“Ripartiamo dal sociale e dal consenso del nostro popolo”. Parla Francesco Verducci

Pd
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Serve una coraggiosa strategia partecipativa, altrimenti non c’è il Pd

Inclusione, partecipazione, referendum. Sono queste le tre priorità da cui ripartire. Ne sono convinti i Giovani Turchi, la componente che fa capo al presidente del Pd Matteo Orfini e al ministro della Giustizia Andrea Orlando. Ne parliamo con Francesco Verducci, Coordinatore nazionale dell’Associazione politica «Rifare l’Italia».

Verducci, vi siete incontrati in vista della direzione Pd di lunedì?

«Sì, abbiamo convenuto che in un momento del genere bisogna credere ancora di più nel progetto del Pd. Sgombrando il campo fin da subito da questioni distruttive che riguardano la leadership, reagendo e cercando soluzioni al grande sconvolgimento che la sinistra subisce in tutto il mondo ».

Quali le priorità del Pd in Italia dopo il voto delle amministrative?

«Bisogna fare innanzitutto una lettura oggettiva del voto. La componente più forte è stata quella politica, quindi bisogna prendere di petto questo segnale. C’è tanto risentimento, tanta insoddisfazione. Il Pd deve rispondere rimettendosi in campo, riconquistando il consenso pubblico, a partire dalla riconquista del nostro popolo».

Voi cosa proporrete, quindi?

«Le nostre società sono attanagliate da un sentimento: la paura di non farcela. Bisogna sanare le fratture e possiamo farcela mettendo al centro la lotta al divario sociale, ripartendo dalla redistribuzione del reddito. Noi dobbiamo rispondere al disagio e stare dalla parte di chi sta subendo la crisi. Ecco allora che la priorità deve essere quella di formulare un nuovo patto vero e proprio tra il Pd e i cittadini contro le esclusioni e contro le disuguaglianze. Questo patto deve tenere insieme le nuove generazioni, che non trovano lavoro, e quelle anziane, che hanno pensioni minime. Quindi, ripartire da investimenti per creare lavoro e, al tempo stesso, da una nuova politica pensionistica che permetta ricambio. Opportunità e protezioni sociali insieme».

Pensate a una riforma?

«Ciò che c’è oggi è frutto delle riforme fatte negli anni Novanta. Come lo è tanto precariato dei giovani. Quindi nessuna nostalgia acritica di quelle stagioni. Adesso va rimesso al centro un legame tra le generazioni».

Avete in mente altre misure?

«È fondamentale un patto per la partecipazione. Il Pd non può far finta di non vedere la voglia di partecipazione del Paese. Si è lasciato il campo al M5S che porta avanti un simulacro di partecipazione, quella sul web. È un tema che il Pd deve fare suo. Il Pd non può essere il partito delle tessere: serve recuperare una vera partecipazione, fatta di consapevolezza e protagonismo. Come accaduto nelle primarie aperte del 2013. In questi ultimi due anni è mancato al Pd una grande strategia di partecipazione. Ci sono i circoli vuoti…».

Il 2013 è stato anche l’anno del Congresso

«Era una fase rifondativa, e si è un po’ persa. Proprio in quel congresso noi abbiamo detto che bisognava lavorare tutti insieme in questa nuova fase. Oggi noi lo vogliamo ribadire. Serve una coraggiosa strategia partecipativa, altrimenti non c’è il Pd. Bisogna tornare al Pd del 2014, che ha vinto perché ha saputo mettersi dalla parte di chi stava pagando al crisi, un Pd che ha messo la questione sociale al centro, con gli 80 euro. Dobbiamo ripartire da lì. Vanno rimesse in fila le cose. Il Referendum è fondamentale per dare forza alla politica. Ma non può cancellare le altre priorità. Il referendum deve stare dentro un progetto complessivo, altrimenti non saremo capiti».

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