Regazzoni: “L’amore? Ci chiede di saper vivere alla fine del mondo”

Tipi tosti
Simone Regazzoni

Parla il filosofo, allievo di Jacques Derrida, che al tema dell’amore ha dedicato il suo romanzo, Abyss, ma anche un saggio in uscita l’estate prossima

“L’amore? Ci chiede di saper vivere alla fine del mondo. Implora linguaggio, parole, dichiarazioni che devono essere ripetute, ma anche la sapienza del corpo. In cambio dà un’intensità inaudita di esistenza. Ma noi siamo diventati pavidi. E la nostra disinibizione sessuale è anche una forma di difesa contro questa mancanza di coraggio”.
Ne è convinto Simone Regazzoni, genovese, classe ’75, filosofo, allievo di Jacques Derrida, portavoce di Raffaella Paita, candidata del Pd alle scorse elezioni regionali della Liguria che, al tema dell’amore, ha dedicato il suo romanzo Abyss, edito da Longanesi e tradotto in spagnolo (dieci mila copie vendute, pubblicato in questi giorni in formato ridotto), ma anche un saggio, in uscita l’estate prossima.

Simone, perché ti interessa tanto parlare di amore? E cosa intendi per amore?
In realtà Abyss è un romanzo d’avventura che ha per protagonista un giovane professore di filosofia ma, aggiungo, inevitabilmente, parla d’amore. Dico inevitabilmente perché c’è un rapporto essenziale tra avventura e amore. Di recente il filosofo Giorgio Agamben, nel suo bellissimo libretto: “L’avventura”, ha scritto: “Solo una vita che ha la forma dell’avventura può incontrare veramente l’amore”.

Cosa vuole dire?
Solo chi ha il coraggio di “avventurarsi”, vale a dire di esporsi all’evento, a ciò che accade, all’incontro non previsto, fortuito, può andare incontro all’amore. L’amore è questo: una passione impossibile che non è in nostro potere, che non dipende da noi e dal nostro volere di soggetti, ma che ci accade. Ho affrontato la questione attraverso il mio primo romanzo, e lo farò ancora di più nel secondo romanzo, che uscirà entro l’estate, L’origine del male (Longanesi). Ma sto preparando anche un saggio: La necessità dell’amore.

E’ un tema abusato. Cosa ci dirai di originale?
Sì, è abusato. Penso abbia ragione Lacan quando dice “L’amore è da molto tempo che se ne parla. C’è bisogno di sottolineare che sta al cuore del discorso filosofico?”. Per chi fa filosofia c’è una necessità dell’amore. Non si pensa davvero al di fuori di una certa dimensione erotica che ci ossessiona: scriviamo sempre piccoli o grandi discorsi amorosi, e quando parliamo in pubblico, in fondo, siamo sempre lì a sedurre con la voce, il corpo, le idee. Inoltre, esplicito o meno, c’è sempre un “tu” – o più d’uno – dietro un pensiero: sto già sempre parlando a te, scrivendo per te, che tu lo sappia o meno. C’è poi una dimensione esistenziale.

Cosa vuoi dire?
Per me l’amore conta, ha sempre contato. E penso che vada difeso in un’epoca in cui i soggetti sembrano preferire altre forme di rapporto meno pericolose. L’amore, la passione amorosa, è il solo modo che abbiamo per uscire da noi stessi, dal nostro io per andare davvero incontro all’Altro nella sua soggettività. Solo nell’amore il soggetto esce da sé per entrare in rapporto con l’Altro. Questo per me non avviene nell’etica, né in altro modo. L’amore è la passione che ci espone al rischio dell’Altro nella totalità del suo essere soggetto. Amarsi non significa in alcun modo volersi bene: vuole dire in primo luogo mettersi a repentaglio. Per questo l’amore è sempre un rischio avventuroso. In questo senso è un’esperienza estrema, pericolosa, che ci espone a ferite, dolore, frustrazione, ma in cui si sperimenta un’intensità inaudita di “esistenza”, se “ex-sistere” significa “essere fuori da”.

Necessità dell’amore: questo sarà il titolo. Ma sembra una contraddizione, un ossimoro.
L’amore è pura contingenza dell’incontro, ma ci è necessario perché solo nell’esperienza amorosa come incontro con l’Altro “e-sistiamo”. Inoltre nell’Amore, nel “ti amo”, perché non c’è amore senza linguaggio e dichiarazioni d’amore, la contingenza dell’incontro diventa la necessità dell’essere-con-l’altro. E’ un ossimoro, vale a dire in greco “un’acuta follia”, ma l’amore non ha la dimensione del calcolo e del raziocinio, vale a dire del “logos”.

Ma come ama un filosofo? Qualche tempo sulla tua bacheca facebook hai commentato un pezzo dedicato a Soren Kirkegaard. Il filosofo danese ha rinunciato alla sua donna, Regine, perché pensava di sublimare, rendere eterno il loro amore. Per lui l’amore, evidentemente, doveva essere tormento. Senza l’abbraccio dei corpi.  
Credo che l’amore sia singolarità, quindi difficile dire come ama un filosofo. So come amo io. Quello che posso dire è che un filosofo può sempre essere tentato di sublimare l’amore in una dimensione intellettuale, trasformando alla fine “eros” in “philia”, in amicizia. Io sono contrario a questa dimensione sublimata dell’amore in amicizia. In filosofia come in amore.

Perché?
Credo nell’importanza del linguaggio, della dichiarazione in amore, della scrittura amorosa, ma senza la dimensione del corpo, non c’è amore degno di questo nome. Nessun amore degno di questo nome può accettare il compromesso dell’amicizia, vale a dire dell’assenza del corpo, dei baci, dello spogliarsi, del desiderio, del sesso. Al limite, in una dimensione estrema ma rivelatrice, l’amore può avvenire attraverso il corpo di altri: come accade a Bess nelle Onde del destino. In questo senso l’amore resta sempre qualcosa da fare.

Regine si è accontentata di sapere che è stata l’ispiratrice del pensiero filosofico del suo amato. Secondo te alla fine, dietro il tentativo di sublimare l’amore, per KirKegaard, come per tanti altri che rinunciano alla fisicità, ci sono: immaturità, egoismo, incapacità di scontrarsi con la realtà? Quello di KirKegaard, forse, è stato il gioco di un seduttore, che ha intrappolato pure lui.

Concordo. Alla fine si è sottratto all’avventura dell’amore, ne ha avuto paura, non è stato degno di ciò che gli è accaduto. Ha voluto rassicurarsi: proteggersi e proteggere l’Altro. L’amore è sempre una prova: si può sempre essere tentati di ripiegare su qualcosa di meno rischioso, più sicuro, più facile da vivere e da sopportare. Si può sempre preferire vivere felici, che esporsi al rischio dell’e-sistenza amorosa. Che può produrre immensa gioia, altra cosa dalla felicità (che è uno stato di equilibrio), ma anche profonda disperazione. Anche perché, se ogni amore è la nascita di un mondo, su questo mondo, fin dall’inizio, benché taciuta, c’è la minaccia della catastrofe. E ogni “ti amo” ripetuto è sempre anche un esorcismo contro la fine del mondo. In fondo lo spazio degli amanti è la fine del mondo, e ci si ama sempre – vale a dire ci si incontra davvero – solo alla fine del mondo. Per questo ogni amore è una catastrofe che ambisce a essere perfetta. E ogni “ti amo” che sottintende “per sempre” va inteso come “fino alla fine del mondo”, nella consapevolezza tragica che quella fine arriverà non come un accidente, ma come uno degli elementi costitutivi dell’amore. Ogni amore è l’inizio e la fine del mondo. In questo senso ogni storia d’amore, degna di questo nome, è come quella tra Robert e Francesca ne I Ponti di Madison County.

Amore, quindi, come avventura che presuppone coraggio. Alain Badiou ce lo dice chiaramente: L’amore a rischio zero non esiste, altrimenti  non ci sarebbe alcuna partita con il destino, il caso, il sesso, la vita stessa, nella sua meravigliosa caoticità.
Esatto. Io disprezzo chi non ha coraggio e non sa amare. E la capacità di amare per me è il prototipo del coraggio: non come decisione, ma come capacità di dire sì a ciò che accade, di essere all’altezza degli incontri che ci arrivano, anche a rischio di soffrire e far soffrire. Perché l’esperienza amorosa è quella che può procurarci dolori estremi. Noi viviamo in una società dominata dal principio di piacere inteso come ciò che è a disposizione del soggetto: il piacere, in un modo o nell’altro, me lo posso sempre procurare. E nel piacere sto sempre bene perché incontro solo me stesso. Questo vale anche per il piacere sessuale: le avventure sessuali sono all’opposto dell’avventura amorosa. In questo senso non ho mai nutrito un vero interesse per le avventure sessuali: sono a rischio zero. Il punto è  solo uno.

Quale?
Chiederci se vogliamo rassegnarci al benessere del piacere o siamo ancora capaci di amare, capaci dell’avventura dell’amore, capaci di sfidare il principio di piacere che domina la nostra società, di resistere almeno in un punto alla logica del calcolo economico per esporci all’amore, e provare a donare ciò che non si ha. Insomma, osare.

Sì, ma, in concreto, come?
Partiamo dai libri. Si moltiplicano quelli di filosofia sull’amore, che ci influenzano. Quasi tutti sono stucchevoli, scontati, banali. Illeggibili. Manca quasi sempre, implicito o meno, un “tu”. Manca la forza di un apostrofo, la singolarità dell’esperienza vissuta: gli scacchi, l’entusiasmo, l’imbarazzo, i baci, la nudità. Pura stupidità del pensiero astratto, e la peggiore retorica amorosa. E manca un’altra cosa.

Cosa?
Manca l’esperienza del “fare l’amore”, di cui la filosofia è una forma. Ci si dovrebbe chiedere: Come fanno l’amore i filosofi? Lo pensano? Ci pensano? Che ne è del pensiero di fronte all’atto singolare, ogni volta unico, del fare l’amore o del suo desiderio? E ancora prima: Cosa significa spogliarsi e spogliare? Derrida ha scritto che, se Heidegger fosse ancora vivo, gli chiederebbe della sua vita sessuale. Non è questione di voyeurismo o esibizionismo, ma di tangenza tra pensieri e corpi, pensiero e carne, pensiero e godimento.

Siamo diventati cartesiani o proustiani?
Siamo diventati pavidi. La nostra disinibizione sessuale è anche una forma di difesa contro questa mancanza di coraggio: abbiamo molte semplici avventure sessuali, per evitare l’avventura dell’amore. Perché l’amore ci chiede tanto: chiede linguaggio, parole, dichiarazioni che devono essere ripetute. Ma non basta: ci chiede anche la sapienza del corpo, il saperci fare con il proprio godimento, ci chiede di sfidare e vincere la sfida del ridicolo della nudità e dell’atto amoroso. Ci chiede di saper inventare una temporalità altra che resiste a quella della quotidianità: degli impegni, delle preoccupazioni. Ci chiede di saper vivere alla fine del mondo. Ma senza amore possiamo fare anche mille volte sesso, ma non incontreremo mai l’Altro nel suo essere soggetto, saremo sempre alle prese con forme, magari piacevolissime, di godimento idiota, tutto incentrato sulla nostra soggettività.

Per chiudere, se ti dico: Amore e Innamoramenti, cosa ti viene in mente?
I nomi, i volti, i corpi, la pelle, il profumo delle donne – poche – che ho amato. E il rimpianto per non aver baciato, tanti anni fa, una ragazza giapponese che mi disse, salutandomi, una notte a Tour: “Io e te ci saremmo potuti amare”.

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