Palazzi: “Mettere i sindaci in segreteria significa aver capito gli errori”

Pd
Il sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, durante la conferenza stampa indetta per l'annuncio della 'Capitale italiana della cultura 2015', presso il Mibact a Roma, 27 ottobre 2015. 
ANSA/GIORGIO ONORATI

Il sindaco di Mantova: “Possiamo rivendicare conquiste importanti come le Unioni civili”

Cattolico, ex scout e volontario internazionale, un passato nell’associazionismo ispirato a Tom Benetollo, jazzista e judoka, gite in bici con la fidanzata e cane preso al canile. Mattia Palazzi, 38 anni, dal 2015 sindaco di Mantova, ha anche un solido curriculum politico, che lo vede partire rappresentante di classe al liceo, segretario della Sinistra Giovanile, consigliere comunale a 22 anni e poi assessore al Welfare nella sua città. Adesso è in predicato di entrare nella nuova segreteria allargata a cui lavora Matteo Renzi per rilanciare il partito nella «fase due ».

Mestiere difficile, il sindaco?

«Faticoso ma bellissimo. Ho la fortuna di una squadra coesa e motivata che mi aiuta. L’anno scorso alle primarie, che sono state un’occasione importante di partecipazione, c’erano 5 candidati e siamo riusciti a lavorare insieme. Uno dei miei competitori è in giunta, un altro capogruppo del Pd in consiglio comunale: non c’è stata rottura».

Niente rottamazione a Mantova?

«Dipende. Mi sono candidato sei mesi prima delle primarie, che non tutti volevano, perché vedevo la necessità che il Pd tornasse a parlare con la gente dopo la sconfitta di cinque anni prima ad opera del centrodestra. Ho ripreso l’impegno politico che avevo interrotto nel 2008, dedicandomi al mio lavoro di presidente dell’Arci. Ho corso senza rete né accordi per far tornare il partito un punto di riferimento della città».

Lei è renziano?

«Sono categorie che non contano. Alle prime primarie ho votato Bersani, adesso sostengo Renzi».

Vi siete conosciuti?

«Il segretario è venuto qui in campagna elettorale per le comunali, poi abbiamo costruito un rapporto perché ha dimostrato grande curiosità per il lavoro degli amministratori locali. Lo ha fatto in molti altri casi. Il suo governo ha invertito la rotta dando una mano forte ai Comuni e sbloccando il patto di Stabilità come chiedevamo da anni».

Quindi l’idea di una segreteria con dentro gli amministratori locali la convince?

«Sì, i sindaci sono un pezzo fondamentale della classe dirigente del Pd. In tutta l’Italia il Pd governa bene le comunità, quindi è giusto coinvolgere i responsabili. Ho votato sì al referendum sulla riforma costituzionale perché mi piaceva la prospettiva del Senato delle autonomie».

Come vede questa fase del Pd dopo la sconfitta referendaria e le dimissioni di Renzi da Palazzo Chigi?

«Difficile e al tempo stesso bellissima».

L’ottimismo non le manca.

«Sono fiducioso. Nelle città vedo un partito solido che attira molti volontari e militanti. Siamo forti di successi e battaglie importanti – le Unioni Civili, la legge contro il caporalato, i reati ambientali, il Dopo di Noi – fatte nei tre anni di governo Renzi. Conquiste attese da anni che scolpiscono il profilo politico e culturale del nostro partito. Adesso l’importante è fare tesoro degli errori compiuti».

Dica qual è stato il peggiore.

«Dare per scontato che le riforme fatte arrivassero subito alla carne e alle ossa dei cittadini. È un problema non soltanto di comunicazione ma di mancato coinvolgimento dei cittadini. Pensare a una segreteria che includa i territori significa averlo capito e lavorare per costruire una relazione più stretta con i destinatari delle riforme».

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