Pop X: “Il futuro è troppo emozionante per descriverlo in quattro righe”

Musica
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È quello che ci dice Davide Panizza, il fondatore del gruppo, in un’ intervista che a tutti gli effetti si può considerare “la prosecuzione della musica dei Pop X con altri mezzi”

“Gruppo musicale e collettivo artistico formatosi a Trento nel 2003″; dietro la definizione più formale che potrete trovare in rete si nasconde una delle novità più chiacchierate del sottobosco musicale italiano: Pop X. Lesbianitj è il loro primo vero album, arrivato dopo circa undici anni di attività durante i quali, tra singoli, video, best of e manifestazioni sonore e visive più o meno strutturate, la band non aveva ancora dato alle stampe un vero e proprio disco di inediti.
E questa non linearità di approccio riflette pienamente il contenuto della loro musica; raccontare Pop X, infatti, non è facilissimo. A un primo livello si tratta di electopop con testi apparentemente surreali, ma inoltrandosi nell’ascolto si intuisce una spiccata attitudine nel mischiare le carte in tavola, una coesistenza di piani narrativi, l’apertura verso un mondo che ha una sua allucinata coerenza interna. Allo stesso tempo le canzoni di Lesbianitj spiccano per una notevole attitudine melodica, che rende alcuni brani apiccicosissimi; potenziali hit, se non fosse per le liriche, spesso quanto di meno radiofonico si può ascoltare in giro: “Nel cielo splende l’aeronautica nel cuore ho l’ano di una bambola”, recita l’incipit di Mister V, che apre il disco.

Abbiamo cercato di sintonizzare i nostri sforzi di comprensione sulle frequenze mentali di Davide Panizza, il fondatore del gruppo, nella speranza di cavare fuori qualcosa che gettasse ulteriore luce sulla musica e sul mondo di Pop X; una realtà che polarizza le opinioni: tra chi li reputa la forma più sorprendente del pop nostrano, e chi li declassa a meri produttori di insensate filastrocche digitali.
La fedele testimonianza (una trascrizione letterale) di ciò che ne è venuto fuori, sotto forma di botta e risposta, la trovate qui sotto; parafrasando una citazione famosa: un’intervista che è “la continuazione della loro musica con altri mezzi”.

Soffermandosi un po’ sulle liriche del disco, viene fuori una prospettiva straniante, quasi un pensiero magico, caratterizzato (spesso) dall’inversione dei nessi causali. Da dove viene questa necessità di paradosso?
Dallo studio meticoloso delle sconvolgenti tragedie che hanno ribaltato il già desueto destino della cittadina di Rostov sul finire degli anni ’80 del Novecento, disgrazie perpetrate dallo scrittore di gialli del terrone Andrej Cikatilo, mostro della Firenze baltica amico di merenda del sindaco di Cavedago.

C’è anche molto sesso nei testi. In un’interessante recensione del vostro album, si parla di un rovesciamento della prospettiva freudiana per cui tutte le manifestazioni della realtà avrebbero origini sessuali; questa lettura mette in evidenza come spesso voi giochiate a far diventare il sesso il termine ultimo in direzione del quale verte tutta la realtà. Perché?
Perchè siamo affetti da disturbi della personalitè.

È per questo, quindi, che tornate spesso al sesso nelle vostre liriche?
Perchè siamo malati. Soffriamo di intimacy disorder.

Siete divisivi; chi non vi sopporta, oltre a detestarvi musicalmente si offende perché usate troppo la parola “froci”; vocabolo che è uno snodo fondamentale in almeno un paio di canzoni: come va contestualizzato tutto ciò nella vostra poetica?
Chi si offende è cieco, questa parola è importante poiché siamo stati malati di omosessualità ora guariti da Don Gino Flaim attraverso un percorso di recupero della nostra persona che verte sul bisogno di affetto reciproco.

Altri leggono nelle vostre liriche una specie di riscatto dalla condizione depressiva di una contemporaneità grigia, oppure uno sfogo. Non leggete nella musica pop (soprattutto indipendente) spesso una accettazione acritica della propria condizione?
Sì e vorremmo che i carabinieri intervenissero per perpetrare il loro potere contro questo pensiero medievale.

A livello musicale mi pare di sentire un’influenza mitteleuropea. Vi piacciono i Kraftwerk? Cosa mi dite delle vostre ispirazioni musicali?
I Kraftwerk non mi sono mai piaciuti per via della loro testa pelata, in questo istante sto ascoltando Cœur déjà pris di Alizeè, altre ispirazioni arrivano dall’ascolto dei brani prodotti da David Costa un compositore di musica sacra residente a Trento Nord.

Una bella inchiesta di Edoardo Camurri mette in risalto il modo in cui avete a che fare con la coincidenza degli opposti: come se riusciste a mostrare la coappartenenza di bene e male, brutto e bello nei vostri brani. In questo senso, è giusto dire che c’è un fondo abissale nelle vostre canzoni?
No, non è giusto è sbagliato.

Quindi la tristezza che spesso affiora in sottofondo dipende da altro?
Dipende dal fatto che soffriamo di depressione maniacale, spesso ci ritroviamo a vagare nella notte per le praterie Ucraine in cerca di cibo affamati come cagne randage, ci ritroviamo nei boschi di Trans in cerca di grotte dove soffocarci con arbusti e patate.

Si dice che il vostro collettivo sia unito da un legame profondo, un modo molto “libero” di stare insieme e creare, tra di voi, una piccola comunità. Vi andrebbe di approfondire un po’ questo aspetto? Che senso ha per voi il concetto di comunità?
Certo, con Walter (Biondani n.d.r.), il ragazzo con cui tutto è iniziato molti anni fa, sognavamo comunità di persone che vivevano ad alta quota, immaginavamo di poter vivere spostandoci a piedi da una casa all’altra in luoghi senza auto in cui avrebbe regnato la miseria, pur non non avendo mai davvero letto nulla su fra dolcino il suo errare in comunità mi ha sempre affascinato se non sbaglio se ne andava in giro con margherita da Trento una strega di Sopramonte. Penso che vivere in comunità sia stupendo, quando ci muoviamo siamo una micro società con regole dettate dall’abuso di superalcolici, siamo una società che può esistere solo se c’è un conducente sobrio altrimenti moriremmo uno ad uno falciati dal freddo, dalla fame o dal disordine interiore.

Perché arrivate così tardi a quello che è, a tutti gli effetti il vostro primo album ufficiale?
Per questioni legate al fatto che non abbiamo mai avuto l’occasione di pubblicarne uno, nessuno c’ha mai chiesto di pubblicarne tranne Mirko Bertuccioli (musicista del duo I Camillas) col quale abbiamo pubblicato il best of.

Nella vostra estetica, sia visiva che sonora, c’è una predominante “plasticosa”, un digitale a bassa risoluzione mischiato alla rappresentazione di scenari futuristici “cheap”, che vi è spesso valsa l’etichetta di alfieri del pop italiano del futuro.  Come avete elaborato questo immaginario?
Il futuro è troppo emozionante da descrivere in quatto righe, comunque diventeremo sempre più poveri e quindi bisogna prepararsi a vivere di stenti, in comunità, cibarsi di copertoni bruciati, ecc ecc chiunque cerchi sedentarietà, sicurezza, ricchezza, possesso, amore vivrà nell’imbarazzo, sarà un bel futuro per chi saprà cibarsi di fagioli, per chi andrà incontro alla morte serenamente e in qualità di carbonio evoluto saprà gettarsi alle origini del cosmo, ai confini dell’universo.

Con quest’ultima domanda faccio un po’ di autocritica: hai notato una forma di sovrainterpetazione nell’accostarsi, da parte della stampa, alla vostra musica?
No, ho notato più che altro ripetitività e conformismo nella formulazione delle domande.

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