“Per salvare l’Europa servono Stati-imprenditori”. Parla Jean Paul Fitoussi

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Contro l’affermarsi dei populismi ci vuole un massiccio piano di rilancio. Se i governi non si muovono, resteremo prigionieri della paura della deflazione

« L’Europa rischia di essere travolta e cancellata dalle chiacchiere. Sepolta dai bei discorsi su un futuro progressivo che non si fa mai presente, dalle declamazioni di buoni propositi che non hanno mai un seguito concreto ed anzi molto spesso sono contraddetti da azioni che vanno nella direzione opposta a quella della crescita e dell’inclusione. Ora si parla di raddoppio degli investimenti ma non si chiarisce attraverso quali strumenti e quali imposizioni si possa sconfiggere gli egoismi nazionali. Se bastassero i documenti, le orazioni, l’Europa sorriderebbe. Ma la realtà è di tutt’altro segno. La crisi dell’Europa è politica, non economica. E se non si parte da questo assunto, allora i populismi avranno la meglio ovunque».

A sostenerlo è uno dei più autorevoli economisti europei: Jean Paul Fitoussi, professore emerito all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. È attualmente direttore di ricerca all’Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione.

Professor Fitoussi, nel suo discorso a Strasburgo sullo stato dell’Unione, Juncker ha messo in guardia su un’Europa poco “sociale”. Una Europa «sociale» è un sogno irrealizzabile?

«Potrebbe esserlo ma non lo è ancora. Il problema che il suo destino non è nelle mani delle istituzioni sovranazionali, che non hanno i poteri necessari, vedi il Parlamento europeo, o non esistono affatto. Il problema dell’Europa è politico, non economico. Se non c’è la volontà politica di andare avanti non c’è più ragione di esistere. Oggi l’Europa viene percepita dai popoli che la compongono, come qualcosa che impedisce piuttosto che permette. Come una minaccia piuttosto che un’opportunità. È un sentimento sempre più diffuso, fondato sull’insicurezza sociale e la paura, su cui fanno leva i movimenti populisti per rafforzarsi e ambire al governo. Un’avanzata che sarà sempre più pericolosa e inarrestabile se non si passerà al più presto dai discorsi agli atti. I discorsi hanno perso tutta la loro credibilità. Da non so più quanti anni, comunque tanti, sento parlare di futuro. Ma il futuro non è bello, e non potrà esserlo se non si rafforza il principio di “accountability ”, per il quale chiunque assolve responsabilità pubbliche, ad ogni livello, deve rispondere degli atti compiuti, o non compiuti, di fronte alle opinioni pubbliche. Di fronte a questa situazione che non induce all’ottimismo, il “piano-Juncker ”anche nella sua versione aggiornata, mi pare ancora troppo modesto, comunque inadeguato per far realizzare ciò che è indispensabile per l’Europa: un massiccio piano di rilancio. Il fatto è l’Europa non sta risolvendo nessuno dei problemi della gente, e questo porta all’instabilità politica. La migliore alleata dei populismi è la politica di austerità. Dietro l’affermarsi dei populismi, dei nazionalismi, non c’è solo la paura di una “invasione” di migranti, ma c’è soprattutto il rifiuto per la crescente povertà e diseguaglianza e una sconfessione delle politiche economiche della Ue».

Quella da lei invocata è la stagione degli atti. Una sorta di “Primavera europea” nella quale sia possibile sviluppare atti che diano il senso, concreto, di un cambio di verso. Ecco, se dovesse indicare un primo atto concreto che definisca il cambiamento, su cosa punterebbe?

«Nel l’ affermazione di un sistema fiscale confederale. La soluzione politica è nella creazione di una autorità fiscale confederale che abbia i poteri e la finalità di curare l’interesse generale dell’Europa. Se continuiamo sulla strada attuale, su politiche fiscali nazionali, il cammino è segnato. Non si tratta solo di cedere su un terreno cruciale come quello della fiscalità, quote di sovranità nazionale a autorità confederali. Si tratta anche di allineare le politiche dei singoli Stati in una direzione condivisa…».

E quale sarebbe questa direzione?

«Quella degli Stati-imprenditori. Ne abbiamo già parlato in un precedente colloquio, ma sento di dover insistere su questo punto perché lo ritengo dirimente e perché nonostante insistenze coraggiose come quella di Renzi, i fatti latitano. C’è un grande bisogno di investimenti pubblici in settori strategici come l’istruzione, le infrastrutture, la nuova economia, la ricerca. Siamo davvero ad un passaggio cruciale: se i governi non si muovono, questo significherà che siamo condannati a restare prigionieri della paura della deflazione, e allora addio alla crescita e con essa addio all’Europa. Campanelli d’allarme ne sono suonati tanti in questi tempi: la crisi greca, la Brexit, l’avanzata dei populismi nel cuore dell’Europa, una possibile svolta a destra in Gran Bretagna, Francia, nella stessa Germania. E a rischio c’è anche l’Italia che in questi due anni ha compiuto passi importanti ma che ha ora davanti a se lo scoglio della riforma costituzionale. Io “tifo”per la stabilità e non perché la ritengo un valore in sé ma perché constato che Renzi è ad oggi l’unico leader europeo ad aver sostenuto con chiarezza che l’austerità uccide la crescita, quella crescita di cui l’Europa ha un bisogno vitale per riconquistare la fiducia dei cittadini. C’è davvero il rischio della fine dell’Europa. E questa fine è segnata se ci accontenterà di fare discorsi e non atti. Si tratta di cambiare decisamente verso, non basta, non serve qualche “sforbiciatura” alle politiche iper rigoriste. Non si risolve il problema del debito abbassando il reddito con programmi di austerità».

Per cambiare verso in direzione della crescita, c’è bisogno di una leadership europea forte. Non siamo carenti anche in questo?

«È il sistema che non consente ai leader europei, anche quelli mossi dalle migliori intenzioni, di poterle mettere in pratica. L’attuale sistema europeo è fondato per esaltare, e non per circoscrivere, gli egoismi nazionali».

Le chiedo in conclusione: che Europa è quella del presente?

«È un’Europa “sovietica”, nel senso che è una Europa che vuole innalzare muri come fu il Muro di Berlino. Una Europa che vuole godere in modo egoista dei suoi privilegi, che sono ormai zero, escludendo popoli e Paesi sul cui sfruttamento quei privilegi sono a lungo cresciuti. Ma una Europa che si “mura” è una Europa destinata a perdere. Una Europa senza futuro ».

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