Ruggeri: “Ritorno a Sanremo pensando che il rock sia come gli scacchi”

Musica
Enrico Ruggeri in una foto d'archivio. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

Il cantante milanese ci racconta il suo nuovo album, “Un viaggio incredibile” ma non solo: parla di libri, di calcio, dell’incontro con Karpov e di chi – a suo dire – vincerà il Festival

Gli spunti per un’intervista in piena regola non mancherebbero: il ritorno in gara a Sanremo, l’uscita di un album di inediti e vecchi successi, il recente successo da conduttore radiofonico. Eppure l’umile cronista sospira, ripensando alle decine di compilation di Enrico Ruggeri registrate per fare colpo sulle ragazze nei poco gloriosi anni dell’adolescenza. E non può fare a meno di dirglielo. “Le care vecchie Maxwell da 60 minuti! Avendo qualche anno più di te, affidavo le mie speranze al romanticismo dei Gentle Giant e di Emerson, Lake e Palmer”.

…e avevi dei risultati?

“Con quel sistema, pochi. Fruttava di più esibire la moto o parlare alle assemblee”.

Erano romantici anche gli Alunni del Sole, che furoreggiavano nel tuo periodo punk: perché hai scelto “‘A canzuncella” per la serata sanremese di giovedì prossimo, dedicata alle cover?

“L’avevo già incisa nell’89, incuriosito dalla sua collocazione storica e artistica: era già oltre la tradizione di Sergio Bruni e Aurelio Fierro, ma non era ancora figlia della modernità napoletana, incarnata da Pino Daniele, Gragnaniello e Avitabile. E poi è abbastanza insolito che la canti un milanese”.

E che mi dici del brano in gara, Il primo amore non si scorda mai?

“Qualcuno è stato fuorviato dal titolo, ma era proprio l’effetto che volevo ottenere. Non mi interessava proporre una canzone nostalgica, ma riflettere sui condizionamenti che determinano il nostro destino: noi siamo quello che ci accade”.

Non siamo anche quello che facciamo?

“Qui entriamo nel filosofico, ma le nostre azioni nascono dalle condizioni di partenza: se io fossi nato a Scampia e tu alla Corte inglese ci comporteremmo in maniera diversa e vivremmo vite diverse. Anzi, saremmo talmente diversi che non riusciremmo a capirci”.

Se fossi nato altrove, saresti finito in banca?

Impiegato di banca o attore porno, chi può dirlo? So per certo di avere sempre coltivato l’attitudine a osservare il mondo e a raccontare storie. La scintilla che porta a una canzone o a un romanzo può scaturire da fatti apparentemente insignificanti.

…o da esistenze apparentemente lisce: quell’avverbio fa scattare nell’hi-fi mentale del fan un verso di Nuovo Swing.

“Un avverbio di sei sillabe decisamente inconsueto per una canzone: scelta di cui vado fiero, anche perché la lingua italiana, a differenza di quella anglosassone, ha tutte parole piane, difficili da inserire in un brano musicale. Comporterebbe meno difficoltà scrivere rock in inglese, lingua che però non può offrire quella ricchezza di sfumature e quella varietà di soluzioni che poche lingue, oltre all’italiano, possono dare. Forse il latino”.

Siano metriche o lessicali, le tue scelte nascono da una lunga consuetudine coi libri.

“Ho sempre letto molto: da ragazzo, quando un po’ ho sofferto (e non c’è uomo che si rispetti che da giovane non abbia sofferto) cercavo conferme in Rimbaud, in Verlaine. Bukowski ha accompagnato le mie prime sbronze. In un’altra fase della mia vita ho letto quasi esclusivamente scrittori russi”.

E oggi che cosa leggi?

“Se dovessi consigliare un autore, sarebbe senz’altro Simenon, che si presta a letture a più strati: puoi leggerlo al mare, sotto l’ombrellone, per il gusto di sapere come va a finire, oppure con più attenzione e lentezza, per apprezzarne il ritmo e il lavoro di cesello con cui riesce a dipingere senza fronzoli situazioni, contesti e personaggi. E poi trovo estremamente moderno il suo naturale piegarsi alle esigenze di dinamicità della società moderna. Sono davvero in pochi, al giorno d’oggi, a potersi permettere una lettura attenta della Recherche di Proust, che nelle prime cinquanta pagine descrive il rapporto del protagonista con la madre. Mi piacciono anche le biografie degli scacchisti”.

A proposito, la leggenda vuole che tu abbia dato del filo da torcere a Karpov.

Leggenda è la parola giusta. In realtà ero soltanto uno dei venti avversari di una delle sue simultanee. Ho abbandonato dopo una ventina di mosse: lui aveva tre pedoni di vantaggio e io mi ero perso in una palude inestricabile. Quando gli feci notare che io mi sarei sempre ricordato di lui e lui mai di me, mi rispose sprezzante che se mi avesse incontrato mi avrebbe rigiocato la stessa partita”.

In quegli anni un tema ricorrente della tua produzione – per restare a Sanremo, Sonnambulismo o Volti nella noia – era lo spleen di chi non sapeva cosa fare di sé e della propria vita. Torni sull’argomento nel nuovo album, “Un viaggio incredibile”, ma il punto di partenza è diverso rispetto a trent’anni fa. C’è un altro tipo di noia?

“Non vorrei ricadere nel vezzo che vede ogni generazione precedente criticare quella successiva, ripetendo i discorsi che avrebbero potuto fare i miei genitori, ma non mi sembra che i ragazzi chini sulle applicazioni degli smartphone vivano con pienezza la loro vita”.

Allora restiamo nel clima di trent’anni fa con una domanda alla Seymandi: chi vince il Festival?

“Direi che se la vedranno due dei talent ed Elio”.

E il podio del campionato?

“Il Napoli e la Juve, non necessariamente in quest’ordine, e, temo, la Fiorentina”.

La tua Inter niente?

“Non credo. Mentre delle prime due non ricordi gli episodi a favore o contro, ma soltanto il gioco impressionante espresso da autentiche macchine da guerra, all’Inter si discute ancora della malasorte, di questo o di quell’episodio. E se siamo messi così a questo punto della stagione, non ci sono i presupposti per combinare alcunché di buono. Anche a Roma funziona così. Credo che il 99% dei tassisti romani lavori sintonizzato sulle radio locali. Una volta ne ho beccato uno che ascoltava Radio Maria. Non mi stupirei se gli avessero revocato la licenza”.

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