Paco Roca: “Il fumetto è il mio antidoto per non perdere la memoria”

Fumetti
epa04209190 Spanish strip cartoonist Paco Roca, poses for photgraphs as he attends the International Comic Festival 2014 in Barcelona, northeastern Spain, 16 May 2014. The event runs until 18 May.  EPA/MARTA PEREZ

Incontro con il maestro del graphic novel, che in “La casa” è riuscito a raccontare la storia della sua famiglia. “Solo così ho metabolizzato il lutto per la perdita di mio padre”

Paco Roca è uno dei maestri del graphic novel contemporaneo. Quest’anno è uscito La Casa, che parla di tre fratelli che tornano a casa del padre a un anno dalla sua morte e vengono colpiti da ricordi ed emozioni. I suoi albi sono pubblicati in Italia da Tunuè. Incontro il fumettista spagnolo tra i corridoi del Palazzo dei Congressi dell’Eur per la manifestazione romana della piccola e media editori ,a Più Libri Più liberi. Più tardi Paco Roca verrà presentato da Zerocalcare che nel frattempo è allo stand Bao a firmare copie da almeno tre ore.

In “Memorie di un uomo in pigiama” dici che il tuo sogno, fin dall’infanzia, è sempre stato quello di stare a casa, in pigiama, a disegnare. Dopo un po’ ci si rompe le scatole o continua a essere il grande sogno?

«È curioso perché quando ho fatto L’uomo in pigiama e Rughe potevo dedicare il mio tempo a stare a casa in pigiama, senza uscire per giornate intere, a fare quello che mi piaceva. Però ho sempre meno tempo per lavorare e stare in pigiama, viaggio moltissimo, devo fare interviste, conferenze. Quindi è strano, perché più ti vanno meglio le cose, meno puoi fare quello che ti piace davvero: stare a casa».

Rughe” parlava dell’Alzheimer, e di come perdere i ricordi equivalga anche a perdere individualità. Ne “La Casa”(tradotto da Bruno Arpaia) torni sull’argomento con il tema della nostalgia.

«È più questione di memoria che non di nostalgia, il passato è una forma di ricostruzione della propria identità, individuale e collettiva. Ne L’inverno del disegnatore ho parlato della memoria collettiva di un gruppo di disegnatori di fumetti negli anni ‘50, perché prima la memoria era di gruppo. Ora è più individuale. Ne La Casa la memoria è un modo per comprendere me stesso, chi sono io a partire dalla famiglia, dall’educazione ricevuta, dalla genetica».

La Casa” è molto autobiografico. Qual è stata la reazione della tua famiglia quando è uscito l’albo?

«Nella mia famiglia non sono grandi lettori di fumetti. Li ha sorpresi moltissimo che a qualcuno potesse interessare la nostra vicenda familiare. La Casa non è una storia epica e non contiene una grande drammaticità, è una storia quotidiana, come quella del 90 percento della gente, quindi si stupiscono, è strano sapere che è stata pubblicata in Corea. Per loro è un regalo. Per me un lavoro di elaborazione del dolore per la perdita di mio padre».

Però pensare così tanto a una cosa dolorosa, lavorarci per più di un anno tutti i giorni, non è peggio?

«Per un anno, prima di morire, mio padre è stato molto male, ha passato dei brutti mesi. Quando poi è morto mi sono reso conto che facevo fatica a ricordarlo prima della malattia. Scrivere un’op era autobiografica è un po’ come andare dallo psicologo, elaborare per tanto tempo un lutto, ma soprattutto cercare di ricordare altri momenti della mia vita con lui, la mia infanzia ad esempio. E cercare anche di capire meglio mio padre. La gran fortuna che hanno gli autori è che possono dialogare con un morto, in una certa forma. E io ho potuto dire a mio padre molte cose che in vita non gli avevo detto. Un po’come quando si sogna una persona, in quel momento è reale. Nel periodo, nell’anno e mezzo in cui ho lavorato a La Casa, mio padre era vivo. È stato duro, riflettere sul dolore, ma gratificante, perché ho parlato con lui».

Tu di cosa hai paura nel tuo lavoro? Cosa ti terrorizza quando ti rendi conto che questo è il tuo lavoro? (Ride).

«Perdere il contatto con il pubblico. Bisogna pensare alla fortuna che uno ha quando fa film, o libri, o fumetti, di avere un pubblico che ti segue, ti compra e ti mantiene in una posizione privilegiata. La paura è perdere questo, e il contatto con i lettori. Al di là della qualità di quello che fai, il tuo prodotto può piacere a tutti e di colpo non piacere più a nessuno ».

Da “Rughe” è stato tratto un film, su cui hai lavorato alla sceneggiatura. C’è un boom di film basati su fumetti, tutto il franchising Marvel, ad esempio. Qual è il rapporto tra cinema e fumetto?

«Mentre lavoravo all’adattamento di Rughe per il cinema io pensavo che fossero due mezzi molto simili, perché sono visuali, hanno le immagini come punto di partenza per raccontare una storia. Poi ho capito che un fumetto invece assomiglia più a un libro, a un romanzo, che non a una pellicola. Se ti perdi un attimo nella storia, in un romanzo come in un fumetto, puoi tornare indietro, restare sulla pagina, rileggere. Con un film lo spettatore è passivo, non ha alcun controllo su quello che sta succedendo. Questo condiziona molto la forma di narrare. Il cinema e il fumetto, che sono nati insieme, si sono influenzati a vicenda per molti anni, ma dopo un certo punto il cinema ha preso di più dal fumetto che non il contrario. Il graphic novel è più influenzato dalla letteratura che non dal cinema, soprattutto negli ultimi tempi. Non ha solo un pubblico di adolescenti, o almeno non più».

Per capire i tuoi interessi e la tua formazione facciamo un attimo il gioco della torre. Chi butti giù tra Frank Miller e Moebius? (Ci pensa).

«È difficile. Però butto giù Frank Miller».

Tra Alan Moore e Hugo Pratt?

«È dura. Butto giù Pratt. (Ride). Credo che Alan Moore abbia rivoluzionato di più il mondo del comic, ha fatto un passo in più. Pratt mi piace tantissimo, eh. Ma Moore ha ampliato molto l’ambizione del fumetto».

Tra Zapatero e Podemos?

«Zapatero l’ho conosciuto, abbiamo fatto un viaggio insieme. Però butterei comunque lui giù».

Parliamo di sinistra.

« Non ho molte credenze religiose politiche, mi considero di sinistra, certo, e credo che la mia ideologia sia presente nel mio lavoro. Quello che io intendo come sinistra è pensare che il mondo possa essere migliore di così, che l’egoismo della gente peggiori il mondo, e che si possa superare. Anche attraverso l’arte ».

L’arte come insegnamento o come un riflesso della propria ideologia?

«Non insegnamento, altrimenti uno farebbe un pamphlet. Un’opera deve farti fare molte domande, su vari argomenti, mai convincerti di nulla».

 

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