“Ecco qual è il vero banco di prova dell’antimafia”. Parla Monsignor Bregantini

Legalità
bregantini

L’ex vescovo di Locri: “Il primo messaggio della mafia è culturale, ecco perché teme Libera”

Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso Bojano dal 2007, per tredici anni ha retto la diocesi di Locri, dal cui pulpito nel 2006 fece scalpore con la proclamazione della scomunica «per chi spara e uccide». Autore del libro “Non possiamo tacere”, vescovo tra la gente, è uno dei volti più noti dell’impegno anti-mafia.

Eccellenza, che messaggio e che obiettivi vede nelle scritte comparse a Locri?

«È molto triste quello che è avvenuto, perché la mafia è sempre insidiosa, è sibillina, tagliente e approfitta di ogni occasione per mandare i suoi messaggi, che sono soprattutto di natura culturale. Poi dal punto di vista concreto attacca nella sparatoria, o in altri atti vandalici, ma il primo gesto è sempre culturale. Ecco perché la forza di don Ciotti è avere difeso la realtà civile, e quindi anche quella sociale, partendo dalla lotta culturale, religiosa contro il Male. Perciò queste scritte fanno ancora più male, e due volte fa male quella contro la residenza del vescovo, perché in quella terra la Chiesa da sempre e specialmente negli ultimi decenni si è schierata contro la ’ndrangheta, in maniera esplicita e anche coraggiosa. È diventata un baluardo, insieme alla magistratura e ai Comuni, c’è un fronte comune di alleanze e di coraggioso diniego al Male, in difesa del Bene».

«Più lavoro meno sbirri», hanno scritto. Il lavoro è una delle poste in gioco nella guerra contro lo Stato?

«Il dolore più grande è proprio questo, che hanno travisato il messaggio: il lavoro resta la vera pedina, il vero banco di prova della realtà specifica dell’antimafia. Più riusciamo a dare lavoro ai giovani, più li libereremo dall’insidia della Piovra e della mafia. Quanto successo allora diventa una sfida a una realtà sociale, perché non manchi mai di puntare sul lavoro. Perché questo, appunto, è il vero nodo. La ’ndrangheta non è più l’ammortizzatore sociale di certi territori. Qualche anno fa poteva essere vero, ora non lo è più per nessuno, la gente sa benissimo che non dà lavoro. Davanti a questa sfida, allora, occorre valorizzare tutto quello che di positivo c’è in questi territori. Faccio l’esempio dell’esperienza che facemmo, e che ancora cammina molto bene dopo più di vent’anni, di raccordo con il Trentino per la distribuzione dei lamponi della Locride: funzionò e funziona egregiamente perché c’è reciprocità, quella regione ci ha insegnato che i piccoli frutti maturati qui sono di grande valore. Questa è la logica, promuovere tutto quello che è vita in queste nostre terre, la logica della positività, dello sviluppo e della crescita. Questo è il nostro messaggio: non uno contro l’altro, o uno senza l’altro ma insieme, per il bene di tutti».

E allora, per la sua esperienza: oggi la Locride non crede più al messaggio mafioso, qualcosa è cambiato?

«Purtroppo non molto in modo specifico sul piano economico, ma è cambiato sul piano culturale, spirituale e religioso. Questa è la grande svolta di questi anni. E il cambiamento culturale io credo produrrà anche quello a livello economico. Un punto nodale si gioca anche a livello europeo: si tratta di fare in modo che i territori del Sud non siano visti come un’appendice, ma con la certezza che sviluppando il Sud anche il Nord cresce. Un messaggio che Paolo VI lanciò già cinquant’anni fa con l’enciclica del 26 marzo del 1967: sviluppiamo il Sud e anche il Nord sarà più sereno. Se avessimo creduto in questo concetto oggi non avremmo i barconi di migranti… In piccolo, il rapporto tra Nord e Sud d’Italia è identico a quello tra Europa e Africa, gli errori fatti qui sono fatti là, e viceversa».

Se questa è la direzione, di cosa ha bisogno oggi il Sud per liberarsi dalla piaga delle mafie, cosa deve portare qui lo Stato?

«Di imprenditori e di realtà finanziarie più vicine, di più raccordi Nord-Sud intelligenti e strategici, di consapevolezza che l’economia come investimento coraggioso è un dono: ripeto, se il Sud si ripulisce anche il Nord è più sereno. Dunque forse non servono più forze dell’ordine ma più scuole e dignità per i giovani, da accompagnare nel mondo del lavoro e da sostenere finanziariamente. Questo è il futuro».

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli