Proietti: aridateme gli occhi, please

Spettacolo
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A colloquio con il mattatore del teatro, che racconta di Gassman e di Fellini, di Eduardo e del Teatro Tenda e che oggi presenterà con Veltroni il suo nuovo libro: «Decamerino»

«Me verranno a vede’? M e lo chiedo ancora prima di salire sul palcoscenico, i miei amici mi prendono in giro… ma l’emozione c’è sempre, anche se sono più di 50 anni che faccio teatro». Gigi Proietti è un caso unico, su questo non c’è dubbio. Un grande uomo di spettacolo amato e innamorato a sua volta del pubblico (che conosce e ripete a memoria le sue battute), ma lui non si fa tante domande.

«Preferisco non analizzarmi, però è bello vedere la sala ogni volta così piena. Ai miei spettacoli ho visto famiglie crescere: coppie che erano fidanzate poi si sono sposate e infine hanno avuto figli. Io ho un rapporto personale con il mio pubblico. All’epoca del Teatro Tenda la gente si presentava tre ore prima dello spettacolo e poi si fermava a parlare anche dopo lo show». All’Auditorium Parco della Musica di Roma (dove è andato in scena dal 31 dicembre al 3 gennaio) Proietti ha fatto il tutto esaurito con Cavalli di battaglia. È andata talmente bene che c’è già una nuova data, quella del 3 febbraio. «E non finisce qua… – dice – Credo che ne farò altre. Per me allestire questo spettacolo è una gioia infinita, è come una botta di vitamine. Mo però per qualche giorno mi riposo. Sto nello spensiero, come direbbe Petrolini».

E nello «spensiero», tanto per non farsi mancare nulla, ecco che se ne va in giro a presentare il suo nuovo libro: Decamerino. Novelle dietro le quinte (Rizzoli). Oggi alle 18.30 sarà alla libreria Feltrinelli di via Appia Nuova 427, a Roma, con Walter Veltroni, che poi, diciamo la verità, tra i politici è quello che è andato più spesso a trovarlo in teatro. «Be’ si, ormai con Veltroni c’è un rapporto di amicizia. Si è offerto lui di presentare il libro e mi ha fatto molto piacere. La nostra amicizia risale ormai a molti anni fa, prima ancora che diventasse sindaco di Roma. Nel 2003 non ci pensò su due volte ad affidarmi il Silvano Toti Globe Theatre, che nacque dal nulla. Ci ha messo un po’, ma oggi quel teatro che sorge nel cuore di Villa Borghese è diventato un luogo molto amato dai romani, e non era scontato.

Parliamo di un teatro in cui va in scena solo Shakespeare… Certo, sarebbe bello poter pensare ad una stagione teatrale anche per i mesi invernali, ma al momento non mi sembra aria». Intanto scrive: novellacce nate dietro le quinte o rubate tra una battuta di scena e l’altra, battibecchi fra le sarte e i giovani attori, sonetti, poesie («ebbene sì – confessa – mi sento un rifugiato poetico»), versi annotati di corsa dietro una scaletta, poco prima di cambiare l’abito e riaggiustare il trucco. C’è un po’ di tutto in questo Decamerino, che mette insieme pensieri arruffati, atti unici, odori, abitudini apparentemente senza un filo logico ma buttati giù seguendo solo il filo della memoria e del sentimento. «L’idea da cui è partito il libro è molto teatrale, avrei voluto farci uno spettacolo (che avrebbe dovuto intitolarsi Cartone animato), ma sarebbe stato troppo costoso, e così ho scritto il libro, sperando che si senta risuonare la mia voce. L’idea di scrivere una storia sul mondo dei barboni mi venne all’improvviso 5 anni prima del Giubileo del 2000. Allora pensai al personaggio di Giubbileo, con due b, che ho utilizzato anche in un mio spettacolo. In questo caso lui è il pretesto della storia, il filo conduttore, come se le sue storie fossero l’appendice del libro. Il resto sono aneddoti, storielle, sonetti spesso nati in camerino».

Ecco, quello che accade sul palco lo sappiamo, perché siamo lì e possiamo vederlo tutti, ma in camerino cosa succede? «Il camerino è la dependance dell’attore, una prosecuzione della casa: riceve agli amici, ripassi le battute. Quando ero al Brancaccio non c’era un vero e proprio camerino, ne feci unire due, dove accadeva di tutto: venivano i ragazzi della scuola, raccontavo barzellette, leggevo…». Francesca De Sanctis Ma è andato sempre tutto bene nella sua carriera di attore, o ci sono stati momenti difficili? «Diciamo che ho avuto anche fortuna. Il talento da solo non basta. Certo, ci sono stati momenti difficili, soprattutto nei rapporti con i critici… ». E la più grande soddisfazione? «In teatro l’invenzione di A me gli occhi, please, grazie anche a Roberto Lerici, spartiacque della mia carriera. Nel 1976 non era pensabile fare teatro fuori dai teatri dai velluti rossi. Fu Carlo Molfese a lanciare il Teatro Tenda, in piazza Mancini. Lo spettacolo rimase in città per mesi. Da allora i Teatri Tenda hanno cominciato a sorgere ovunque. Quell’esperienza anticipò di pochi mesi l’Estate romana di Nicolini». Quanti romani sono andati a vederlo in quel Teatro Tenda… Un giorno si presentò pure il grande Eduardo De Filippo: «Eduardo non andava mai a teatro – racconta Proietti – Una sera venne a vedermi. Ho recitato per tre ore con lui seduto in prima fila… e chi se lo scorda. Dopo lo spettacolo è venuto a salutarmi è stato un incontro bello, fu molto gentile, ma non posso rivelare tutto quello che mi disse. Poi ci siamo incontrati nuovamente alla festa per i suoi 80 anni, fu una festa meravigliosa con tanti attori che recitavano sul palco, da Vittorio Gassman a Marcello Mastroianni».

A proposito di Gassman, una volta disse a Gigi che era «maniacale» riferendosi alla sua dizione. «È vero – ricorda -, ho studiato tanto dizione… ma se mi risento ora non è che mi piaccio molto». Con Vittorio c’era un bel rapporto di amicizia. «Mi manca molto Vittorio – confessa Gigi – Ecco, l’unico rimpianto che ho è quello di non aver recitato la parte di Jago nel suo Otello, me la propose ma l’occasione sfumò. Invece abbiamo lavorato insieme per un mese in America ad un film di Altman. Eravamo sempre insieme e stavamo bene, nonostante la differenza d’età». Anche Fellini andava spesso a vederlo nel Teatro Tenda. «Be’ era un ambiente che a lui piaceva molto, il circo». Col cinema invece, dice Proietti, non è mai scoppiato il grande amore. («ho fatto dei film, non ho fatto cinema»), nonostante i successi non siano mancati neppure lì, basta citare solo Febbre da cavallo, «riscoperto soprattutto negli anni successivi». Ma un desiderio Proietti ce l’ha? «È, credo, un desiderio collettivo che riguarda Roma. Il mio amore per questa città non è cambiato, è Roma ad essere diversa. Come tutti gli amanti traditi, amo ancor di più la mia donna. Vorrei però che uscisse da questa situazione poco gioiosa e non fosse più solo una città piena di problemi».

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