Parisi: “Il senso dell’Ulivo? La memoria a volte fa brutti scherzi”

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Berlusconiani e antiberlusconiani? Parisi: “Ad affossarci furono le divisioni interne non il consenso degli elettori”

«I dissensi partitici interni si dimostrarono più forti dei consensi politici esterni». È amara la riflessione che fa Arturo Parisi sull’esperienza dell’Ulivo. Eppure, sembra anche un monito, al Pd attuale. E nella discussione su cosa siano stati gli ultimi vent’anni per la politica italiana ci entra a modo suo. Con una grande precisione.

Parisi, cosa salverebbe di quell’esperienza?

«L’ispirazione e lo spirito. Precisiamo innanzitutto che nel periodo che sembra si sia deciso di consegnare tutto intero a Berlusconi trasformandolo in un ventennio tutto suo, quelli che sono stati anni di lotte e di passione, è riconducibile in senso proprio all’Ulivo solo un tratto apparentemente breve. Diciamo i trenta mesi del primo Governo Prodi, su un totale di 237. Non è quindi alla sua misura oggettiva che bisogna guardare quando si dice Ulivo. Solo riascoltando “La Canzone Popolare”, il canto di Fossati che accompagnò allora i nostri passi, anche chi ha vissuto quegli anni riesce a ritrovare una qualche eco della vita, della partecipazione e delle speranze che stavano dietro quel progetto. Dentro la nuova regola maggioritaria che ci chiedeva di chiamare a raccolta direttamente nella società la maggioranza degli italiani, l’Ulivo nacque dall’incontro di una generazione – quella dei nati tra il ‘45 al ‘75 – attorno ad una concreta proposta di governo, al di là delle provenienze di partito, e delle stesse scorciatoie che avevano attraversato i cuori e sconvolto non poche menti durante i caldi anni ‘70. Solo questo può dare ancora un senso dopo vent’anni alla presenza di quelle foglioline di ulivo nel simbolo del Pd».

Cosa non ha funzionato?

«Se lo spazio e il tempo ce lo consentisse dovremmo fermarci fino a sera. Diciamo che la sopravvivenza delle nostre antiche divisioni ebbe la meglio sulla insufficienza della nostra vittoria. I dissensi partitici interni si dimostrarono più forti dei consensi politici esterni».

Ma non pesarono anche gli eccessi nell’antiberlusconismo?

«No. Non negli anni dell’Ulivo. La memoria fa spesso brutti scherzi. Riconduce al prima cose che vengono dopo, trasformando spesso gli effetti in cause. L’antiberlusconismo segnò semmai la legislatura aperta dalle elezioni del 2001, la lunga, infinita legislatura della Presidenza Berlusconi. Prima dell’antiberlusconismo venne il berlusconismo.

L’eccesso fu il berlusconismo?

«Fu il modo in cui il Cavaliere, messa da parte ogni finta pretesa di rivoluzione liberale, esercitò in quegli anni il potere, nei contenuti e ancor più nelle forme, fino alla sostituzione con un colpo di mano del Mattarellum col Porcellum. Fu quello a mettere alla prova la pazienza e a rivelare la frustazione e il senso di impotenza dei nostri, e allo stesso tempo ad alimentare nella nostra base quella gara all’estremismo che ancora ci segna. Ma allo stesso tempo – va riconosciuto – venne allora ad evidenza la sopravvivenza di una cultura politica estranea e ostile alla regola che nel sistema maggioritario chiama l’opposizione ad accettare “per tutto un giro” le decisioni adottate legalmente dalla maggioranza. Quella nuova idea di democrazia governante fondata sulla regola maggioritaria che noi per primi avevamo affidato al programma dell’Ulivo. Furono semmai quelli gli anni “contro”. A segnare la stagione dell’Ulivo era stata invece una nitida ispirazione riformista guidata dalla preoccupazione positiva del “per”».

Renzi ha detto che l’Italia si è fermata per vent’anni grazie a questa contrapposizione tra pro e antiBerlusconi.

«L’ho ascoltato, l’ho letto, e l’ho riletto. E debbo dire che non mi ha convinto. Capisco che parlando ai ciellini, che di certo in questi anni hanno rappresentato una colonna portante dello schieramento berlusconiano, era forte la tentazione di alleggerire le loro gravi responsabilità. E il modo più semplice era dire che anche noi avevamo le nostre e che, nella nuova stagione politica il riconoscimento dei reciproci e comuni errori è la migliore condizione per l’apertura di un nuovo confronto. Ma in quello che potremmo chiamare il discorso “sul ventennio”, non fossaltro per il numero incredibile di ricorrenze che denunciano i limiti di “questi vent’anni”, ci sono troppe cose che chiedono un approfondimento. Perchè i casi sono due. O questo è stato il ventennio berlusconiano, e allora è a lui che va indirizzata la responsabilità di questa pausa. Oppure va riconosciuto che essi sono stati attraversati da un confronto tra visioni e linee contrapposte e allora il discorso deve farsi più analitico».

La pensa come D’Alema, rispetto al passato?

«Che fa? Mi provoca? Pur muovendo da scelte diverse può capitare e apparire che si dicano cose simili. Io voglio dire che non si può ragionare sul futuro senza confrontarsi su una lettura del passato, di quello precedente agli anni ‘90 al quale vedo che Renzi ha rinviato al limite della nostalgia, e a quello di “questi vent’anni”. Non lo dico per dire che dobbiamo difendere comunque il nostro, ma per riconoscere che la storia non inizia oggi e per riconoscere in esso le nostre responsabilità. Le nostre. Ma anche i nostri meriti. I nostri».

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