Rossi: “Senza questa riforma, il Parlamento non sta in piedi”

Riforme
Enrico Rossi al termine dell'incontro Governo con le Regioni e l'Anci a Palazzo Chigi. Roma 25 giugno 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Il governatore della Toscana: “Spero che il Pd in aula sia unito, giusto andarci subito”

Enrico Rossi, governatore della Toscana. Cosa ne pensa della giornata di ieri al Senato sulle riforme?

«Ricordo benissimo che quando Giorgio Napolitano è stato eletto presidente della Repubblica per la seconda volta, questo Parlamento si è spellato le mani da destra a sinistra sui passaggi cruciali del suo discorso e soprattutto sulle riforme istituzionali. Adesso o fa arrivare in porto la riforma, discutendo nel merito senza dimenticare che il meglio è nemico del bene, oppure dovrebbe ricordarsi di essere già delegittimato ad opera di una sentenza della Corte Costituzionale».

E quindi? Riforme o dimissioni di massa?

«Questo Parlamento sta in piedi per fare le riforme, se non ci riesce la prosecuzione della legislatura è messa davvero in questione. Anche se andare alle elezioni sarebbe un danno per il paese perché perderemmo credibilità anche in Europa e non riusciremmo a cogliere i frutti della pur tiepida ripresa che c’è».

Il tavolo tra maggioranza e minoranza del Pd si è rotto, Renzi ha convocato la direzione dove si preannuncia una conta. Secondo lei è una frattura componibile?

«Sono convinto e spero ancora in una soluzione che veda il partito unito in aula. Per me ci sono ancora le condizioni affinché questo avvenga. Abbiamo bisogno di andare in direzione del monocameralismo, come ci hanno indicato i saggi scelti da Napolitano».

Quali condizioni vede per un’intesa?

«La scelta fondamentale è stata quella di un Senato camera alta delle istituzioni territoriali. E’ evidente che se si eleggessero direttamente dei senatori che non hanno alcun ruolo nelle Regioni e negli enti locali verrebbe meno un principio basilare. Non si supererebbe il bicameralismo e si abdicherebbe all’idea di Camera alta».

La proposta di Renzi e Boschi di senatori-consiglieri regionali eletti con un listino o altre forme in concomitanza con le elezioni regionali può essere un punto di mediazione?

«Sì, è anche quella del ministro Martina. Un modo si trova. E dovrebbero entrare, secondo me, anche i sindaci dei comuni capoluogo».

Il governo non vuole toccare l’articolo 2 bensì inserire questa norma altrove nella Carta. Legittimo o no?

«Sì, penso che si possa trovare una soluzione tecnica individuando le modalità migliori. Spero in un accordo. Poi i latini dicevano senatori “boni viri”, ma non lo sono tutti quanti…»

L’obiezione di chi ritiene che il combinato disposto della riforma con l’Italicum crei una cornice antidemocratica è fondata?

«Sollevare questo argomento è sbagliato. Non si può dire che questo combinato disposto sposterebbe poteri eccessivi verso il governo e i leader di partito. La legge elettorale è una legge ordinaria, la legge Costituzionale ha appositamente un percorso a sé. Discutiamo di questa. E andiamo avanti. Le Regioni hanno bisogno di assumere autorevolezza per non andare a sbattere. C’è una crisi dovuta anche alla riduzione delle capacità di spesa».

E’ giusto che nel nuovo Senato entrino anche i governatori?

«Può essere interessante tornare alla vecchia impostazione con dentro anche i presidenti di regione».

Oggi la riforma sarà in aula senza finire l’esame in commissione. Le opposizioni hanno ragione a protestare?

«Quando parliamo di centinaia di migliaia di emendamenti mi sembra che siamo oltre il merito. Poi, spero che in aula non si impedisca la discussione di merito. Ma basta con diatribe stucchevoli. Siamo alla terza lettura, non è una novità che il Senato è configurato così».

Qual è, allora, il merito da discutere davvero?

«Ripristinare alcune funzioni, la Camera ha fatto un’operazione pesante su formazione e lavoro. Poi va mantenuta la conferenza Stato-Regioni per discutere sulle risorse. E bisogna tornare al vecchio articolo 118 e potenziare il 116».

La road map di Palazzo Chigi prevede il sì entro il 15 ottobre. Ce la farà?

«Spero in un’approvazione rapida. Temo prove di forza e irrigidimenti, già visti in commissione, che sfuggono dal merito».

Secondo lei, nel Pd è in corso un dissidio di merito o un’operazione politica?

«Il dibattito si sta caricando pericolosamente di toni politici nei rapporti tra maggioranza e minoranza del Pd, ma anche tra maggioranza e opposizioni. Questo Parlamento dovrebbe ricordarsi del discorso di Napolitano»

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