“La voce è il vettore dell’esperienza più vicino all’inconscio”, conversazione con Laura Pigozzi

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La psicanalista e insegnante di canto nel suo libro “A Nuda voce – Vocalità, Inconscio, Sessualità” si è concentrata sugli aspetti visivi dell’ esperienza, ponendo solo il problema della voce e del suono

“La voce è il vettore dell’esperienza più vicino all’inconscio. La sua melodia ci canta, dice qualcosa di noi, delle nostre provenienze, dei bagni sonori in cui fin dall’origine siamo stati immersi e dei flussi vocali che ci hanno allattato, così come rivela gioie ricevute e sofferenze patite. La vita psichica soggettiva lascia sedimentazioni sul timbro, sulla pasta, sul tessuto, sulla materia stessa della voce, rendendola inconfondibile e unica. Per questo, come il corpo, non mente,nemmeno quando le parole lo vorrebbero”.

E’ Laura Pigozzi, milanese, psicanalista ed insegnante di canto, ad affermarlo nel suo libro, pubblicato di recente da Poiesis Editrice, intitolato: “A Nuda voce – Vocalità, Inconscio, Sessualità”.
Duecentotrenta pagine che la professionista ha voluto scrivere per completare lo studio di Jacques Lacan il quale, come Sigmund Freud, nei suoi studi si era concentrato sugli aspetti visivi dell’esperienza, ponendo solo il problema della voce e del suono – peraltro senza svilupparlo- e  lasciando solo intravedere gli sbocchi di un’analisi uditiva.

“Eppure – dice Laura – la voce è vita. Ascoltare la voce permette, per esempio, di individuare una stretta parentela tra vocalità, godimento femminile, estasi mistica, e la cosiddetta pulsione invocante, scoperta da Lacan e che potremmo definire come qualcosa che nasce fin dal primo grido del neonato. Una pulsione rivolta a un Altro. Chi riflette sul canto, per esempio, può vedere il legame che c’è tra laringe e zona genitale. L’antico nome delle corde vocali era infatti labbra vocali e la loro forma anatomica ricorda quella della vagina, un’osservazione che dà un valore anche anatomico alla relazione tra il suono che si espande nel corpo come un’onda concentrica e il godimento femminile. Non solo. La voce è memoria, corpo della parola. La sua musica conserva le tracce della nostra storia che, a partire dal soffio iniziale, ne ha formato la trama, il timbro, il colore. La voce, dunque, come sessuale, o reale della parola. Rispetto a essa la voce, in quanto suono, è il suo eccesso libidico, il suo erotismo, il suo godimento. Per questo la voce rivela anche quando non vuole e la menzogna le è preclusa”.

In particolari occasioni, la voce è veicolo privilegiato di un risveglio difficile,per esempio, nei pazienti in coma.  Ascoltare la voce permette di cogliere aspetti inediti sia nel legame primario tra madre e bambino sia nell’instaurazione della voce del padre. Una voce è l’insieme bilanciato della melodia materna e del ritmo paterno. Quando la melodia è senza ritmo diventa cantilenante. Al contrario, una troppo ritmica diventa assertiva e senza colore.

E le voci primitive condizionano la nostra esistenza. “Il linguaggio privato tra madre e bambino, il mammanese– aggiunge la psicanalista- ha il compito di aiutare il bambino a saperci fare col suo primo gioco che è la voce. Quando la mamma si assenta, necessariamente il bambino rende presente la sua assenza, giocando con la voce. La voce della madre, inoltre, può essere rassicurante, ma anche perturbante e quella paterna, che attiva la lingua sociale del bambini, può essere una voce di sostegno all’evoluzione del piccolo, ma anche aggressiva per quella ricchezza di bassi e ritmica[CF1]  tipica delle voci maschili”.
Caratteristica  della voce è l’ambivalenza. Il suo timbro e il suo ritmo sono il marchio della nostra identità, ma una volta che si stacca da noi, la voce diventa estranea. Pensiamo a quando non riconosciamo la nostra voce registrata.
La voce, all’origine della nostra soggettività, e che ha ispirato scrittori comePirandello, Hoffmann, Kafka o pittori come Kandinsky, secondo la psicanalista, è implicata anche nell’amore. Nella famosa scena shakespearinadel balcone, che si svolge al buio, Giulietta riconosce Romeo esclusivamente dalla voce. Una voce, una su tante e proprio quella, ci può catturare in modo irrimediabile.
Ed è quella che definisci il timbro blu, riprendendo la note bleue di Chopin, per indicare la voce, quella sola, che ci ammalia. Ma di cosa si tratta e come nasce?

Il film la Nota blu, di Andrzej Zulawsky racconta delle serate nella casa di George Sand a Nohant-Vic, nell’estate del 1846, nelle quali si era raccolto un gruppo di amici artisti. Tra questi il pittore Delacroix e Chopin, amante della Sand. Una di quelle sere Chopin suona alla luce delle candele e crea un’atmosfera ispirata e di rapimento. Improvvisamente nella sospensione di un silenzio, la musica incontra una nota che il pittore Delacroix definì, in una lettera all’amico musicista, la nota blu. Una nota che, pieno di speranza, l’ascoltatore aspetta, quasi come si aspetta un amore. E’ una nota sospesa, e che dal punto di vista musicale è costruita sull’intervallo do-sol bemolle al posto di quello armonico do-sol. E’ un intervallo che introduce un’interrogazione, un mistero. Il timbro blu, infatti, evoca, ma non è mai nella presa. Ha il valore di una riedizione inconscia. Come l’amore.

Tornando al timbro blu – (e blu perché è conosciuto e misterioso, familiare e perturbante, è il colore del giorno e della notte, ed è qualcosa che ci riguarda, parla a noi e di noi) – puoi indicarci tra le cantanti quella che ce l’ha?

Il timbro blu è quello di Billie Holiday in Lady in Satin, il disco inciso nel ’59, poche settimane prima di morire e che amò più di tutti. E’ la summa del portento fragile che è stata la sua voce e come ogni voce, la sua vita. Una voce che molti non riescono ad ascoltare. Piena di spasmi del corpo e distorsioni dell’anima, impossibile da idealizzare, dà le vertigini. Una voce che è dovuta passare per l’abisso, ma in cui chiara è l’elaborazione del dolore. Fa pensare al timbro della Callas, ambivalente, contrapposto a quella della Tebaldi, solare. La Callas è un po’ la Holiday della lirica. Per comprendere la differenza tra le due voci, ascoltate My man’s left me cantata dalla Holiday e da Ella Fitzgerald. Un giorno il chitarrista Tony Scott disse che quando la canta la Fitzgerald pensi che il suo uomo sia sceso per strada a comprare una pagnotta o roba del genere. Ma se è Billie a cantarla, quel tizio lo vedi allontanarsi sulla strada. Ha fatto le valigie e non tornerà più”.

Nella parte finale del libro, rifletti sulla voce delle Sirene che ad Ulisse non promettono un sapere lontano, magico, esoterico.  Che tipo di messaggio trasmettono, come viene interpretato e, soprattutto, chi potrebbe diventare la nostra Sirena?

Cerco di spiegare che Ulisse è catturato non solo dalla voce delle Sirene, ma dal fatto che la loro voce gli racconta la sua storia, in un modo diverso. La voce delle Sirene parla di lui, ma in un altro modo. Un po’ come un paziente in analisi racconta la sua storia, ma in un modo mai raccontato, e mai udito prima. Si tratta di un tipo di sapere analogo a quello che il soggetto scopre quando è innamorato, quando ciò che intimamente lo riguarda si rimette in gioco e in movimento verso l’Altro. Il transfert come l’amore. In quel momento il timbro blu e le Sirene non sono distanti. In un certo senso entrambi hanno qualcosa che chiama il soggetto a se stesso, entrambi lo accostano a una sua verità. Tra l’altro uno dei nomi delle Sirene è appunto, Ciana, cioè blu. Le sirene rivelano al paziente, così come il timbro blu in amore, ciò che spesso non si vorrebbe sapere. Il transfert come l’amore marca la nostra voce.  Senza la voce che nasce da un transfert amoroso non ci sarebbe alcun racconto, alcuna vita. Chi ama ha spesso la necessità, a volte l’urgenza di dar voce al suo amore. Alla sua verità. La voce è per questo nuda.

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