“Perché la sostenibilità ambientale aiuta l’economia”. Parla Enrico Giovannini

Ambiente
L'ex Ministro del Lavoro Enrico Giovannini durante la conferenza stampa di lancio della campagna di Save the Children ''Illuminiamo il Futuro'' presso la sala Monumentale della Presidenza del Consiglio, Roma 12 maggio 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

L’ex ministro del Lavoro: “Perso già un anno. Nella scuola c’è bisogno di un salto di qualità”

Enrico Giovannini, ministro del Lavoro del governo Letta e presidente dell’ISTAT dal 2009 al 2013, attualmente è professore ordinario di Statistica Economica (Dipartimento di Economia e Finanza) all’Università di Roma “Tor Vergata” e portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS).

Professore, se dovesse dare un voto all’Italia sugli impegni sottoscritti, quale sarebbe?
«È difficile dare un voto, ma è evidente che siamo su un sentiero di “non sostenibilità”rispetto a vari obiettivi: sul piano sociale, economico, ambientale, siamo chiaramente indietro. Tuttavia, sarebbe possibile realizzare nel breve termine una serie di iniziative anche istituzionali: introdurre nella Costituzione il principio dello sviluppo sostenibile, come in Francia, e far si che il Presidente del Consiglio prenda in carico l’attuazione dell’Agenda 2030, trasformando il CIPE nel comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile. Inoltre, mettere in pratica le leggi e i Piani già esistenti consentirebbe di centrare parecchi obiettivi. Infine, mancano alcune strategie fondamentali, come quella energetica e per le aree urbane, cosi da conseguire gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima. In generale, dovremmo adottare lo sviluppo sostenibile come schema di riferimento di tutte le politiche, superando l’errore fatto per decenni di attribuirgli solo una valenza ambientale».

Quali sono gli obiettivi in cui l’Italia eccelle e quali invece quelli in cui è “rimandata”?
«Siamo avanti su alcuni aspetti che riguardano la salute e l’alimentazione, mentre siamo indietro su varie questioni sociali (come povertà, diseguaglianza di genere, istruzione), ambientali. In alcuni casi le scelte vanno fatte anche a livello europeo, come sull’energia, e il nostro Paese dovrebbe insistere perché l’Unione europea divenga il modello globale di sviluppo sostenibile, anche grazie a investimenti in infrastrutture moderne ed eco-compatibili».

Il nostro sistema di istruzione viene considerato un modello. E allora perché siamo tra le ultime posizioni nelle classifiche OCSE?
«Noi abbiamo si delle eccellenze, ma anche situazioni molto critiche. Abbiamo problemi gravi, come l’abbandono scolastico e l’inclusione (abbiamo circa 1,5 milioni di ragazzi con bisogni particolari). Su questi aspetti siamo arrivati nel 2015 dove la media europea era arrivata nel 2000. E questo è un problema serio, perché abbiamo 15 anni di ritardo e gli altri continuano ad avanzare».

Quali sono i motivi?
«C’è pochissima mobilità sociale e un tasso elevatissimo di dispersione scolastica soprattutto tra i figli di immigrati, che pure sono una componente importante della dinamica demografica. Nella migliore delle ipotesi avremo una forza lavoro non istruita, nella peggiore sappiamo che questo fenomeno potrebbe portare a segregazione, soprattutto nelle periferie, e causare gravi conseguenze sociali».

Cosa possiamo fare?
«La scuola ha bisogno di fare un forte salto di qualità e di quantità, in grado cioè di attrarre e di mantenere studenti. Bisogna promuovere l’educazione terziaria: troppi pochi ragazzi e ragazze la conseguono, al contrario di ciò che avviene nei paesi più dinamici, anche in termini economici».

Altro dato allarmante è relativo ai NEET, “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, cioè quei giovani non impegnati nello studio, nel lavoro e nella formazione. Nel 2015 sono oltre due milioni…
«Sì, è un fenomeno ancora più preoccupante perché l’inattività nel tempo distrugge il capitale umano e questi giovani avranno sempre più difficoltà a collocarsi sul mercato del lavoro e a costruirsi un futuro. Tuttavia, gran parte dei NEET si trova in questa situazione non certo per scelta. La disoccupazione giovanile è inaccettabilmente alta».

Mentre alle donne è riconosciuto mediamente il 77% del salario maschile. Come possiamo uscire da questa situazione?
«Serve soprattutto un forte cambiamento di mentalità nel settore privato. Quella del gender gap è una discriminazione odiosa, che fa leva su stati di necessità e che purtroppo persiste, nonostante venga costantemente denunciata».

L’approvazione della Strategia per lo sviluppo sostenibile dell’Italia condizionerà le nostre politiche per i prossimi quindici anni. Quali sono le proposte dell’Alleanza sulla governance di questo processo?
«La nuova Strategia dovrà rappresentare il quadro di riferimento per costruire l’Italia del futuro e i tempi sono strettissimi: un anno dei 15 previsti per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda è già passato. Bisogna accelerare tenendo in considerazione due binari: quello istituzionale e quello delle politiche per lo sviluppo sostenibile. Dobbiamo rimettere al centro dell’azione politica temi come povertà, disoccupazione, disuguaglianze di genere, ambiente ed energia: sono temi di lungo termine, ma hanno anche un impatto sul breve termine. Pensiamo alla proposta del premier su “Casa Italia”, la riqualificazione dei centri urbani e delle aree a rischio, che può rappresentare un motore per l’economia e l’occupazione. Non si tratta di fare mille cose nuove, ma di attuare leggi già esistenti e ratificare gli impegni internazionali che abbiamo sottoscritto, a partire dall’Accordo di Parigi».

Cosa risponde a gli economisti che dicono che, se si accentua il tema della sostenibilità, si rischia di frenare l’economia e quindi aumentare la povertà?
«Rispondo che pensano ancora che lo sviluppo sostenibile sia una questione puramente ambientale. In tutto il mondo questo modo di pensare è ormai obsoleto e anche in Italia è necessario un salto culturale: dobbiamo cambiare modello e guardare allo sviluppo in una logica integrata che riguarda contemporaneamente aspetti economici, sociali, ambientali, istituzionali. Non è impossibile, serve coraggio, ma non abbiamo altra scelta».

Vedi anche

Altri articoli