Referendum, Guerini: “Più si spiega il merito, più elettori si spostano verso il Sì”

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Il vicesegretario del Pd a Bersani: “Bisogna essere orgogliosi del riconoscimento di Obama al lavoro del governo. Monti? Parole surreali”

La vera domanda da porgli sarebbe su quanti minuti di meditazione zen fa ogni giorno prima di ribattere ai molti esponenti del suo stesso partito. Ma essendo l’Arnaldo, come lo chiamava Renzi riferendosi alle sue doti di mediazione, la risposta sarebbe un bel secchio di acqua fredda sulle ceneri ardenti.

«La commissione del PD sulle leggi elettorali assomiglia ogni giorno che passa all’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa», ha detto ieri per esempio, Federico Fornaro, bersaniano ormai assestato sul No al referendum. Lorenzo Guerini, le giriamo la domanda: ma la commissione davvero servirà a trovare la quadra sull’Italicum?

«La Commissione ha un compito chiaro, su mandato della Direzione, che è quello di verificare se ci sono le condizioni per modificare l’Italicum sia nel Pd sia con le altre forze politiche in Parlamento. Il segretario Matteo Renzi ha espresso la disponibilità a modificare la legge elettorale in vigore purché ci sia una maggioranza che possa votarla. Ora dobbiamo lavorare e parlare poco, alcuni colloqui informali tra noi della Commissione ci sono già stati. Quanto al destino della Commissione, sarà che sono all’antica ma per me nel momento in cui il segretario indica l’impegno del Pd ad assumere una iniziativa politica per aprire un confronto questo è un atto di sostanza. E credo che tutto il Pd dovrebbe rispondere con disponibilità e generosità».

Pier Luigi Bersani di fronte all’endorsement di Obama al Sì al referendum ha detto che serve moderazione. Se lo aspettava da un ex segretario che tiene alla Ditta?

«Non voglio fare polemiche, mi sembra però, e lo dico da italiano e da militante del Pd, che di fronte ad un riconoscimento del lavoro del nostro partito e del nostro governo, da parte di uno dei leader progressisti più riconosciuti al mondo, si debba essere orgogliosi».

I rumors di palazzo raccontano di una parte della minoranza che si sente già in uscita dal partito.

«Sarebbe una follia. Dipendesse da me abolirei dal nostro vocabolario le espressioni come “scissione”e“fuoriuscita”. La diversità di vedute in un partito come il nostro deve essere vissuta come un valore e non come un limite. In una comunità ognuno ci sta con il proprio punto di vista purché alla base ci siano comportamenti di lealtà e amore verso la comunità stessa. Ma una comunità politica, per essere tale, deve anche assumersi la responsabilità della decisione. I nostri elettori ci chiedono questo, non litigi tutti i giorni».

Mario Monti ha detto che il 4 dicembre voterà No dopo aver votato Sì una prima volta al Senato. Come si spiegano tutti questi cambi di idea?

«Anche Monti, come alcuni altri, oggi dice cose in aperta contraddizione con quello che diceva qualche mese fa. Ho trovato l’intervista con cui ha spiegato le sue posizioni a tratti incomprensibile e a tratti surreale. Elenca tutte le ragioni di merito che lo spingono a favore della riforma e poi conclude che voterà No elencando motivi che nulla hanno a che fare con il merito stesso della legge costituzionale. È davvero surreale, anche se quello che mi ha più colpito in negativo è la sua implicita sfiducia nei confronti del popolo italiano, un popolo che, secondo il senatore Monti, deve essere educato alle scelte che deve adottare».

Lei sta girando il Paese in lungo e in largo. Com’è il clima intorno al referendum?

«Io e tutti quelli come me che stanno girando dal Nord al Sud del Paese vediamo che sta crescendo l’interesse intorno alla riforma, che le persone vogliono sapere esattamente cosa cambierà e come. È questo lo sforzo che dobbiamo fare con pazienza certosina: spiegare i contenuti di questa riforma perché finora chi urla per il No usa argomenti che poco hanno a che fare con le norme su cui gli italiani sono chiamati a votare. Superamento del bicameralismo perfetto vuol dire un processo legislativo più veloce ed efficiente; abolizione degli enti inutili come il Cnel si traducono in meno spese a carico dello Stato; il nuovo Senato restituisce rappresentanza e ruolo agli enti locali; la riforma del titolo V definisce con chiarezza chi fa cosa tra Stato e Regioni mettendo fine alle migliaia di contenziosi; una sola Camera che dà la fiducia significa rendere più stabili i governi. La riforma è questo. Tutto il resto è strumentalizzazione politica perché né Renzi né il governo rientrano nel quesito su cui il 4 dicembre si è chiamati a dire un Sì o un No».

Silvio Berlusconi si pronuncia per il No ma a Pomigliano Fi si ribella e annuncia il Sì. Un segnale positivo per voi?

«Fi in Parlamento ha condiviso e votato la riforma, salvo cambiare idea in seguito all’elezione del presidente della Repubblica. Gli elettori di Forza Italia sanno che molte delle cose che rientravano nei buoni propositi della campagna elettorale del loro partito, a cominciare dalla riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo, sono contenuti in questa riforma. E saranno in molti il 4 dicembre, anche tra gli elettori del M5s, a votare pensando a cosa è meglio per il Paese. Più vengono spiegati i contenuti e più emerge la vera partita in gioco: cambiare l’Italia e rendere le istituzioni più efficienti o lasciare tutto come è sapendo che un’altra riforma arriverà non prima di dieci anni e non tra cinque mesi come qualcuno sostiene».

 

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