Recalcati: “Un Paese vittima dell’odio, che gode nella distruzione”

Politica
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Lo psicanalista: “Il mito che sostiene i seguaci di Grillo è di natura incestuosa”

Avevamo un pericolo per il dopo 4 dicembre: ritrovare il solito vecchio stanco Paese. Eccolo. Ci piace lamentarci delle solite cose. Ci conforta. È come mettere i calzini sempre nello stesso cassetto. Massimo Recalcati, autorevole psicanalista e uno degli scrittori più letti, parlando alla Leopolda di Firenze aveva usato termini come «sogno», «cambiamento» e aveva esortato i padri a non mostrarsi resistenti al desiderio legittimo di svolta dei figli. Oggi servono altre parole.

Professore, possiamo dire che l’Italia ha riversato in un voto sulla Costituzione un voto emozionale?

«Il godimento della distruzione è un osso duro. È impressionante la quantità di rabbia che si è riversata in questa campagna elettorale. Non possiamo trascurare quanto la morsa della crisi abbia contribuito ad alimentarla, soprattutto tra i ceti sociali che hanno più patito i suoi effetti. La politica è l’arte di canalizzare simbolicamente l’odio e la rabbia in azioni di trasformazione e di cambiamento. Quello che mi ha colpito è la natura autodistruttiva di questo odio. Il suo rifiuto di ogni canalizzazione simbolica. Il godimento della distruzione per la distruzione. In gioco, ovviamente, non poteva essere solo la riforma costituzionale. Si è trattato di un referendum sul governo di Renzi. Non solo per un errore, ammesso, di Renzi ma per una congiuntura oggettiva. La critica al governo ha preso il sopravvento. Resta il problema: è quello di come offrire una giusta canalizzazione a questa massa di odio che non trova più nella politica la sua giusta espressione. Altro che voto emozionale! Per non parlare dei risentimenti personali: D’Alema e Bersani hanno agito accecati da rancori personali mettendo allo sbando il partito. Cosa avrebbe fatto un D’Alema-segretario se una parte del partito lo avesse contraddetto organizzandosi in modo militante contro la maggioranza del partito stesso? Trovo pazzesco quello che è accaduto nella sinistra del partito, salvo la nobile eccezione di Cuperlo, per poi chiedere a Renzi di continuare a governare senza tenere conto del risultato del Referendum, al fine di mostrare che lui è come tutti gli altri, cioè come loro! Si confronti il suo discorso con quelli pronunciati da Bersani all’indomani delle ultime elezioni politiche dove una vittoria scontata si era trasformata in una sconfitta politica».

Ricordo le parole di Napolitano: i padri costituenti rifiutarono l’immobilismo nella Carta. L’immobilismo, a livello sociale, che cosa rappresenta? I padri hanno punito i figli che osavano parlare di “rottamazione” o i figli non ne sentono l’urgenza storica?

«I padri costituenti avevano un sentimento forte della filiazione. Sapevano che la Carta si situava nel suo tempo storico e che la sua parte applicativa era destinata al cambiamento reso necessario dalle trasformazioni storiche. In gioco ancora oggi è il grande tema dell’eredità. La sinistra sta fallendo il tempo di una interpretazione generativa di questo tema. La rottamazione è stata una necessità in risposta ad un immobilismo generazionale. Io stesso l’ho messa in discussione. Non mi è piaciuto il modo, il tono, l’appiattimento delle differenze per esempio. È stato uno strappo traumatico. Ma da allora una parte del partito ha giurato vendetta. Non ha perdonato il figlio che ha fatto valere con coraggio il suo diritto alla discendenza. Dramma edipico rovesciato: i padri hanno voluto la morte del figlio anziché sostenerlo nel suo cammino. L’esito di questo referendum segna probabilmente l’apice di questo rovesciamento di Edipo: azzannare, colpire, massacrare il figlio sconfitto. Triste destino di padri impotenti che non sanno imparare nulla dal figlio se non dare continuamente lezioni. Ma quest’odio non riguarda solo la sinistra del PD. Il fallimento della filiazione e della trasmissione dell’eredità è al centro delle ultime vicissitudini di tutta la politica italiana. Se si guarda a destra si vede un popolo di zombie. Spettri, politicamente morti, che ritornano dal passato. È il dramma personale ma anche collettivo incarnato da Berlusconi: nessuna filiazione, nessun erede, nessuna trasmissione effettiva di una eredità. Sterilità politica assoluta. Oppure si vede la rabbia reazionaria incarnata da Salvini e Meloni. Giovani solo anagraficamente. In realtà presi dalla tentazione del muro che dalla Brexit all’Europa orientale sino a Trump attraversa, con il suo cupo canto, il nostro tempo. Nessuna passione per la cultura, per le lingue diverse, per la politica come necessità della traduzione. Preferiscono l’autosufficienza del muro».

E poi c’è il movimentismo dei grillini. Figli di un padre politico non interessato a generare una discendenza, ma una filiazione d’occasione, senza dialogo, con l’imperativo “sei dentro o sei fuori”da un unico utero generatore.

«Il numeroso popolo dei grillini, certo. Come viene interpretata la filiazione dai seguaci di Grillo se non come una trasmissione dell’odio per la politica, cioè come distruzione della nostra stessa provenienza? La totale assenza di capacità di governo mostrato dal sindaco di Roma non è stata sufficiente ad allarmare gli italiani. Il mito che li sostiene è quello, di natura incestuosa, della trasparenza assoluta, della democrazia diretta. Ingenuità imperdonabile che li vorrebbe puri, senza macchia, eterogenei al sistema. Ma chiunque sa che la politica impone scelte, assunzioni di responsabilità che implicano sempre un fondo incondivisibile, incomunicabile, talvolta, indicibile. È la solitudine necessaria di chi ha avuto esperienza reale di governo. Cosa ne sanno i grillini di questa esperienza? Cosa ne sanno della fatica della politica, della convergenza delle differenze che sola può rendere generativa la vita della città? Il loro sogno è totalitario. Arrivare ad avere il 100% dei consensi: amore per coloro che si identificano nelle loro scelte, odio rabbioso per gli altri. Nessun senso delle istituzioni né capacità di costruire. Ma, soprattutto, dominio incontrastato dell’eccezione totemica del padre dell’orda che può godere impunemente del suo arbitrio. Se infine si guarda alla sinistra sinistra non si può che restare sconcertati. Anziché sostenere il solo argine alla deriva populista, demagogica e reazionaria si sceglie la purezza ideale della testimonianza destinata a raccogliere il 2%. La sinistra non impara mai dalla storia».

Renzi lascia un Paese con un buon numero di riforme. Ha insegnato alla generazione dei figli anche il coraggio delle idee in un momento di camaleontismo cronico dei padri?

«Lacan affermava che l’uomo è il suo stile. Renzi ne ha data dimostrazione nel suo discorso di commiato. Quando mai in Italia si è ascoltato discorso così? Un discorso dove finalmente la parola data assumeva tutte le sue conseguenze? Nessun istinto suicida, ma una posizione eticamente rigorosa. Rara, rarissima, nella politica italiana. Era già accaduto. Io sono diventato un sostenitore di Renzi dopo aver ascoltato il suo discorso a conclusione di una sua altra provvisoria sconfitta, quella delle prime primarie perse contro Bersani. Lo dichiarava spesso anche Pasolini: la sconfitta non è il male, non è qualcosa da rigettare, dalla quale avere paura. Bisogna piuttosto avere il coraggio di passare attraverso la sconfitta, bisogna imparare dalla caduta da cavallo, dall’impatto duro con la terra. Il vento quando è forte e contrario può rafforzare le radici. Una volta chiesero a Franco Basaglia che cosa avrebbe fatto se si fosse trovato di fronte ad un improvviso black-out. Egli rispose dicendo che avrebbe saputo accettare il buio, che avrebbe saputo trovare insieme ad altri un’attività giusta per il buio. Renzi non è nemmeno al buio. Ha subito una sconfitta, ma ha ottenuto un consenso personale, quanto meno, per stare in difetto, intorno al 30 %. Si deve rialzare in fretta e ripartire per prepararsi a governare nuovamente. E ritrovare i giovani. I risultati del referendum confermano l’enorme distanza con la sinistra: i giovani tra i 18 e i 25 anni hanno voltato in massa per il No. Molti sono animati da giuste istanze di protesta e di giustizia sociale. È a loro che bisogna tornare a parlare».

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