Russia, Vittorio Strada: “È il risveglio della società civile”

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epa05689213 Russian President Vladimir Putin watches a ceremony to launch natural gas supplies to Crimea from mainland Russia via a new gas pipeline connecting the Krasnodar Territory with the Crimea peninsula during a live video link in Moscow, Russia, 27 December 2016.  EPA/ALEXEI DRUZHININ / SPUTNIK / KREMLIN POOL MANDATORY CREDIT

Lo studioso del «pianeta russo»: le manifestazioni un segno di vitalità, la gente ha sfidato il potere di Putin. E la Rete ha moltiplicato il dissenso

«Quello che è completamente assente nella Russia di Vladimir Putin è l’elemento che caratterizzò maggiormente la rottura con il passato determinata a suo tempo da Mikhail Gorbaciov: la glasnost (trasparenza, ndr). Sarebbe una forzatura leggere le recenti manifestazioni di piazza, brutalmente represse dalla polizia, come l’inizio della fine di Putin e della classe dirigente creatasi attorno a lui. Tuttavia, quelle manifestazioni sono un segnale concreto, importante, positivo, che afferma l’esistenza di una parte della società civile russa che non è più genuflessa al potere e che ha trovato il coraggio, la forza, per sfidarlo proprio sul terreno che quel potere, politico ed economico, ritiene vitale per la sua stessa esistenza: la lotta alla corruzione». A sostenerlo è il più autorevole studioso italiano del «pianeta russo»: Vittorio Strada. Tra i suoi numerosi saggi dedicati alla storia dell’Urss e della Russia, ricordiamo «Europe: la Russia come frontiera» (Marsilio Editori); «Lenin, Stalin, Putin. Studi sul comunismo e postcomunismo» (Rubbettino Editore) e l’ultimo, di recente pubblicazione, «Impero e rivoluzione. Russia 1917-2017» (Marsilio Editori). «L’indubbio protagonismo russo in politica estera, dall’Ucraina alla Siria – rimarca il professor Strada – se indubbiamente ha riproposto al mondo la Russia come potenza globale, tuttavia questo protagonismo non riesce più a mascherare i problemi interni, che riguardano in particolare la situazione economica e le sue ricadute sociali che incidono negativamente nelle condizioni di vita della popolazione. In questa ottica, si può dire che la Russia di Putin si sia “occidentalizzata”, nel senso che deve fare i conti con una irrisolta questione sociale e con una faglia sociale sempre più estesa tra una oligarchia sempre più ricca e strati sociali sempre più poveri».

Professor Strada, l’Europa protesta per il pugno duro di Mosca contro le manifestazioni anti-corruzione, che ha portato al fermo e all’incriminazione del dissidente blogger Navalny e all’arresto di centinaia di persone. Qual è, a sua avviso, il segno politicamente più importante di questi eventi?

«Direi che non è la repressione messa in atto. Questo era e resterà un tratto distintivo del potere “putiniano”. Ciò che invece va registrato come un segnale importante, positivo, è il risveglio di una parte della società civile russa. Coloro che sono scesi in piazza, non solo a Mosca, ci dicono che una parte della popolazione russa non è più genuflessa al potere. E questo, è bene sottolinearlo, è un segnale importante, una manifestazione di vitalità».

A fronte della quale, il potere ha risposto con centinaia di arresti…

«Questa reazione forte, dura, era nell’ordine delle cose. È il modus operandi del potere. Ma è proprio questo esercizio della forza messo in mostra da coloro che governano il Paese che fa risaltare ancor di più la prova di coraggio di una società civile che ha sfidato il potere sul terreno decisivo per la sua stessa esistenza…».

Vale a dire, professor Strada?

«La corruzione. Quanti sono scesi in piazza non l’hanno fatto rilanciando le pur importanti istanze di democrazia, di libertà di espressione. Al centro della mobilitazione c’è un “No” deciso alla corruzione che è il marchio di fabbrica dell’attuale potere russo, non solo quello politico ma anche di quello economico. E per il potere russo denunciare la corruzione dilagante equivale ad una dichiarazione di guerra».

L’Europa e gli Stati Uniti hanno condannato fermamente gli arresti di massa e chiesto la loro rimessa in libertà. Eppure sulla Russia resta, in Europa, una zona d’ombra grandissima. Da cosa dipende a suo avviso?

«Ciò che manca è la conoscenza della situazione russa che non si risolve mettendo in evidenza il protagonismo di Mosca sulla scena internazionale. In questo, avverto la responsabilità del mondo intellettuale e dell’informazione, che spesso viaggia in superficie, finendo poi per essere spiazzato da eventi che non si è voluti indagare a tempo».

Vorrei tornare sulla protesta di piazza. Quali ne sono stati fin qui i limiti e quali le potenzialità?

«Il limite maggiore era il desiderio di fuga che negli ultimi tempi ha caratterizzato la reazione soprattutto dei circoli intellettuali all’irrigidimento del potere. In quegli ambienti ha fatto molta presa il pamphlet di un economista russo, Vladislav Inozemtsev, in cui si sostiene la tesi che l’unico modo per poter sostenere il dissenso dal potere “putiniano”, per testimoniare la propria alterità, è oggi quello di lasciare il Paese. Le recenti manifestazioni indicano una strada diversa, quella imboccata da una parte della società civile che non abbandona il campo ma chiede con forza una nuova ‘glasnost’».

Professor Strada, in precedenti colloqui con l’Unità, Lei ha sempre messo in guardia da una eccessiva personalizzazione del potere russo, identificato nello “zar Vladimir”, al secolo il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin. È sempre di questo avviso?

«Assolutamente sì. Oggi in Russia esiste un gruppo dirigente ancora molto forte e che tuttavia è chiamato a dover fare i conti con una situazione economica e sociale che mostra evidenti incrinature e segni di crisi. Di questa situazione la corruzione sempre più dilagante ha una responsabilità pesantissima. In questo senso, è corretto affermare che il potere si è messo in un vicolo cieco e ciò preoccupa le alte sfere del Cremlino. A ciò va aggiunto che la “ferita ucraina” non si è ancora rimarginata e anzi desta grande preoccupazione a tutti i livelli, anche quello dell’opinione pubblica. Sia chiaro: la parte ancora maggioritaria dell’opinione pubblica russa è ancora a favore di Putin e in questo gioca un ruolo cruciale l’informazione di Stato, penso soprattutto a quella televisiva, che è completamente in mano al potere».

L’importanza dell’informazione: è per questo che il simbolo di una società civile che non si genuflette al potere sia proprio un dissidente-blogger, Alexej Navalny?

«Assolutamente sì. Rispetto all’epoca gorbacioviana della glasnost e della perestrojka, la grande novità, sul terreno cruciale della comunicazione, è proprio l’esistenza della rete, dei social media. E la rete oggi in Russia dà vita e moltiplica il dissenso, ha aperto uno spazio di libertà che il potere fa fatica a controllare e a normalizzare, come ha fatto con le reti televisive e gran parte della stampa. Insomma, la nuova glasnost oggi viaggia sulla rete, e il formarsi di tanti dissidenti-blogger come Navalny è per il potere putiniano una grande minaccia».

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