Referendum sulle trivelle: le ragioni del No

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Verso il 17 aprile. Intervista a Gianfranco Borghini, presidente del comitato Ottimisti e Razionali

Il prossimo 17 aprile in tutta Italia si voterà per il referendum sulle trivelle, se ne parla ancora poco, cerchiamo di conoscere meglio le ragioni del Sì e del No.

Per orientarci meglio abbiamo intervistato Gianfranco Borghini, presidente del Comitato Ottimisti e razionali.

Votare No al referendum del 17 aprile o non andare a votare?

Noi invitiamo a non andare a votare, ma se si vuole andare a votare allora indichiamo di votare No.

Non è sbagliato chiedere di non andare a votare?

Il voto è un diritto e un dovere. Ma in questo caso è un diritto anche rendere visibile la propria astensione perché noi riteniamo che il quesito in questione non sia espresso in maniera chiara e corretta.

Che cosa non è chiaro?

L’oggetto reale del referendum non sono le trivelle per due motivi: il primo perché non esistono trivelle sulle piattaforme in questione e poi perché c’è già una legge dello Stato che vieta di costruirne di nuove.

Qual è il vero quesito del referendum allora?

Ci rendiamo conto che la questione è molto sottile e complessa per molti, ma questo referendum riguarda le attività produttive già esistenti, vietarle, noi pensiamo, sarebbe dannoso e addirittura inutile.

Che cosa succede se vince il Sì?

Prima di tutto si crea un’incertezza di fondo: smantellare le piattaforme in uso provocherebbe un danno inutile che produrrebbe disinvestimenti nel settore dell’estrazione di gas metano. E’ facile intuire che questo potrebbe portare a molti contenziosi con lo Stato, che secondo noi, potrebbero essere vinti dalle aziende. E’ come se affittassimo con un regolare contratto un appartamento e poi dicessimo agli affittuari che se ne devono andare prima del tempo.

Di quante piattaforme stiamo parlando?

Attualmente in Italia ci sono 75 piattaforme attive di cui 59 soltanto in Romagna, nei pressi di Ravenna, stanziate nel mare dell’alto Adriatico. Producono gas metano, un gas nobile, naturale, sicuro, pulito che non produce danni per l’ambiente ed è molto utile per usi domestici e non. E’ un settore di nicchia ma è molto importante per la nostra industria, pensiamo al settore della ceramica in cui viene utilizzata moltissimo.

La presenza delle piattaforme nei nostri mari può essere pericolosa per l’ambiente?

Assolutamente no, sono piattaforme sicure e non inquinanti. In Romagna ci sono stati 25 milioni di turisti e sono state assegnate ben 9 bandiere blu, sintomo che non ci sono danni alle nostre acque. Lo stesso succede in Sicilia, dove una piattaforma è stata definita addirittura oasi verde. Non si capisce perché ci sia tutto questo accanimento.

Quante persone lavorano su queste piattaforme?

Moltissime. Se dovessimo smantellarle, sarebbero costrette a cessare l’attività tantissime aziende e troppi lavoratori perderebbero il loro posto di lavoro. Stiamo parlando di circa 30 mila persone: 10 mila impiegate direttamente e 20 mila nell’indotto. E’ un giro di affari di circa 5,6 miliardi di euro. Chiuderle vorrebbe dire anche un grande danno per lo Stato che riceve da queste aziende 880 milioni in tasse e 400 milioni di royalities. Ma non crea lavoro soltanto in Italia: nella verdissima Norvegia, l’Enel ha inaugurato una piattaforma in mare insieme allo Stato norvegese, che è stato ben lieto di investire il 40% in questa attività. Ma possono essere un investimento anche in altri luoghi in via di sviluppo. In Egitto, per esempio, costruiremo piattaforme che serviranno anche come ponte di pace, per aiutare le popolazioni in difficoltà.

La tutela del’ambiente è importante per voi?

Assolutamente sì. Investire in gas metano è già una risposta ecologica perché è energia pulita seppure non rinnovabile. Pensare che il gas non ci serva sarebbe un errore fuori dalla realtà visto quanto è diffuso il suo utilizzo. Basta pensare che se dovessimo rimpiazzare l’attuale bisogno di gas nel nostro paese, dovremmo utilizzare circa 5mila pale eoliche sparse nel nostro territorio, che coprirebbero più o meno la distanza da Roma Nord a Milano Rogoredo. Se dovessimo usare l’energia solare, invece, dovremmo tappezzare una città come Bologna di pannelli solari. E’ impensabile, ma ciò non vuol dire che non si possa parlare anche di energie rinnovabili alternative. Si sono fatti grandi passi in avanti ma c’è bisogno ancora di più di innovazione, sviluppo e ricerca scientifica.

Che cosa muove allora i promotori del Sì?

La mia personale idea, condivisa con il Comitato, è che si è innescato un corto circuito tra Regioni e Stato, in cui le Regioni vogliono avere l’ultima parola sulla gestione delle energie, che in questo momento è di facoltà finale del Parlamento. Ad ottobre ci sarà un referendum costituzionale che tratterà anche di questo, se i promotori del Sì non avessero secondo fini, rimanderebbero la discussione a quel referendum.

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