L’economista Ponti: “Privatizzare Ferrovie è utile anche sul piano sociale”

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Secondo l’esperto di trasporti e professore del Politecnico di Milano, Marco Ponti, è necessaria una revisione radicale della politica ferroviaria italiana

Archiviata la privatizzazione di Poste italiane, il governo avvia la pratica per le Ferrovie dello Stato. L’obiettivo è lo stesso: rendere più produttive le proprie aziende. Lo annuncia oggi il ministro dei Trasporti Graziano Delrio al termine del Consiglio dei ministri. Come nel caso di Poste Italiane, fa sapere Palazzo Chigi, il processo di parziale privatizzazione “sarà l’occasione per una riforma strutturale del trasporto pubblico e per migliorare i servizi rendendoli più efficienti”. Ne abbiamo parlato con il professor Marco Ponti, ordinario di Economia applicata del Politecnico di Milano ed esperto di trasporti.

Andare sul mercato può favorire l’attrazione di capitali e rendere l’azienda più internazionale e quindi più competitiva? Come giudica questa privatizzazione?

Lo Stato non ha risorse infinite e una razionalizzazione è necessaria. Per questo giudico la privatizzazione di Ferrovie dello Stato molto positiva. Fare cassa in questo momento può essere utile anche sul piano sociale: ogni soldo destinato alle ferrovie, infatti, è sottratto ad altri servizi sociali. Basti pensare che Ferrovie costa ai contribuenti una cifra elevatissima: 7 miliardi all’anno solo per investimenti e sussidi all’esercizio, per non parlare degli altri 4 e mezzo relativi a un fondo speciale per le pensioni. Non si può continuare su questa strada. Anche perché molte delle spese sostenute dal gruppo lasciano qualche dubbio in termini di efficienza ed efficacia. Tanti investimenti sulle nuove linee sono stati affidati molti anni fa senza gara e i costi extra per la loro realizzazione sono risultati più alti di quanto avvenuto in altri Paesi. Nel frattempo, la domanda, i costi, la logistica sono cambiati. Tutto è cambiato. Per questo ritengo molto urgente una revisione radicale della politica ferroviaria italiana. In questo senso la privatizzazione dei servizi è un primo passo molto importante.

Qual è il confronto con gli altri servizi di trasporto in Europa?

La situazione è molto variegata. In Inghilterra, ad esempio, il successo è arrivato tramite la privatizzazione non della rete, ma dei servizi ferroviari: il traffico è aumentato del 30 per cento solo grazie a quell’operazione, senza bisogno di costruire nuove linee. In Germania, per i servizi regionali sono state fatte gare molto interessanti, vinte da operatori diversi da quello nazionale: i servizi sono rimasti eccellenti e i costi sono diminuiti del 20 per cento. In Svezia ha funzionato molto bene, in Spagna invece il processo di privatizzazione ancora non è cominciato.

Vede criticità in questa operazione?

Quello che vedo meno bene è vendere in blocco il 40 per cento dei servizi anziché separarlo e vendere separatamente i singoli servizi. Il modello scelto può frenare l’innovazione e congelare la situazione attuale. Se lei fosse un privato, la prima cosa che chiederebbe prima di investire è che i sussidi dello Stato non diminuiscano e che la competizione non aumenti. È del tutto logico che un investitore chieda che tali condizioni siano mantenute. D’altra parte, invece, se fosse venduto un pezzo per volta (il servizio merci, l’alta velocità, i servizi regionali) non ci sarebbe nessun bisogno di dare garanzie ai compratori e si discuterebbe soltanto sul prezzo di vendita.

Come considera il paletto messo da Delrio sulla proprietà della rete che – assicura il ministro – dovrà rimanere pubblica?

Ritengo sia giustissimo separare i servizi dalla rete e questa privatizzazione può essere un’importante occasione per farlo. Sarebbe un primo passo per migliorare i servizi. Nella rete, poi, si possono anche introdurre elementi di competizione, ma non bisogna privatizzare l’asset. In questo senso un insegnamento arriva dall’Inghilterra: loro hanno fatto un clamoroso errore privatizzando la rete, un errore da cui sono dovuti tornare indietro.

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