Rossi: “Ora più autonomia per le Regioni”

Dal giornale
Enrico Rossi al termine dell'incontro Governo con le Regioni e l'Anci a Palazzo Chigi. Roma 25 giugno 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Il governatore della Toscana, Enrico Rossi commenta positivamente il ddl Boschi: “Finalmente un ruolo vero per i territori”

Con la riforma costituzionale si saluta il federalismo così come l’abbiamo conosciuto, e finalmente «saremo di fronte ad un regionalismo forte e differenziato». Il presidente della Toscana, Enrico Rossi, pensa già a come la sua Regione potrà muoversi con le nuove regole che entreranno in vigore con l’approvazione definitiva in Parlamento e il referendum consultivo dell’anno prossimo. «Per le Regioni virtuose si aprono grandi spazi di autonomia in settori importanti come il lavoro, l’istruzione, la tutela del territorio, sarà una bella sfida». Per questo, ma non solo per questo, «durante la prossima campagna referendaria sosterrò le autonomie speciali per le riforme», ha spiegato nei giorni scorsi. Per uno come lui, nato politicamente nel Pci, quello del monocameralismo è un argomento forte e solido, radicato in un dibattito che a sinistra si è sempre fatto, spiega. Non a caso nei giorni della polemica più dura nel Pd sul suo profilo Facebook invitò ad andare a rileggersi cosa pensava Enrico Berlinguer al riguardo. E non a caso ogni volta ricorda quanto sosteneva un suo storico predecessore, Gianfranco Bartolini, che governò la Toscana dal 1983 al 1990: con il Senato delle Autonomie i territori avrebbero portato la loro parole nel cuore dello Stato. Adesso quell’auspicio ha preso forma e saranno proprio i territori i protagonisti del nuovo Senato e dovranno superare la prova del nove.

Rossi, lei ha detto: “meno male che questa riforma si è fatta”. Dunque contento?
«Ci sono diversi aspetti per i quali sono contento che si sia fatta. Intanto, per chi come me viene dal Pci quello del monocameralismo è stato un tema di cui si è sempre discusso. In questo modo, con una sola Camera chiamata a legiferare, si può accelerare il processo decisionale consentendo al Parlamento di fare il proprio lavoro e riducendo drasticamente la decretazione d’urgenza. Con il monocameralismo non ce ne sarà bisogno, sarà tutto più snello. Leggevo proprio stamattina della quantità di documenti che sarebbero stati approvati se ci fosse stato il monocameralismo e in un Paese come il nostro c’è bisogno di maggiore efficienza».

Ma è soprattutto il Senato delle Autonomie che più la convince.
«Stare dentro il Senato credo che offra alle Regioni la possibilità concreta di avere una tribuna, anche laddove ci si limita a dover esprimere un parere. Ed è giusto, inoltre, che lo Stato si riappropri di un principio di supremazia per l’interesse nazionale: finalmente si supera questa impostazione degli staterelli formati da Regioni che fanno di tutto e di più. Negli anni di governo del centrodestra questo si è tradotto in una politica dell’abbandono».

Bentornato il potere decisionale dello Stato su temi che riguardano il territorio di tutto il Paese, quindi?
«Penso all’energia, o alle grandi infrastrutture: è importante che sia lo Stato ad occuparsene».

L’articolo 116 è quello che riguarda più da vicino gli amministratori. Andrà meglio con l’autonomia decisionale alle Regioni più virtuose?
«Le Regioni più virtuose potranno accedere a un’autonomia speciale su temi come il lavoro, l’istruzione, il governo del territorio e beni culturali ed è quello che vorrei poter fare nella mia Regione. È ovvio che queste sono opportunità che si aprono solo se ci sono i conti a posto e in futuro può significare un rilancio vero delle Regioni. La Toscana, che ha implementato i processi di riforma della legge Delrio, (che abolisce le Province, ndr) a partire dal primo gennaio avrà competenza su Agricoltura, Caccia e pesca, formazione professionale, ambiente. Vuol dire che saremo messi alla prova, che si creerà davvero un rapporto diretto con i cittadini, attraverso uffici e sportelli sul territori. Potremo prendere decisioni anche sulla prevenzione dei rischi, con politiche di interventi mirati. Finora ogni Provincia agiva con propri regolamenti, tanti e diversi tra loro. In futuro non sarà più così. Io intendo dare alla mia Regione un ruolo primario».

Lei parla della Toscana, regione virtuosa, ma per quelle che negli ultimi anni sono state governate in maniera disastrosa, che partono quindi svantaggiate, cosa vorrà dire? Ci saranno Regioni di serie A e Regioni di serie B?
«È lo Stato che dovrà intervenire monitorando e intervenendo nelle realtà più in difficoltà, le Regioni oggi non sono tutte uguali. Saremo di fatto di fronte a un regionalismo forte e differenziato, si creerà una situazione emulativa in positivo, ogni Regione sarà spinta a fare bene, a far quadrare i conti perché questo significa guadagnare maggiore autonomia».

I governatori dovranno sedere nel nuovo Senato?
«Siamo tra coloro che hanno preso più voti, sicuramente più di tanti senatori che oggi sono in carica. Quindi credo sia necessario che i governatori facciano parte del Senato delle autonomie».

Arriviamo alla legge di Stabilità 2016. Cosa ne pensa?
«Le Regioni si riuniranno martedì per fare una prima valutazione sugli aspetti che ci riguardano, soprattutto sui trasferimenti. Chiederemo al governo tutti i chiarimenti di cui avremo bisogno. Ma nel complesso su questa legge di Stabilità il mio è un giudizio positivo per come si presenta su pensioni, investimenti, incentivi alla ripresa. È una finanziaria che punta alla crescita, ve nella direzione giusta. Ma su una cosa si poteva fare di più». Su che cosa, anche a lei non piace il taglio dell’Imu? «Sul fronte della povertà. È vero che si fa un passo avanti, ma è insufficiente. Se chiediamo ai benestanti di pagare un po’ di Imu per le loro case avremo le risorse per rafforzare l’intervento a favore dei poveri. Dobbiamo puntare al reddito minimo di inclusione, su questo l’Alleanza contro la povertà fa proposte interessanti, sarebbe bene ascoltare cosa hanno da dire. Spetta a noi bloccare l’emorragia di voti tra le fasce più disagiate e la crescita del populismo del M5s. L’Istat ci dice che ci sono 4 milioni di poveri, a queste persone dobbiamo dare risposte, mandare segnali concreti e il reddito minimo di inclusione sarebbe un segnale concreto».

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