Pier Paolo Pasolini, lo Yemen e la felicità dell’uomo arabo

Pasolini
Nell'immagine distribuita dall'ufficio stampa il 14 aprile 2014 Pier Paolo Pasolini sul set di Accattone. La foto è esposta all'interno della mostra 'Pasolini-Roma' a palazzo delle Esposizioni fino al 20 luglio 2014.
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Conversazione con Alì S. al Gamrah, intellettuale yemenita. Nel 1971 lo scrittore friuliano filmò le “Mura di Sana’a” e scrisse all’Unesco. Poi girò “Il fiore delle Mille e una notte”

Sana’a, prima del delirio sanguinario di questi giorni… Il dottor Alì al Gamrah ci invitò a sdraiarci con lui nel mafraj che è il cuore della casa. «Che cos’è la felicità per l’uomo arabo? La felicità per l’uomo arabo è la sua casa». Anche, in tutta evidenza, questa casa nel cuore di Sana’a che è il cuore dello Yemen. «O uomo, non potrai fare a meno di sdraiarti e di dimenticare i tuoi timori e la paura della morte». Il dottor Ali S. al Gamrah è un grande intellettuale yemenita, Yemen del nord. Da non confondersi con omonimi dediti a tutt’altro. Prima di chiedergli di Pasolini azzardo una domanda sul rapporto tra la cultura occidentale e quella orientale, accenno a quel viaggio del primo italiano che capitò da queste parti: il nipotino di Manzoni, quello dei Promessi Sposi, sfidandolo un poco su quanto ne sapesse delle cose occidentali. «Io credo che molti studiosi, letterati, cineasti venuti qua nello Yemen e in altre parti della Penisola Araba hanno contribuito a svegliare e ritrovare molti punti importanti nella nostra antica e media storia, hanno potuto scoprire molti tesori del sapere che poi hanno studiato e divulgato. Personalmente – continuò Alì al Gamrah come scusandosi – ritengo che vi siano ancora molte tracce ed elementi che dovrebbero costituire filoni di profondo dialogo civile e storico tra l’Oriente e l’Occidente, ossia un dialogo integrativo e se vogliamo un compromesso umano tra le due parti».

Perché compromesso?
«Noi abbiamo bisogno dell’Occidente nel campo della tecnica e della tecnologia, in quello delle scienze. L’Occidente ha bisogno della spiritualità e dei tesori morali, di quell’equilibrio che si può apprendere da molti valori radicati nella storia». E fu allora che profittando di una breccia (quasi offertami) deviai come per caso (avevo tutte le ragioni per immaginare che al nome Pasolini Alì al Gamrah si sarebbe chiuso come un’ostrica) con la domanda:

Che ne pensa del film di Pasolini «Il fiore delle Mille e una Notte»?
Alì al Gamrah, l’intelletuale che ha studiato a Cambridge e si fregia di un doppio master ad Harvard, mi guarda fisso, un filino di ironia tutta da uomo arabo che pensa: «ecco che cosa vuoi tu da me». Ma fu impeccabile nel dissimularlo mentre masticava una certa erba, il cat, che distoglie dalla fame e genera pensieri positivi. «Partirei non da un giudizio sul film bensì da una constatazione: Mille e una notte è un romanzo quasi enciclopedico, un’opera in cui vi sono le bellezze della poesia araba di grande valore. Pasolini ha amato Mille e una notte forse perché vi trovava quel fiabesco diciamo sociale, quei quadri di genere disegnati sulla vita dei califfi nei palazzi o dalla bellezza di molti gesti e frasi. Io non difendo Pasolini ma dò una giustificazione filosofica dei motivi che l’hanno indotto a fare il film e dico che egli ha capito tutto quello che ha capito filosoficamente Rimbaud nell’epopea coranica e nell’epopea di Mille e una notte. Il film di Pasolini è un’opera di varie dimensioni; ricca di varietà, di immaginazione, di arte». Alì al Gamrah per dare il senso di ciò che colpì Pasolini, il mistero per il quale Sana’a è una città unica al mondo, con le sue case di mille anni alte come torri ma costruite di terra e acqua, fango rappreso (gli elementi primigeni qui solidificano per un misterioso processo chimico) spiega perché tutto questo non poteva non essere tradotto, raccontato a quel modo da Pasolini: «Come in un racconto salace di al Baghdadi» disse.
Il mafraj dove si conversa sdraiati, si beve il the interrompendo il dialogo con pause pensose di silenzio credo suggerisse ad al Gamrah con una certa fierezza riflessioni così: «Il silenzio senza del quale non vi è pensiero, non vi è la gioia della concentrazione. Qui in queste nostre eccezionali (sic) abitazioni quando scendeva con la notte il silenzio Pasolini ha concentrato la sua immaginazione sul contenuto specifico dell’opera, ha elaborato cioè la costruzione romanzesca dell’opera in quanto epopea e tutti quei suoi significati che possono essere tradotti nella realtà oppure in un magico mito. Le mille e una notte permette innumerevoli letture, visioni diverse: riprenderla o riprodurla per il cinema o il teatro o la pittura comporta in sé una interpretazione delle cose e la scelta variegata di molte dimensioni: ciò che esalta la fantasia dell’arti sta, dello scrittore o del cineasta per un testo che lo affascina».

«Prima di tutto questo, di quel momento speciale in cui la suggestione letteraria ingenera pulsioni altrettanto creative e diventa cinema, Pasolini girò quel documentario per l’Unesco, l’atto d’amore per Sanaa invocandone la tutela del mondo…».
«Atto d’amore» – acconsente Alì al Gamrah e ricorre ad un tema razionale apparente a confronto con l’inevitabile ma speciale pittoresco. «Sana’a è una filosofia del vivere, unica in tutto l’immenso mondo arabo. Perché qui l’acqua è rara, piove solo trenta giorni l’anno. E la durata media della vita è di quarantacinque anni. Ma la felicità è a portata di tutti, solo a volerla. E le case e gli uomini qui sono carezzati da un vento senza polvere, un vento diafano e silenzioso. Il silenzio qui è il terzo elemento dell’edificare e del vivere. L’acqua, la terra e il silenzio. Per questo Pasolini ha amato Sana’a».

Ma vi è qualcuno che non l’ha pensato così. Quando il film fu proiettato al Cairo rischiaste di essere scacciati dalla Lega Araba per le scene di amore con o senza sesso che Pier Paolo tornato in Italia aveva girato a Cinecittà e incluse poi al montaggio definitivo».
«No, ci sono diversità nel capire le cose; le dimensioni della divergenza o della diversità nella cultura arabo-islamica sono parallele alla ricchezza e alla molteplicità dei filoni di questa cultura. Ciò che bene e ciò che male è difficile a dirsi» e qui il sufita Alì al Gamrah prende le distanze da ‘fondamentalismi’ distruttivi e uccisioni di massa, accaduti o presentiti.

Quindi vi sarebbe una incomprensione a cogliere il senso di questa diversità, Pasolini non ne tenne conto.
«Pasolini era un poeta, la sua sensibilità andava oltre, coglieva soprattutto la bellezza comunque si manifestasse. Assolutamente diversa da quella, ad esempio, dello stesso vostro Giordano Bruno che ebbe una visione filosofica simile a quella di Muayeddin Al Arabi nella sua opera L’unità dell’esistenza e molto vicina anche a quella di Al Hallage nel principio della metempsicosi sufista; e Giordano Bruno voleva uscire, come tutti sappiamo, da quel cerchio chiuso della teologia e cercò qualche rapporto con la cultura arabo islamica. Ecco perché Pasolini…». Perché Pasolini… Pensai a quel pomeriggio di novembre a Campo de’ Fiori, a quella bara sollevata sulla folla che sfiorava quasi al passaggio il monumento a Giordano Bruno ed alla mia commozione che non somigliava ad analoghe commozioni. Per analoghe, malinconiche circostanze. Il morto era proprio particolare. Passava una bara a Campo de’ Fiori, sollevata sulla testa della gente. Era un funerale attonito e confuso.

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