“Poco credibile chi parla di rischi per la democrazia”, parla Giovanni Orsina

Referendum
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Intervista al politologo studioso di Forza Italia

Giovanni Orsina, professore di Storia Contemporanea alla Luiss di Roma, manca un mese e mezzo e la campagna referendaria si sta arroventando. Lei come vede gli schieramenti in campo? Dibattito nel merito o governo contro tutti?
«È sempre accaduto in tutti i referendum: hanno inevitabilmente una componente tecnica, ma con l’avvicinarsi del voto si politicizzano. Nel 2005 è successo con la consultazione sulla fecondazione assistita. All’inizio si discuteva nel merito anche in modo trasversale, poi le cose cambiarono. L’Italia è così: negli ultimi anni è diventato un Paese anti-politico, ma resta iper-politico».

Fini, D’Alema, Civati, Gasparri, Bersani, Fedriga, Cirino Pomicino, Landini. La pensano nello stesso modo?
«Stiamo evidentemente assistendo alla trasformazione del referendum in pro o contro Renzi. I Cinquestelle lo sono stati dall’inizio,Berlusconi loè diventato dopo l’elezione di Mattarella al Quirinale. Nel caso della minoranza Pd non è sempre stato chiaro, ma al dunque, anche per quelli che hanno votato la riforma in Parlamento, l’esito è dire No a Renzi».

Dalla sinistra Dem le risponderebbero che il problema risiede nel combinato disposto con l’Italicum.
«Alla fine, in quanti della minoranza Pd non hanno votato la fiducia al governo sulla legge elettorale? È questo che mi lascia perplesso: se è una questione di difesa della democrazia viene prima di ogni altra considerazione. Se il combinato disposto è così pericoloso, allora fai cadere il governo».

Perché, secondo lei, la sinistra Pd ha cambiato idea? Perché il premier si è indebolito?
«Anche, ma soprattutto perché siamo arrivati a una stretta. La politica si fa giorno per giorno, e loro pensavano che l’Italicum potesse cambiare o di poter acquistare maggiore spazio di movimento».

Non le sembra una spiegazione riduttiva?
«Da storico, mi sono chiesto: perché Renzi è diventato segretario del Pd nel 2013? Per fermare il Movimento Cinquestelle. Il motivo per cui il partito lo ha scelto è stato risolvere il problema Grillo. Serviva un leader giovane, di stile populista – e non lo intendo in senso negativo – dinamico e vitale. Eppure, nonostante il disastro a Roma, i grillini sono ancora qui. Renzi è eccentrico rispetto alla cultura dei Bersani e dei Cuperlo: è stato accettato per togliere loro le castagne dal fuoco, se non ci riesce non hanno motivo di sopportarne la diversità».

E a destra? Conosciamo la storia del No di Berlusconi, ma gli altri?
«Tattica politica. È ovvio che a destra identificano il premier come un elemento negativo intorno a cui identificarsi».

Renzi come collante del centrodestra?
«Come lo è stato Berlusconi per la sinistra per vent’anni. Basta guardare Stefano Parisi: come aspirante federatore della destra, alla fine ha dovuto adeguarsi al No. Per coerenza storica il centrodestra dovrebbe votare la riforma: ha tanti difetti, ma nella sostanza assomiglia molto ai discorsi che Berlusconi ha sempre fatto».

È vero che il referendum si vince a destra?
«Ma certo. L’elettorato grillino non si recupera, ma quello berlusconiano può staccarsi da quello leghista. Lì c’è una parte importante che voterebbe la riforma ma non ha Renzi in grande simpatia: vedremo quale dei due sentimenti prevarrà. È chiaro però che quello è il luogo dove puoi conquistare la base, metterla contro la propria classe politica, e il premier lo ha capito benissimo».

Come finirà il 4 dicembre?
«Vedo soffiare un vento per il No, fatto di dispetto e del tentativo di sfogare frustrazioni. Contro chi tiro le freccette oggi? Non che D’Alema e Berlusconi siano meno antipatici di Renzi, ma hanno meno visibilità. Sono meno importanti sullo scenario».

Lei come voterà?
«Trovo molto difficile che, in caso di vittoria del No, non ci sia una deriva proporzionalista. E io, nella vita, proporzionalista non lo sono mai stato».

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