“Roma in crisi, non può sottrarsi a tutte le sfide”, parla Rutelli

Roma
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“Nella Capitale si è disseccato il fiume della partecipazione civile. Oggi se vedi una luce in periferia perlopiù è una sala giochi”

Francesco Rutelli, 62 anni, sposato con la giornalista Barbara Palombelli, quattro figli, Sindaco di Roma dal 1993 al 2001. La nostra conversazione non può che partire da quanto accade a Roma: arresti che colpiscono il cuore del potere capitolino, un conflitto violento tra la Sindaca e il M5S, una città allo sbando. «Come lei sa – dice Rutelli –ho deciso di tenere sospeso ogni giudizio sull’operato della Giunta Raggi: sono esordienti, ed è logico dar loro il tempo per dimostrare quello che sanno fare. Ci sono comunque due aspetti evidenti, in queste ore: tutte le cadute, allontanamenti, dimissioni dalla Giunta non sono frutto di pressioni o manovre esterne. Nascono ed esplodono interamente dentro la compagine grillina al governo della Capitale, che infatti ha annunciato una “due diligence”sul proprio stesso operato. Secondo: la tragedia dell’Ammini – strazione è, da alcuni anni ormai, di tipo tecnico -amministrativo».

Anche quando lei vinse per la prima volta non è che le cose stessero molto meglio: che Roma era quella del 1993?

«Le inchieste della magistratura avevano documentato come l’Acea, la prima Azienda della città, prevedeva tangenti del 5% su qualsiasi opera e qualsiasi acquisto si facesse, poi minuziosamente e sapientemente ripartite tra le correnti della Dc e degli altri componenti del pentapartito, fondato sull’accordo tra Craxi e Andreotti. Il sistema era fondato su un rapporto non trasparente e non concorrenziale tra aziende pubbliche e private, appaltatori e sub-appaltatori che rispondevano a un comando politico-amministrativo centralizzato».

Quale fu l’elemento caratterizzante dei suoi anni di governo?

«Una fortissima progettualità. Ancora oggi si continua a ragionare su una massa enorme di progetti e di idee realizzate che contenevano una visione strategica del futurodella città. Basti pensare che nelle scorse settimane è stato inaugurata la Nuvola di Massimiliano Fuksas progetta da noi. Nel 1995 cominciammo a lavorare al Giubileo del 2000 che coinvolgeva non solo il Comune, ma anche Anas, Ferrovie dello Stato, Autostrade, Ministero dei Beni culturali, guidati dal sindaco che era anche commissario: quasi 800 cantieri (coordinati da Maurizio Pucci), tutti finiti in tempo, senza un solo avviso di garanzia né un morto sul lavoro. Voglio poi ricordare il progetto 100 piazze che valeva circa 150 miliardi di lire che ha portato alla creazione ex-novo o alla riqualificazione di 170 piazze della città».

Walter Tocci indica il limite della vostra esperienza di governo nel fatto di aver spremuto come un limone le risorse del welfare ma senza riuscire a invertire la tendenza di una crisi di cui si vedevano già i prodromi.

«Noi non facevamo solo opere pubbliche, abbiamo fatto la più gigantesca riorganizzazione della macchina amministrativa che ci sia mai stata a Roma. Quando io sono arrivato non c’era in nessun ufficio comunale alcun telefono che rispondesse ai cittadini. Così alla prima riunione di giunta decidemmo che in ogni ufficio pubblico dovesse esserci un numero di telefono per rispondere ai cittadini e partì, con Mariella Gramaglia, l’Ufficio per i Rapporti con il Cittadino. E poi facemmo un grande piano di interventi sul sociale. Se qualcuno mi chiede qual è la cosa più bella che hai fatto da sindaco io dico le case famiglie per persone con problemi mentali e ancor oggi mi commuovo: dopo la chiusura del Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma, dove c’era un morto al giorno, ne aprimmo 25. Le aprimmo in quartieri borghesi dove non ricevemmo contestazioni ma solo applausi, perché avevamo mandato prima i servizi sociali a parlare con i cittadini, ad ascoltare e spiegare cosa avremmo fatto».

Però, vi accusano i critici, soprattutto Gianni Alemanno, lasciaste un enorme buco di bilancio.

«Questa è una leggenda metropolitana. Intanto, bisogna spiegare che il debito censito di 23 miliardi è stato accumulato soprattutto negli anni in cui lo stato ripianava i debiti delle amministrazioni, perché non c’erano le rigide regole di bilancio applicate dal 1993 in poi. Poi, alle mie amministrazioni vengono imputati solo 2 miliardi del totale. E all’interno di quella cifra ci sono anche i debiti della ferrovia regionale che il governo Ciampi ci costrinse a mettere sul bilancio del Comune. Noi ci finanziavamo per tre quarti con l’a u m e n to del gettito, combattendo l’evasione. E i debiti erano fatti per gli investimenti non, come accadde poi con la giunta Alemanno, per finanziare la spesa corrente».

Torniamo all’obiezione di Tocci…

«Al centro della trasformazione urbana mettemmo tre assi: il verde, cancellando sessanta milioni di cubature dal piano regolatore con la tutela del 55% per cento della città a verde e terreno agricolo; la cura del ferro, con le ferrovie metropolitane; le nuove centralità: in una città che ha 130.000 ettari di territorio urbano, le centralità non possono essere racchiuse solo nei 1.300 ettari entro le Mura Aureliane che pure sono grandi quanto l’i n te r a Vienna; servono nuovi brani ci centralità diffusi, organizzati, efficienti. Questo punto indiscutibilmente è quello che non è stato attuato compiutamente, ma si fa ancora in tempo. Non so in quale altra grande città, nell’epoca in cui comincia a esplodere la globalizzazione si sia riusciti a proporre un modello differente. Non a Parigi, non a Londra, forse a Berlino, ma perché, dopo la caduta del Muro, ci fu una quantità di investimenti pubblici a cospetto dei quali le nostre cifre fanno sorridere ».

Se guardo a Roma vedo una città bloccata. Mi vien da dire che è irredimibile, prigioniera dei propri difetti e incapace di tirare fuori le sue virtù.

«A Roma si è disseccato il fiume della partecipazione civile. Una somma di solitudini e rabbia alimenta, qui come altrove, un diffuso sentimento di protesta contro le élite per cui ogni voto diventa una sorta di “elitometro”. Oggi se vedi una luce accesa in periferia per lo più è quella di una sala giochi. È venuto impoverendosi e degradandosi tutto un tessuto di critica ma anche di condivisione, la macchina tecnico-amministrativa è profondamente compromessa e degradata. Roma oggi è sfiduciata e devo dire, senza fare polemiche, che questo sentimento è alimentato da un’amministrazione che si sottrae per timore a tutte le sfide che le si propongono, siano esse le Olimpiadi o la linea C della metro, o lo Stadio della Roma. Io, per esempio, al posto di Virginia Raggi avrei detto a Renzi: bene le Olimpiadi, ma il Commissario lo faccio io perché ho un’idea della città, della lotta alla corruzione, delle priorità. Quindi la mia risposta è che Roma è redimibile alla condizione che barlumi di partecipazione non faziosa riprendano, che si riorganizzi la macchina amministrativa e che ci siano alcune idee per il futuro. Roma avrebbe l’opp or tunità di darsi traguardi importanti perché nel 2020/21 sarà il 150° di Roma Capitale, che potrebbe essere l’occasione di promuovere una grande opera di modernizzazione e riqualificazione della Capitale d’Italia; poi, nel 2020 ci sarà il Giubileo Ordinario. Se vogliamo alzare un po’la testa, nell’ar – co di un decennio, avremmo due occasioni per rilanciare e riqualificare la città con un grande progetto condiviso, per una città redimibile solo con molta fatica».

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