Raffaele Sollecito: vi racconto l’ingiustizia che ho subito

Tipi tosti
Un passo fuori dalla notte

Intervista al giovane prosciolto in Cassazione per l’omicidio di Meredith Kercher: “Ormai la mia vita è segnata per sempre, ma non ho paura di quello che mi aspetta”

“Nell’oceano di disperazione ho sempre cercato qualcosa di bello per andare avanti: la preghiera, il disegno, le parole di altri detenuti, come lo psichiatra appassionato di filosofia, il clochard che mi ha fatto capire cosa sia la felicità. Ma più di tutti, nell’inferno durato otto anni, di cui quattro in carcere, sento di ringraziare il professore Milani. E’ vero, la Corte di Cassazione mi ha ridato la libertà (27 marzo 2015), ma è difficile ricostruirsi. Agli occhi di tanti sono ancora il ragazzo ricco, furbo e fortunato, che è riuscito a farla franca”.

A parlare è Raffaele Sollecito, 31 anni, di Giovinazzo, oggi residente a Bisceglie, che è stato per quasi quattro anni in una cella tre metri per due, perché coinvolto nell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuto a Perugia il primo novembre 2007. Prima condannato, poi assolto, di nuovo condannato, poi assolto in modo definitivo, con l’americana Amanda Knox, oggi Sollecito prova a riprogrammare la sua vita.

Di recente ha vinto un bando della Regione Puglia per le nuove iniziative di impresa, riservato agli under 35 disoccupati. “Avevo i requisiti – spiega – Me l’hanno comunicato dopo la sentenza di Cassazione. Mi danno 66mila euro per tre anni, la metà a fondo perduto. Ho progettato un portale online con un’app, una sorta di social network per commemorare i defunti. L’idea mi è venuta quando ero in prigione a Terni e pensavo a mia madre”.

Da poco Longanesi ha pubblicato il suo secondo libro: Un passo fuori della notte, che è il “racconto di una vita spezzata – dice – da chi non ho mai conosciuto”.

Raffaele, il tuo è l’ennesimo caso di una giustizia che definisci “indecente”. Omissioni, imprecisioni, amnesie investigative. Cosa c’è stato: pressapochismo, pigrizia o incapacità di fare retromarcia e quindi arroganza, da parte di chi non poteva smontare un teorema?
Sicuramente non c’è mai stato il desiderio di cambiare, tornare sui propri passi e ricominciare, forse per orgoglio o, come dice lei, per arroganza. Io non conoscevo chi mi ha accusato. Non mi hanno mai dato modo di parlare con l’accusa. Avrei voluto chiedere il perché di tanta cattiveria, tanto odio e tanta rabbia nei miei confronti. Ricordo bene, dopo quattro giorni di indagini dall’omicidio e subito dopo il nostro arresto, il questore di Perugia si sentì in dovere di convocare una conferenza stampa internazionale, in cui dichiarò al mondo intero che Meredith Kercher era stata uccisa a causa di un’orgia finita male e che i colpevoli eravamo io, Patrick Lumumba e Amanda Knox. Alla luce dei fatti siamo risultati tutti e tre completamente innocenti. In più si scoprì quasi subito, e non ci furono dubbi, che non c’era stata alcuna orgia. Dopo la conferenza stampa e anche dopo il rilascio di Patrick Lumumba, che aveva un alibi di ferro, nessuno ebbe ripensamenti. Scambiarono Lumumba con Rudy Guede. Ignorarono volutamente che lui era l’unico presente sulla scena del crimine, come dimostravano tutte le tracce e le risultanze di indagine genetica. Non si sono fermati neanche quando tutti gli indizi più importanti dell’inchiesta cominciavano ad apparire falsi e mal interpretati. Sono andati avanti e non si sono fatti scrupoli nel distruggere la vita di due ragazzi innocenti.

Fermiamoci un attimo sugli indizi falsi e mal interpretati che descrivi nel libro.
Un esempio sono i computer che mi furono sequestrati. Da ingegnere informatico, rimasi sbalordito quando mi dissero che i tecnici, che stavano effettuando le indagini, distrattamente avevano bruciato gli hard disk dei computer sequestrati. Posso assicurare che i connettori dell’alimentazione di un hard disk, una volta smontato, hanno un innesto standard universale e non esistono cavi che possano essere inseriti nell’alimentazione in modo sbagliato. Quello che mi fu comunicato non aveva alcun senso. Ci vuole davvero grande maestria per poter bruciare un hard disk attraverso un cavo di alimentazione, senza manometterlo in modo volontario. Un altro episodio: la valutazione sulle scarpe che mi sequestrarono in questura.

E cioè?
Le scarpe da ginnastica Nike, che indossavo, avevano un disegno molto simile a una impronta, impressa nel sangue, trovata sulla scena del crimine. Gli inquirenti non persero un secondo e me le sequestrarono, lasciandomi a piedi nudi. Non capii subito cosa stesse succedendo, perché non sapevo nulla di questa impronta nella stanza del delitto, visto che non ero mai entrato in quella stanza. Il giorno dopo mi ritrovai davanti al giudice per le indagini preliminari e il pubblico ministero si presentò con una consulenza della polizia scientifica di Roma, in cui era scritto che c’era una perfetta compatibilità delle mie scarpe con l’impronta, lasciata sulla scena del delitto.

Poi cosa è successo?
Subito dopo la convalida del mio arresto, mio padre interpellò un suo collega e amico, esperto in medicina legale, il professore Francesco Vinci. Scoprimmo che i cerchi concentrici sotto le mie scarpe erano 11, mentre quelli sull’impronta, lasciata sulla scena del crimine, erano 7: quindi una totale incompatibilità che mi scagionava del tutto.

Il pm Giuliano Mignini, che a Perugia è noto anche per essersi occupato del caso del medico Francesco Narducci, trovato morto nel Lago Trasimeno nel 1985, ti ha mai chiesto scusa?
No, non mi ha mai chiesto scusa, anzi! Mi ha formulato nuove accuse perché, secondo lui, sono colpevole di diffamazione grave e vilipendio nei confronti della polizia e della magistratura italiana, in quanto ho criticato l’operato degli inquirenti nel libro che scrissi negli Stati Uniti, dal titolo Honor Bound. La sua querela è stata depositata prima della sentenza della Suprema Corte. Adesso, che sono stato assolto definitivamente per non aver commesso il fatto e sono stati criticati tutti i gravi errori commessi nei miei confronti, mi chiedo come andrà a finire. Il pubblico ministero Giuliano Mignini mi accusa di aver scritto esattamente le stesse cose che poi ha convalidato la Corte di Cassazione. Sono pronto ad accettare le sue pubbliche scuse, se mai avrà il coraggio di ammettere i suoi sbagli.

Tu e i tuoi avvocati avete già chiesto un risarcimento?
No, non ancora. Stiamo studiando anche un modo per chiedere che venga fatta chiarezza sull’accaduto e siano stabilite ufficialmente le responsabilità di chi ha distrutto per sempre la mia vita senza una ragione. Il vero riscatto lo potrò ottenere solo nel momento in cui si saprà chi si è reso colpevole di tanto orrore e quando questi ne patirà le conseguenze. Da quel momento, nessuno si permetterebbe più di commentare la mia assoluzione come un colpo di fortuna.

Nel tuo libro accusi alcuni giornalisti, che avrebbero condizionato in modo potente opinione pubblica e magistratura. Ma qualcuno di loro si è preso la briga di leggere le carte?
Sinceramente ancora oggi non provo alcuna stima nei confronti di quei giornalisti che, di fatto, sono diventati la cassa di risonanza degli inquirenti. Dopo la sentenza della Cassazione mi sarei aspettato almeno un mea culpa. Invece, niente. Oggi mi aspetto da voi altri giornalisti una reazione decisa e forte. Mi auguro con tutto il cuore che tutti voi con me chiediate a gran voce solo una cosa: chi ha sbagliato, paghi. E gli si deve impedire di continuare a fare del male. Purtroppo quello che noto da parte di molti media è solo silenzio, indifferenza o peggio paura. Per fortuna ci sono stati tanti giornalisti che si sono schierati dalla mia parte dopo aver letto gli atti di indagine e seguito i processi. Ce ne sono stati addirittura alcuni che hanno avuto la dignità e la serietà di dichiarare pubblicamente di aver sbagliato.

Il giudizio che ti ha irritato di più in questi otto anni?
Ho una lunga lista, ma non ho mai sopportato la tortura psicologica di chi parlava di me come di un imputato silente, perché succube della personalità di una ragazza americana, appena ventenne. Ero in silenzio solo perché nessuno mi ha mai voluto ascoltare, nessuno – nemmeno l’accusa – è mai stato interessato a sapere cosa avessi da dire. Mi hanno costretto al silenzio. Dall’altra parte i media mi descrivevano come un cerebroleso. Questo è stato davvero ignobile.

Cosa ti ha permesso di andare avanti soprattutto nei quattro anni di carcere e nei mesi di isolamento, dopo aver visto persone accoltellarsi per una crostatina, bere candeggina o ferirsi alle gambe e alle braccia, bucarsi la fronte con un chiodo per attirare l’attenzione dei secondini?
Non ho mai perso il desiderio di cercare qualcosa di positivo anche dentro un oceano di disperazione. Ho pregato. Anche le fugaci conoscenze di personaggi stravaganti mi hanno aiutato ad alleviare le mie sofferenze, ma le cose più importanti sono state: lo studio e la meravigliosa conoscenza del professore Milani, l’amore incondizionato della mia famiglia, la forza d’animo che mio padre mi ha sempre inculcato sempre, la fede in Dio ed anche il desiderio forte di raccontare la verità.

Il dolore, si dice, fa maturare. La separazione dei tuoi genitori, la morte improvvisa di tua madre che hai potuto salutare tropo tardi nella bara e la malagiustizia. Sei riuscito a dare un senso a quello che ti è successo?
Da piccolo amavo giocare solo con i videogiochi, con storie inverosimili, in cui c’era sempre un eroe costretto a combattere contro il male e l’ingiustizia. Boh, un segno? Forse quello che ho sempre guardato come un gioco mi ha psicologicamente formato, inculcandomi un desiderio naturale di giustizia. Quello che ho vissuto fino a poco tempo fa è stato estremamente tragico. Purtroppo, non ho ancora delle risposte chiare, ma sono fiducioso che arriveranno con un po’ di pazienza.

Scrivi che con le cicatrici si può sopravvivere, anche se dopo la sentenza di assoluzione della Cassazione l’avvocato Giulia Bongiorno ti ha fatto capire che non sarà facile. Forse ci sarà qualcuno che vorrà vendicarsi?
E’ assurdo il solo pensare che debba essere io a preoccuparmi di eventuali ritorsioni da parte di coloro che mi hanno fatto del male. Semmai dovrebbe essere scontato che siano loro a preoccuparsi di quanto hanno fatto a me. Ormai la mia vita è segnata per sempre, non si può tornare indietro e l’amarezza di ciò che mi è stato tolto mi porta a un atteggiamento quasi distaccato di fronte all’imponderabile. Ciò che mi aspetta non mi incute alcun timore.

Hai più sentito Amanda? E i genitori di Meredith? Scrivi che sei stato sulla tomba di Meredith.
Amanda l’ho sentita pochi giorni fa. Sta leggendo il mio nuovo libro. I genitori di Meredith non mi hanno mai risposto, anche se ho provato ad avere un contatto con loro. Io non ho fatto mai del male né alla loro figlia, né ad altri. Spero che un giorno siano pronti ad accettare che l’omicidio della loro figlia ha una storia completamente diversa da quella che è stata raccontata.

Tornerai a Perugia?
Sono già tornato molte volte e mi è sempre piaciuta. Continua a essere una città che mi lascia sempre incantato e col buon umore. In fondo, a differenza della mia famiglia, ho vissuto gli anni della tragedia in carcere e in posti lontani da Perugia. Al contrario, i miei familiari, che venivano a trovarmi o a parlare con gli avvocati, stanno male solo al pensiero di ritornare. A Perugia ho vissuto gli anni in cui ho messo i primi passi per realizzare i miei progetti.

In questa vicenda senti di aver fatto errori?
Sì, certo. Ad esempio, a differenza di tutte le persone che erano state chiamate in questura, il giorno della scoperta del corpo senza vita della povera Meredith, io mi presentai senza un avvocato. Pensavo di non aver nulla da temere, visto che non ero mai entrato nella stanza in cui era stata uccisa. Ero convinto che non avrebbero mai dubitato di me. Mi sbagliavo: avevo, invece, di fronte a me persone capaci di tutto.

A questo punto, ci si chiede: chi ha ucciso Meredith? E’ stato solo Guede?
L’unica persona indubbiamente presente sulla scena del crimine ha un nome ed un cognome: si chiama Rudy Hermann Guede, si trova in carcere in Italia, a scontare una condanna definitiva per questo omicidio. La famiglia Kercher, gli inquirenti, i giornalisti ed i curiosi possono tutti chiedere a lui, se finalmente avrà voglia di parlare e dire la verità.

Pensi che, se la tua difesa fosse stata subito indipendente rispetto a quella di Amanda, che ha coinvolto ingiustamente Patrick Lumumba, l’iter sarebbe stato diverso?
Non ho idea di quello che sarebbe stato, ma di certo l’opinione pubblica è sempre stata schierata contro di lei in modo ossessivo e compulsivo. Sicuramente, se la mia difesa avesse avuto la possibilità di badare solo a me e a nessun altro, molte questioni sarebbero state più facili da affrontare.

Stai promuovendo il tuo libro con i radicali. In futuro un impegno in politica con loro?
Sto portando il mio libro in giro e lo sto promuovendo con molte associazioni che si occupano di malagiustizia, amministrazione penitenziaria e anche tribunali. Ho sempre avuto simpatia per il Partito Radicale e le loro battaglie fin da quando ero ragazzino. Nonostante ciò, non mi sono mai occupato di politica. Quindi faccio fatica a pensare a un mio ruolo in quell’ambito. Adesso voglio solo che tutti finalmente conoscano la verità.

 

(foto di Emiliano Narcisi)

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