco la raffinatezza di De Luca, un uomo colto ma il suo atteggiamento è in sintonia col manganello».

A proposito di amicizie, come è andata con Bianca Berlinguer? Perché è saltata l’idea del programma insieme su Rai3?

«Bianca è un’amica da tempo. Le ho dato una mano comunque, credo, in maniera disinteressata. Poi lei ha pensato di coinvolgere me, ma coinvolgere me è complicato, significa mettersi fra i piedi uno che le cose le vuole fare in un certo modo. Lei sa fare le cose da sola e lo sta dimostrando, quindi nessun problema. Le faccio il mio in bocca al lupo».

Si dice che frequenti spesso le stanze della Bignardi, dobbiamo aspettarci un nuovo programma su Rai 3?

«No. Un uomo con la mia età ed esperienza deve impegnarsi nella ricerca. Questo mi fa sentire giovane».

Di cosa parlerà la prossima puntata di “Italia”?

«Non lo so ancora perché ho due squadre che stanno lavorando su due temi diversi. Vedremo. Andrà in onda il 15 dicembre, poi la terza e la quarta tra gennaio e febbraio. “Italia” ha di nuovo che è un reportage compiuto, come se fosse un film. La difficoltà del programma sta nel fatto che è troppo dilatato nel tempo».

Tra maggio e giugno invece, sempre su Rai 2, toccherà a“M”, che sta per Michele immagino. . .

«La “M”è una citazione di Lang, vuol dire Mostro ma vuol dire anche Michele, ce lo diciamo da soli insomma…»

Ci anticipa qualcosa?

«Il tema è uno solo: Hitler, che si presta anche ad entrare nell’attualità. Il formato è rischioso ma molto originale e potrebbe sbarcare sul mercato estero. Mette insieme doc, film, teatro, diretta, in maniera azzardata».

Prossimo passo sembrerebbe quasi il cinema…

«Io ho avuto diverse opportunità di fare cinema nella mia vita, ma non l’ho mai fatto perché ero immerso in avvenimenti che richiedevano una mia posizione. Ai tempi dell’“editto bulgaro”, per esempio, io avevo un progetto approvato e finanziato in Rai su Salvatore Giuliano a puntate, ma ho preferito continuare a fare “Sciuscià”. Dissi che quel progetto su Giuliano per me era secondario, in realtà è stato un sogno a cui ho dovuto rinunciare. Ma l’ho fatto perché credo ancora nella politica, che a ciascuno spetti la forza di prendere posizione. Per questo non mi spaventa andare controcorrente. Non ho paura di dire, a proposito del Referendum del 4 dicembre, che bisogna aprire gli occhi e sapere che si sta decidendo se far cadere il governo che ci rappresenta in Europa. E al di là di come andrà, prima del voto io voglio sapere: quale sarà il percorso se vince il No? Poi anch’io deciderò come votare, ma questo tema è centrale »

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