Primi giochi olimpici senza Josefa Idem: “Pronta a seguire le gare in tv”

Olimpia
JOSEFA IDEM

Parla la pluripremiata canoista e ora senatrice democratica: “Favorevole ad un’Olimpiade a Roma, a patto che sia low cost”

«Nel 1984 a Los Angeles gli atleti dei Paesi dell’Est erano assenti per via del boicottaggio mentre quattro anni più tardi, alle Olimpiadi di Seul, c’erano ma nei momenti di condivisione al villaggio non parlavano con i colleghi delle altre nazioni. Al massimo qualche breve saluto, c’era un clima di diffidenza e un rigido regolamento… Ognuno poteva essere una spia… Da Barcellona ’92 in poi è cambiata l’atmosfera…».

Il racconto di Josefa Idem parte da lontano, dalla prima edizione a cui ha partecipato. Canoista di 20 anni, gareggiava per la Germania (Ovest), che stupì il mondo conquistando la medaglia di bronzo nel K2 500, poi l’amore e l’Italia.

Da quel giorno sono passati 32 anni densi e dal ’90 ha vestito i colori azzurri: altre 7 Olimpiadi con 4 medaglie (oro a Sydney 2000, argento ad Atene 2004 e Pechino 2008, bronzo ad Atlanta ’96); trentadue medaglie conquistate tra campionati mondiali ed europei; il matrimonio appunto nel ’90 con Guglielmo Guerrini (allenatore all’avanguardia); due figli (Janek e Jonas); l’esperienza politica (prima assessore allo Sport a Ravenna poi, brevemente, ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili nel governo Letta); la carica di senatrice.

Una serie di sfide affascinanti ma faticose. L’obiettivo sempre lo stesso: dare tutto per ottenere il massimo. Senza scorciatoie, senza sotterfugi. «Una volta mio figlio più piccolo lesse sulla Gazzetta dello Sport un articolo in cui si diceva che senza doparsi non si può vincere e rimase stupito… Gli dissi che non era proprio così ma che dipendeva dalle azioni di ognuno. “Vedi, a scuola puoi prendere un bel voto perché sei bravo o perché copi il compito del compagno di banco… Il risultato è identico ma la strada è diversa e, se hai studiato, qualcosa ti resta dentro… ».

Quelle di Rio saranno le prime Olimpiadi senza Josefa Idem dagli anni 80… Che sensazione prova?

«Ho lavorato in Senato fino a giovedì e ora vado in vacanza e sono pronta a seguire le gare in tv. Sono molto serena, la decisione di ritirarmi è stata molto ponderata. D’altronde l’ho fatto all’età di 48 anni… Mi sono tolta tutte le soddisfazioni e, dopo Londra, ho capito che era arrivato il momento giusto. Anche dopo Atene provai a smettere – avevo due figli piccoli – ma non era quello il momento. C’erano ancora degli stimoli e così con mio marito stilammo un programma di allenamenti per rimettermi in forma. Rimettersi in gioco fu abbastanza impegnativo ma ne è valsa la pena perché nel 2008 a Pechino ho preso l’argento e quattro anni fa a Londra sono arrivata quinta a 3 decimi da secondo dal terzo posto ».

Come si rimane competitivi fino a (quasi) 50 anni?

«Io l’ho fatto utilizzando tutti i mezzi leciti a disposizione. Grazie alla ricerca, alla tecnologia. Tutto ciò che aiuta un atleta. Dai metodi di allenamento all’alimentazione. È stato fondamentale il ruolo del mio allenatore – che è anche mio marito -, per me è stato un “direttore d’orchestra”. Il suo lavoro è stato decisivo e devo anche dire grazie alla federazione che non mi ha mai messo i bastoni tra le ruote».

Ci parli del clima che si respira alle Olimpiadi. Perché è unico?

«Perché è una manifestazione unica. Si svolge di quattro anni in quattro anni e ogni atleta capisce che è un momento importante, irripetibile o quasi. E poi perché ci sono tutti gli atleti più bravi del mondo, in tutte le discipline. Anche se io ho sempre impostato la sfida soprattutto con me stessa, facevo di tutto per non disperdere energie e per non farmi distrarre. Pensi che qualche volta non sono nemmeno andata alla cerimonia d’apertura che è una bella esperienza però molto, molto dispendiosa ».

Quindi lei avrebbe sconsigliato Federica Pellegrini di accettare il ruolo di alfiere a Rio…

«Beh, no… Non vale mica per tutti… Il nuoto è uno sport molto diverso dalla canoa… Una proposta del genere ti galvanizza. Portare la bandiera del tuo Paese dà un’emozione, un orgoglio… La gratitudine che senti di dover all’Italia ti carica, ti compensa dello sforzo che devi fare alla sfilata».

I Giochi possono essere anche una rappresentazione di fratellanza e di pace tra i popoli. Ora ce n’è ancora più bisogno…

«Certo. Nelle Olimpiadi accade che atleti che fanno parte di Paesi in guerra tra loro dopo la gara si stringano la mano. Si riconoscano nell’altro. Un abbraccio che equivale innanzitutto a una forma di rispetto. Molti governanti dovrebbero imparare dai loro atleti».

Ogni quattro anni i Giochi rappresentano anche una vetrina mondiale. Come è arrivato lo sport mondiale a Rio 2016?

«Secondo me molto male. E non solo per l’immens o scandalo-doping che ha coinvolto molte federazioni russe (ma non solo quelle… ). Dell’idea romantica di competizione, quella di De Coubertin alla fine dell’800, è rimasto ben poco… A me non piace che lo sport sia diventato un business planetario che fa arricchire pochi a discapito di molte nazioni che invece faticano. Capisco le proteste che si stanno svolgendo in Brasile. Quando i Giochi furono assegnati a Rio, il Brasile stava attraversando una fase di forte espansione economica ma ora l’effetto “boom” non c’è più…».

Mi scusi ma lei è favorevole o no alla candidatura di Roma per l’edizione dei Giochi dell’anno 2024?

«Favorevole ma a patto che si rispettino regole generali di trasparenza, risparmio e controllo delle spese. Non deve essere l’occasione per il magna magna o per l’arricchimento di qualcuno. Le faccio un esempio: deve accadere esattamente il contrario di ciò che avvenne per i Mondiali di calcio del 1990».

E cioè?

«Dobbiamo puntare tutto sul concetto di “low cost”. Vanno recuperate tutte quelle strutture che sono state create, spesso neanche utilizzate, e poi abbandonate. L’impegno deve essere quello di migliorare la vita dei cittadini, soprattutto in periferia. Secondo me non vanno costruiti nuovi impianti a meno che non ce ne sia effettivamente bisogno e, soprattutto, vanno pensate come un investimento per il futuro, perché – una volta concluse le Olimpiadi – ne possa godere per sempre l’intera collettività»

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