Riforma Rai, Giacomelli: “Primo passo, il servizio pubblico cambi”

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Quarantaquattro tra funzionari e dirigenti di Rai, società del gruppo Mediaset, La7 e Infront sono indagati a Roma nell'ambito di un'inchiesta sull'affidamento di lavori e servizi in cambio di utilità come soldi e assunzioni. La Guardia di Finanza sta eseguendo 60 perquisizioni, Roma, 17 Giugno 2015. ANSA/ FABIO CAMPANA

Intervista al sottosegretario alle Comunicazioni Giacomelli: «L’impianto della legge è rimasto intatto. A.d. con pieni poteri, l’azienda diventa una spa, Vigilanza senza potere di nomina»

“Siamo partiti dalla governance perché il Cda era in scadenza, ma questa non è certamente tutta la riforma della Rai”.

E’ ottimista il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli sul futuro del ddl che dovrebbe concludere il suo percorso al Senato venerdì prossimo. E poi? “La palla è nelle mani del parlamento, ma certo non si possono lasciare i vertici in prorogatio ancora per molto”. In questi mesi sulla riforma Rai i giornali hanno scritto di tutto: che l’azienda sarebbe stata privatizzata, che Renzi avrebbe scelto il decreto, che le opposizioni avrebbero alzato le barricate.

E invece in commissione al Senato il governo ha scelto il dialogo con l’opposizione e alcuni emendamenti di Forza Italia e del Movimento 5 Stelle sono passati. “Abbiamo dimostrato che non avevamo paura di confrontarci con la minoranza su questi temi. La Rai è di tutti ed era giusto ascoltare tutti. L’impianto della legge è rimasto intatto: l’amministratore delegato con pieni poteri, la Rai che diventa una Spa normale, la Commissione di Vigilanza che non ha potere di nomina e quindi non parteciperà più alla spartizione. Vi siete mai chiesti perché in Rai si parla sempre di pacchetti di nomine?” No, perché? “Perché ogni volta che il direttore generale arriva in Cda con un nome trova subito un consigliere che ne propone un altro per un altro ruolo e un terzo un altro e così via: alla fine, da una, le nomine diventano un pacchetto.

Per accontentare tutti. Ma lo sa che ci sono redazioni Rai che hanno un quarto di giornalisti ordinari e tre quarti graduati: praticamente l’esercito della via Pal!”. Nella vostra riforma al posto dellaVigilanza le nomine le farà direttamente il parlamento. “Sì, quattro consiglieri su sette – cioè la maggioranza – saranno scelti così, due dalla Camera e due dal Senato, nel pieno rispetto delle sentenze della Consulta che hanno più volte ricordato che il controllo della Rai deve rimanere nelle mani del parlamento”. Cosa cambierà in concreto? “Un conto sono 7 consiglieri scelti dai 40 parlamentari della Vigilanza, ognuno con il suo partito di riferimento, un altro quattro nomi scelti rispettivamente dall’assemblea di camera e senato attraverso uno scrutinio pubblico: il livello delle candidature inevitabilmente si alza. Però capisco le resistenze dentro i partiti.

A quelli che considerano più pluralista un Cda simile a un parlamentino ricordo, in ogni caso, che il famoso Editto bulgaro è stato fatto con i vecchi criteri di nomina.. L’opposizione attacca la scelta dell’Ad da parte dell’esecutivo. “Il governo indicherà il nome ma l’Ad sarà nominato dal Cda che lo potrà anche sfiduciare, come nelle aziende normali. E ricordo che già oggi è così: Gubitosi è stato scelto da Mario Monti, Lorenza Lei e Mauro Masi da Berlusconi, Claudio Cappon da Prodi, eccetera. Il capo azienda è indicato dall’azionista e risponderà pubblicamente del suo lavoro: Renzi lo proporrà al Cda e l’opinione pubblica lo misure-rà sui risultati. In modo trasparente. In questo modo riportiamo la Rai a una dimensione di azienda e togliamo di mezzo la commistione quotidiana tra spezzoni di partiti, partiti, filiere e vertici aziendali”.

L’opposizione critica proprio questo: che l’Ad finisca per avere troppo potere. “Infatti in Commissione abbiamo posto come obbligatorio ma non vincolante il parere del cda sulle nomine: se ci sarà dissenso lo si saprà, ma non potranno esserci veti né trattative sotterranee sui nomi”. Nel Pd c’è chi preferisce il modello duale. “Lo so, però ricordo che è una discussione che il partito ha già affrontato a gennaio. Il duale prevede un Consiglio di gestione e un Consiglio di sorveglianza, ha molti pregi (anche una media company come Vivendi lo ha adottato) ma avrebbe comportato l’eliminazione dalla Vigilanza, una commissione bicamerale che esiste dal 1975: al premier è sembrato troppo”. Con l’emendamento che il governo ha presentato in Senato la Vigilanza potrebbe tornare protagonista. “È una delle ipotesi. O alla Camera si trova una corsia preferenziale (ma non mi sembra si stia andando in quella direzione), o si procede con un decreto (ma fino ad oggi lo abbiamo evitato) o si elegge il nuovo cda con la Gasparri facendo sì che, quando la nuova legge sarà approvata, al direttore generale vadano gli stessi poteri dell’amministratore delegato concepito nella riforma. Quello che noi vogliamo è che il legittimo spazio che si prende la politica per discutere non penalizzi l’azienda: mesi di attesa non sono possibili. Le carte sono sul tavolo”.

Cambiare la governance non è cambiare la Rai. “Certo, è solo il primo passo, ma ricordo che il consiglio dei ministri ha già approvato le linee guida della riforma. Ai nuovi vertici sarà affidata la nuova mission del servizio pubblico attraverso il rinnovo della convenzione che scade nel 2016”. Quale idea di Rai avete in mente? “Non è pensabile  riproporre il vecchio modello pedagogico-paternalistico che ha fatto la storia della televisione pubblica nel nostro paese. Di fronte alla quantità di informazioni, alla molteplicità dei mezzi e alla velocità che rischiano di sommergerci la Rai deve essere in grado di rispondere offrendo a chi lo voglia la possibilità di essere cittadini più consapevoli”.

Quale è il vostro bilancio dei tre anni di Gubitosi? Gubitosi ha saputo mettere a posto i conti, ha avviato la riorganizzazione delle news, ha valorizzato e resa dinamica Raiway. Ma non basta. Il nuovo servizio pubblico non sarà tale se non saprà misurarsi su tre dimensioni: internazionalizzazione, cultura, innovazione.  Ha ancora un senso il servizio pubblico? “La discussione è aperta in tutta Europa, anche in Gran Bretagna con la Bbc dalla quale abbiamo solo da imparare. Il public service broadcasting rappresenta il contributo più originale che l’Europa occidentale ha saputo dare alla storia della tv. Tuttavia il profondo cambiamento tecnologico, di consumo e di mercato in atto negli ultimi anni – di cui Netflix è il paradigma, non la causa – ci costringe a porci nuove domande.

Una, soprattutto: nell’era della convergenza siamo sicuri che il servizio pubblico rappresenti davvero un’esigenza avvertita dalla maggioranza dei cittadini?” Qual è la sua risposta? “Se diventa uguale alla tv privata no. Il servizio pubblico radio-tv ha bisogno di trovare una nuova legittimazione pubblica: se la troverà giustificherà la propria esistenza”.

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