Parisi: “Il nostro Ulivo nato per unire e Renzi è figlio di quella stagione”

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L’allora consigliere di Prodi: “Grazie al maggioritario, la destra divisa nel ‘96 perse. Resta il mandato di cambiare la società”

L’Ulivo germogliò una domenica del febbraio ‘95 nella basilica bolognese di San Petronio quando Arturo Parisi, ispirato più dal silenzio che dall’omelia, ebbe l’intuizione che avrebbe segnato la parabola politica di Romano Prodi e un’intera epoca per il centrosinistra. Leggenda vuole che in una successiva riunione in via Gerusalemme, con i due professori, Giulio Santagata, Andrea Papini, Gianni Pecci e pochi altri, fu chiamata al telefono un’esperta di botanica: “Siamo sicuri che Ulivo e Quercia possono crescere nello stesso terreno? Non è che uno uccide l’altro?”. Perché l’ombra dei Ds, allora, era già alta. Il nome si rivelò determinante: si dibattè all’inizio tra Olivo o Ulivo, docenti di storia della vegetazione dissertarono sulle condizioni ottimali per farlo crescere, il Financial Times coniò il neologismo “orticoltura politica”. Poco più di un anno dopo, il 21 aprile 1996 la coalizione guidata dal Professore vinse le elezioni.

Che ricordo ha di quel giorno?

“Io ero a Bologna a studiare i numeri, Prodi in giro per comizi. Prendemmo il treno per Roma e all’altezza di Terontola arrivò la telefonata di Ilvo Diamanti. La Lega cresceva fuori da ogni previsione. Anche io, sardo e pessimista, capii che avevamo vinto. Cominciò così la lunga, lunghissima notte a Santi Apostoli”.

Cosa l’aveva convinta che la vittoria fosse a portata di mano?

“I voti dell’Ulivo erano in linea con le previsioni. Quelli della Lega un boom e grazie alla regola del maggioritario la destra divisa perse un collegio dietro l’altro. La qualità e l’unità della nostra proposta, costruita in una faticosa marcia faticosa di 14 mesi, avevano prevalso. Ricordo Romano sul palco, in mezzo agli altri leader della coalizione con le due dita a V tra segno di vittoria e di benedizione”.

Lei ha notato, in un’intervista all’Adn Kronos, che si moltiplicano citazioni e rivendicazioni di ascendenze uliviste. Ma nei fatti l’Ulivo è ancora vivo? Le primarie barcollano, il progetto di rinnovamento non è ancora compiuto…

“Non c’è prova migliore che la sua epoca è passata del moltiplicarsi di citazioni, allusioni e rivendicazioni. Ognuna gratuita, ognuna per qualche aspetto fondata. “Ad albero caduto, accetta, accetta” dicevano i contadini per giustificare il diritto di ognuno di farne legna. Così può capitare di leggere di un “ulivo napoletano” a sostegno di De Magistris, fatto di trasfughi socialisti e Pd fino all’Udc. O di una “ditta” rivisitata come la comunità degli ulivisti. È meglio per tutti se ci fermiamo a dar conto del senso delle foglie che sono alla radice del simbolo Pd, il segno che Prodi concordò con Veltroni per dire da dove il partito veniva. È già molto”.

Cosa resterà, allora dell’Ulivo?

“L’Ulivo resterà per tutti il segno comune dell’aurora di una delle poche giornate di sole del passaggio di secolo. E ancora a lungo sarà per molti il nome di una cosa che secondo ognuno sarebbe finita diversamente “se mi avessero ascoltato”. Un segno di contraddizione come capita alle poche cose che sono veramente esistite e sono ancora vitali. E di quella stagione resta il mandato a portare a compimento il progetto di rinnovamento della società e di riforma delle istituzioni”

Quali furono all’epoca le ragioni del successo ulivista?

“Intanto le distinte ragioni dei partiti che assieme avevano fondato e retto la Repubblica si erano esaurite mentre Mani pulite infliggeva un colpo mortale alla classe politica uscente. La scommessa era: costruire prima delle elezioni direttamente tra i cittadini una proposta di governo capace per qualità e quantità di reggere una legislatura. Non delegarla più ai partiti. La chiamammo democrazia governante, che decide. E così dopo vent’anni continuiamo a chiamarla in attesa che la transizione finalmente si compia”.

Ci furono altre ragioni? Penso alla credibilità di Prodi e al programma.

“Due. La prima fu di certo la sua novità. Il sapore concreto e il clima che lungo tutta l’Italia accompagnò il pullman di Prodi. Una novità che rispondeva ad una domanda potente di ri-inizio. Sullo sfondo della caduta del Muro di Berlino, e da noi, da una parte, di Mani Pulite, e, dall’altra, della domanda di democrazia diretta interpretata dal movimento per il maggioritario. Era arrivato il momento di scegliere il nostro futuro. Sotto la guida ottimista, inclusiva e determinata di Prodi l’Ulivo apparve subito come la risposta: una proposta di cambiamento. Ma tutto questo sarebbe stato impossibile se lungo il ventennio precedente dagli anni ‘70 attraverso tentativi ed errori non fosse cresciuto nel dolore e talvolta nel sangue il “popolo di centrosinistra”. E, al suo centro, la generazione nata nel dopoguerra attorno al babyboom degli anni ‘40. Una generazione accomunata dai valori che avevano unito i propri padri, ma non più disposta a dividersi lungo le partizioni che li avevano contrapposti”.

E il secondo motivo?

“L’unità. Testimoniata dalla campagna elettorale anche dalla sintonia tra Prodi e Walter Veltroni. E poi l’unità nel governo composto dalle persone più autorevoli ed esperte del nostro campo e tuttavia tutte accomunate da uno spirito di squadra senza mai cedimenti ai protagonismi o a esibizioni di affiliazioni di parte. Il primo senza delegazioni di partito”.

Oltre a D’Alema, che lei indica come tale, chi furono nel tempo i “patrigni” dell’Ulivo? Cossiga, Rutelli, Mastella?

“Se si riuscisse a superare l’ombra antica del nome magari facendo appello ad un più asettico inglese restando alla metafora in modo rigoroso, tra gli “stepfathers” D’Alema fu di certo quello più autorevole. Stepfather perchè il suo vero amore, il suo disegno politico, fu notoriamente un altro, anche se un amore sfortunato e un disegno perdente. Dell’Ulivo, D’Alema accettò infatti di essere solo un padrino anche al prezzo di sembrare un patrigno, non certo un padre”.

Quale fu il rapporto dell’Ulivo con la sinistra all’epoca guidata da Bertinotti ? Oggi tra Pd e forze di sinistra vede una dinamica simile?

“Il rapporto fu sempre affaticato ma mai interrotto, affaticato come è sempre quello tra la purezza dell’identità e le ragioni del governo. Un rapporto fondato su un confronto teso a condividere non solo un programma comune ma aperto ad un progetto di lunga durata per l’intero Paese. Guidato spesso dalle convenienze immediate imposte dalla legge elettorale, ma mai disgiunte dalle convinzioni ispirate al futuro del sistema politico. Sapevamo infatti che in un sistema bipolare fino a quando una forza significativa non trova posto in uno dei due poli, e, pensando allora ai centristi aggiungevo, in uno solo, il sistema è destinato a incepparsi”.

Nel Pd di Matteo Renzi c’è ancora l’Ulivo?

“Renzi è Renzi ma che sia figlio dell’Ulivo tuttavia è un dato di fatto. Non solo figlio perché nato dopo come generazione che sul segno dell’Ulivo ha barrato il suo primo voto. Ma figlio perché senza l’Ulivo il suo percorso non sarebbe stato pensabile. Basti pensare al ruolo delle primarie nella sua avventura”.

 

 

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