Salvadori: “Giusto evitare scissioni ma l’eterna guerriglia è un danno”

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Lo storico: «Il germe della divisione gettato dal giorno dell’elezione di Renzi a segretario sentito come un intruso. Io mi auguro che sia confermato»

l Pd, tra rischio scissione e un possibile “Nuovo Inizio”. L’Unità ne discute con uno dei più autorevoli storici italiani: Massimo L. Salvadori, professore emerito all’Università di Torino. Professor Salvadori, sul Partito Democratico sembra aleggiare lo spettro della scissione.

Come legge questa vicenda? Siamo al capolinea di un progetto politico?

«In tema di scissione, siamo ancora su terreno delle ipotesi; anche se ormai vi sono segni vistosi che dall’ipotesi si stia passando alla realtà. Il germe della scissione è stato gettato dal giorno dell’elezione a segretario del partito di Matteo Renzi, quando si vide che la minoranza del partito non accettava, non solo politicamente ma anche psicologicamente, l’ “intruso”come proprio leader; dopo di allora i contrasti non hanno smesso di crescere fino a raggiungere il culmine nel corso della campagna del referendum costituzionale. Se si arriverà alla scissione anche in termini formali, non resta a questo punto che aspettare. Per un partito la scissione è la constatazione di una insuperabile incompatibilità tra componenti opposte. Una scissione è un danno grave.  Ma, quando i contrasti superano una certa soglia, ci si deve domandare dove stia il danno maggiore: se nel persistere in una unità solo apparente o nel tirare le somme di fronte ad una situazione che danneggia un partito all’interno e all’esterno. Cercare di evitare la scissione è un dovere, ma il prezzo dell’evitarla non può essere una continua guerriglia che sconcerta elettori e iscritti, indebolisce la leadership e alimenta confusione e al limite porta alla paralisi. Le scissioni sono state un male ricorrente nella storia della sinistra italiana e l’hanno sempre indebolita; e questo dovrebbe attivare senso di responsabilità e prudenza. Sennonché, ripeto, quando la volontà di stare insieme cessa, non rimane che prenderne atto. Se siamo o non siamo alla fine del progetto politico dell’odierno Pd, a decretarlo saranno coloro che opteranno per la scissione».

Il confronto-scontro sembra accentrarsi sulle regole, i tempi congressuali, le modalità del dibattito. Ma sono proprio questi l’oggetto del contendere oppure, come alcuni analisti sostengono, alla base vi è il fallimento di quella fusione fredda tra Ds e Margherita da cui è nato il Pd?

«Non entro qui nel merito della fusione tra Ds e Margherita. Ma osservo che attualmente le linee di demarcazione interna al Pd mostrano dal lato della maggioranza il convergere di personalità provenienti sia dalla Margherita che dai Ds, come è apparso nello scontro sulla riforma della Costituzione che ha fatto precipitare i contrasti».

Questione di contenuti, di visioni. Ma anche questione di leadership. E dunque, Matteo Renzi. Si è detto e scritto che ad animare il segretario del Pd sia una irrefrenabile volontà di rivincita. È così?

«Le visioni di un partito si esprimono nei contenuti del suo programma. E il prossimo congresso del Pd è chiamato a dotarsi di un programma chiaro ed efficace atto a convincere le menti e ad allargare l’area del consenso. Occorre sventare il pericolo che il congresso diventi in primo luogo la sede in cui malamente “regolare i conti” tra le opposte correnti (anche se misurare i reciproci rapporti di forza e trarne le conseguenze è fisiologico nella vita di qualsiasi partito). Circa il programma, credo che si debba dare ascolto a Orlando quando insiste sull’opportunità di dedicare le energie necessarie a che si arrivi al congresso con un bagaglio di idee e proposte che sappia offrire risposte all’altezza dei difficili problemi della società nazionale. Ma questo richiede un grande sforzo tanto necessario quanto indifferibile per dimostrare che il Pd possiede le indispensabili risorse in fatto di cultura politica. Renzi è animato da una irrefrenabile volontà di rivincita? Mi limito in proposito a due considerazioni. La prima che è proprio di un leader che sia tale avere la volontà di reagire a una sconfitta come quella subita il 4 dicembre. Alle primarie e al congresso metterà in gioco la sua leadership e si vedrà come ne uscirà. Io –per quanto valga la mia opinione –mi auguro che venga confermato, poiché ritengo che, quali che siano i suoi difetti e limiti, egli abbia una forza personale e una capacità di direzione che fanno spicco; e penso che la sua sconfitta di dicembre sia stata anzitutto una grande sconfitta per il Paese e che non possa mettere in ombra i successi che ha ottenuto nella guida del governo».

Nel pensare al futuro della sinistra, non solo in Italia ma in Europa, spesso si evoca un ritorno al pensiero socialista e socialdemocratico. Come a dire: se la sinistra è oggi in crisi, è perché ha abbandonato o addirittura tradito la sua migliore tradizione.

«Premetto che da tempo sono e oggi resto un convinto socialdemocratico. Nessuno che abbia anche solo un poco di sale in zucca può non ammettere che la socialdemocrazia è a livello internazionale in crisi profonda nelle sue linee ideali, programmatiche e pratiche. Ma non condivido la tesi di chi sostiene che la storia abbia mandato in soffitta insieme comunismo e socialdemocrazia. Il comunismo è finito in una crisi epocale senza possibilità di ritorno; la socialdemocrazia –che ha dato in passato le prestazioni più alte nel campo della giustizia sociale (anche se relativa) –continua a consegnarci un messaggio di vita civile, di equità, di lotta alle diseguaglianze che, pur bisognoso di tutti gli aggiornamenti resi indispensabili dai tumultuosi mutamenti avvenuti nella società, non ha pari e mantiene piena attualità. Lo dice bene Martin Schulz. Renzi dal canto suo ha avuto il merito di portare il Pd nel seno del Partito socialista europeo, evidentemente comprendendo il significato di fondo di quel messaggio. Certo, io lo vorrei più socialdemocratico ».

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