Parisi: “Non ci sono le condizioni per mandare i nostri uomini”

Libia
epa05147031 A Tunisian soldier stands on a sandbank during a presentation of the anti-jihadi fence, near Ben Guerdane, eastern Tunisia, close to the border with Libya, 06 February 2016. Tunisian Defense Minister Farhat Horchani inspected the first completed part of the 196-kilometer ditch, which aims to render the entire border impassable by vehicles.  EPA/MOHAMED MESSARA

L’ex ministro della Difesa invita il governo a non cedere alla “manovra a tenaglia” per convincerlo a intervenire in Libia: “Guai se ci mettessimo in strada senza sapere dove stiamo andando”

Le ultime drammatiche notizie provenienti dalla Libia riguardano direttamente l’Italia. A finire vittime del complicato scenario del Paese nordafricano, con l’avanzata dell’Isis e l’incapacità di dare un assetto politico stabile, sono stati due nostri connazionali, Fausto Piano e Salvatore Failla, mentre altri due che erano finiti nella mani dei terroristi sono riusciti a liberarsi. Partendo da questi nuovi elementi, abbiamo chiesto ad Arturo Parisi, ex ministro della Difesa nel secondo governo Prodi, la sua opinione sull’eventuale coinvolgimento diretto italiano nelle operazioni anti-Isis sull’altra sponda del Mediterraneo.

Da ex ministro della Difesa, quindi con una cognizione di causa anche dal punto di vista, diciamo così, tecnico, lei pensa che ci siano le condizioni per ipotizzare un intervento militare in Libia?
Innanzitutto mi faccia dire che un ex ministro è solo uno che è stato ministro ma che non lo è più. Ogni situazione è diversa dall’altra, ogni situazione cambia in ogni momento. Dalla lezione dell’esperienza mi porto appresso più domande che risposte. Su tutti i teatri nei quali abbiamo operato. Figuriamoci sulla Libia, che dopo Gheddafi si scompone ogni giorno di più. Quello che si sa è tuttavia sufficiente a consigliare la massima cautela, che è peraltro la linea che il governo ha finora seguito registrando un plauso esteso almeno al nostro interno. Peccato che all’esterno, muovendo dalla nostra ripetuta richiesta di guidare la missione militare, al momento solo eventuale, si vada sviluppando una manovra a tenaglia che ci va stringendo ogni giorno di più per spingerci a scelte che non abbiamo preso.

A chi si riferisce?
Proprio oggi sul Corriere, per voce dell’ambasciatore a Roma, a fronte della ribadita disponibilità americana a sostenere la nostra attesa, abbiamo visto quantificato in cinquemila “paia di scarponi” il prezzo da pagare perché questa ambizione possa essere soddisfatta.

Quindi, secondo lei non è ancora opportuno parlare di un intervento militare?
Anche se dovessimo mantenere il discorso terra terra a livello degli scarponi, la mia risposta alla sua domanda è no. Non ci sono le condizioni. Ed anzi prima lo chiariamo e meglio è. Non vorrei che iniziando anche solo da un pugno di uomini dispiegati in modo più o meno segreto al seguito della nostra bandiera, ci trovassimo presto esposti ad impegni che non siamo in grado di mantenere.

Perché non lo siamo?
Ho detto impegni, ma dovrei dire nuovi impegni. Il motivo per il quale noi non siamo in condizione è infatti innanzitutto il fatto che di impegni ne abbiamo già molti. Nella stessa regione nella quale, pur in forme diverse si manifesta quella minaccia che chiamiamo fondamentalismo islamico, noi siamo infatti tra quelli che hanno più scarponi sul terreno. Dal Kosovo all’Afghanistan, dall’Iraq al Sinai, passando per il Libano le nostre truppe sono in prima fila per qualità e quantità. Ogni ulteriore impegno dovrebbe corrispondere ad una ridislocazione. Ma se gli scarponi sono determinanti prima ancora viene la chiarezza degli obiettivi della eventuale missione che dovremmo guidare. Guai se ci mettessimo in strada senza sapere dove stiamo andando:  senza aver chiaro il perché, con chi, e contro chi.

Magari anche senza che vi sia una richiesta di un governo nazionale libico che, allo stato, non è rappresentativo?
Non voglio nascondermi nessuna delle obiezioni che gli scettici avanzano a questo proposito per metterci fretta. Ma la precondizione della richiesta e quindi della esistenza di un governo nazionale, più che la garanzia necessaria sul piano formale perché si possa partire, sul piano sostanziale è la prova che prima o poi si possa arrivare. Le armi straniere possono ad alcune condizioni sostenere il cammino autonomo di un popolo, ma non imporre dall’esterno una meta.

La tragedia dei due italiani uccisi a Sabrata rimanda al problema dell’attività dei nostri servizi segreti e al rapporto fra questi e le forze militari. C’è il famoso tema della catena di comando. Secondo lei, l’Italia è ben organizzata da questo punto di vista?
Tra i diversi Paesi europei l’Italia è certo quella che conosce meglio il terreno. E la disponibilità di una intelligence di prima mano che in questi anni ha seguito da presso gli eventi è certo il nostro plus. Ma sostenere che a guidare il processo basti l’informazione è un’altra cosa. Informazione, decisione e azione sono momenti distinguibili ma non divisibili. È bene che ad ognuno sia riconosciuto il ruolo che gli compete.

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