Pinotti: “Ora svolta per la Libia. Soluzione in settimana”

Dal giornale
Il ministro della Difesa Roberta Pinotti durante il convegno "Italiani alla guerra" organizzato dalla Fondazione Donat-Cattin presso il Palazzo della Provincia, Torino, 9 Maggio 2015 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Il ministro della Difesa Roberta Pinotti: «L’Italia potrebbe guidare la missione. Ue e Onu hanno capito l’urgenza di una strategia»

I report arrivano un’ora dopo l’altra, soprattutto di mattina: 4.400 salvati sabato nel canale di Sicilia, tre salvataggi durante la mattinata, ottomila profughi arrivati in Serbia dai confini con la Macedonia, la piccola Macedonia che «non è in Europa ma chiede aiuto all’Europa perché non regge l’urto degli arrivi dalla Grecia», la stessa Grecia che registra l’arrivo di ventimila profughi in una settimana.

«I numeri – dice il ministro della Difesa Roberta Pinotti – non bastano più per raccontare un esodo biblico che ormai accende situazioni di crisi oltre il Mediterraneo, sui confini di terra dei paesi dell’est, in Francia, Inghilterra e nella stessa Germania». Inutile ricordare che «era tutto previsto, da oltre un anno» e sottolineare che «l’Europa è stata lentissima nel rendersi conto del fenomeno». Ora tutti gli sforzi devono essere concentrati sulla Libia.

«In settimana dovrebbe essere chiuso l’accordo raggiunto dal commissario Bernardino Leon con tribù, municipalità e governi libici». Ministro, che dimensioni può assumere il fenomeno delle partenze? «Informazioni in nostro possesso già dallo scorso anno ci dicevano che la situazione avrebbe potuto deflagrare per via di centinaia di migliaia di persone pronte a partire dall’Africa e dal medio oriente. Purtroppo le nostre informazioni erano corrette. Ricordo ancora stupefatta il vertice Nato di Newport, a settembre del 2014, quando tutti dossier sul tavolo trattavano le crisi Ucraina-Russia e nessuno si curava del fronte sud, della crisi libica e della potenziale bomba immigrazione. Fummo noi italiani sostenuti dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo a metterli all’ordine del giorno. A pretendere che venissero trattata ad ogni riunione anche in parallelo all’emergenza terrorismo»

Sono quindi collegati? «Nel senso che chi fugge, fugge soprattutto dalle violenze e dalle persecuzioni dello stato islamico. Se bisogna trovare un dato – passatemi il termine – positivo in queste settimane è che sento i colleghi ministri francesi, tedeschi, inglesi lanciare allarmi esattamente come noi lo facevano lo scorso anno. L’aumento della consapevolezza nei altri paesi europei ha i suoi vantaggi». Ad esempio nelle trattative sulla Libia per evitare che diventi un nuova Somalia? «La Libia è centrale per fermare le partenze. E lo è anche in funzione anti-Isis, anti terrorismo. Siamo obbligati a partire da qui. Ora, dopo oltre un anno di tentativi, il commissario delle Nazioni Unite Bernardino Leon è alle prese con l’ultimo miglio di una maratona tanto pesante quanto decisiva per gli equilibri dell’Occidente».

 

Ministro, lei corre la maratona e sa che l’ultimo miglio può essere il più difficile. «Leon ha fatto un gran lavoro di mediazione e ricucitura tra governi e tribù. Il terrorismo islamista è anche per loro un forte rischio visto quello che sta succendo a Sirte mentre Derna è sotto il controllo di organizzazioni affiliate all’Isis e Tripoli subisce attentati. A luglio a Skhirat, in Marocco, è stato firmato l’Accordo di pace e riconciliazione con il governo di Tobruk, riconosciuto dall’Occidente, e le municipalità di Zintan e Misurata. Manca il GNC, il parlamento di Tripoli. Ma siamo convinti che l’ultimo miglio è alla portata del commissario Leon».

Anche con un intervento armato?. «C’è un po’ di confusione nel lessico. La proposta dell’inviato Leon prevede un assetto istituzionale e di governo che rappresenti tutte le sensibilità libiche. L’Onu, in accordo con la Libia, potrà valutare la creazione di una cornice di sicurezza come già avvenne in Libano. Nulla a che vedere, quindi, con quanto è successo nel 2011». La missione potrebbe essere a guida italiana? «L’Italia è particolarmente legata alla Libia per storia, cultura ed interessi economici. È ovviamente naturale con l’accordo di tutti i paesi, pensare all’Italia come guida».

È all’esame del Parlamento una norma che attribuisce a palazzo Chigi il potere di assegnare garanzie funzionali da 007 ai nostri corpi militari speciali in misisone all’estero e senza passare dall’ok della Difesa. Non lo trova un po’ rischiosa?

«No, assolutamente. Viene normato un fatto già possibile adesso. Ogni missione, anche quelle specifiche, riservate, effettuate dai nostri militari, sono concordate con lo Stato Maggiore della Difesa».

L’ultima di Salvini propone di utilizzare la piattaforme dell’Eni per trattenere profughi e migranti raccolti in mare. «Le nostre piattaforme sono in acque territoriali libiche. Ogni uso diverso deve essere autorizzato e concordato con le autorità libiche. Salvini non sa cosa dice». «Fanfaronate da osteria» e «politica harem di cooptati e furbi» come dice monsignor Galantino? «La politica è la soluzione, generalizzare è sbagliato anche se è giusto lanciare l’allarme. Non c’è dubbio che ascoltiamo troppe dichiarazioni in cerca di un consenso facile, basate solo su egoismi e populismi. Così non si va da nessuna parte. Queste lunga estate insegna, e non solo agli italiani, che certi fenomeni non possono essere fermati e devono essere gestiti evitando approcci burocratici».

Si riferisce all’Europa e alle Nazioni Unite, campioni di lentezza? «La lentezza dipende dalla volontà politica degli stati. Che ora, finalmente, hanno aperto gli occhi. Detto questo occorre mettere da parte l’approccio burocratico e avere una visione strategica di sistema scandita in tre tempi. Nel lungo periodo è necessario creare là, nei paesi di partenza, le condizioni di un migliore sviluppo e nelle legge di Stabilità ci saranno per questo nuovi fondi per la cooperazione. Nel medio periodo è necessario gestire i conflitti in atto in Medioriente e in Africa e condividere pienamente una strategia con la Turchia e con i paesi moderati arabi come Arabia Aaudita e Qatar. Nell’immediato dobbiamo garantire soccorso e accoglienza. Ben vengano i campi in Niger e ovunque sarà possibile aprirli per smistare i profughi, gli aventi diritto all’asilo dai migranti economici e convincere chi non ha diritto a tornare a casa. Le bacchette magiche non esistono. I miracoli neppure».

Intanto potremmo ufficilizzare la distruzione delle imbarcazioni dei trafficanti? «La missione Euranavformed a cui partecipano 21 paesi ha concluso la Fase1, quella della raccolta di informazioni. La Fase 2 prevede la possibilità di requisire le imbarcazioni in acque internazionali dopo aver messo in sicurezza le persone. La Fase 3 prevede lo stesso intervento in acque libiche ma serve il via libera delle Nazioni Unite. Per ora stiamo affondando natanti che sono di intralcio alla navigazione come previsto dai trattati internazionali».

Il presidente Mattarella vede in questo terrorismo «i germi della Terza Guerra Mondiale». Parole troppo forti? «Parole necessarie. Mettiamo in fila i fatti solo delle ultime settimane: cinquemila bambine schiave del sesso, l’archeologo Asaad decapitato e mostrato, Palmira luogo di esecuzioni sommarie invece che di cultura. Tutto questo è la negazione di ogni diritto, libertà e conquista dell’umanità. Bisogna esserne consapevoli e non assuefarsi mai a ciò che vediamo».

Vedi anche

Altri articoli